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PRIMO SPROLOQUIO
IL CRONISTA 27 GENNAIO 1878
Signor i lettori e Signore Lettrici,
Un milione di scuse se mi sono fatto attendere due settimane;
non prima di oggi posso riverente mettermi innanzi la gerla delle
notizie raccolte da un capo all’altro di questo mondo sublimare.
Ecco, vi fo la mia professione di fede, il primo programma, sproloquio
o spech, come volete chiamarlo, chiamatelo.
Siamo nati in tempi difficilissimi,
quando le dissertazioni han dato il posto d’onore ai telegrammi
e le cifre statistiche e le osservazioni metereologi che si sono
messe innanzi a tutte le elucubrazioni filosofiche. Viviamo un’epoca
in cui i fatti creano il diritto e la scienza scaturisce dal particolare.
Osservare, raccogliere i singoli elementi e coordinarli, ecco
le aspirazioni dei nostri scienziati che oggi si trovano nel cuore
dell’Africa, ecco il risultato di tutto questa roba che
si fabbrica per se e per gli altri. Oggi siamo positivi in tutto,
ed anche nella lettura. I libri si adattano all’esigenza
dei tempi ed in poche pagine cercano di scuotere a vapore, istruire
per correnti, addottorare per infusione; la storia contemporanea
e la geografia si studiano sui nomi delle varie stoffe alla moda:
l’enciclopedia si frazione, si sminuzza e tutto lo scibile
va a finire sopra le scatole dei fiammiferi.
Solo i giornali sono rimasti immobili
ed estranei a queste leggi sacrosante del tempo. Il tradizionale
articolo di fondo ci sarà(con questi chiari di brina) così
nel giornale che vende a Londra 100 mila copie in un’ora,
come nel giornalaccio clandestino della provincia che addormenta
la vecchia moglie del gerente e consola il farmacista politicante.
Eppure sopra cento che comperano il giornale, parola di cronista,
novantasette lo aprono per leggere le ultime notizie telegrafiche
e la cronaca. Eppure ingiustizia inumana!
In una redazione, in un gruppo
di pubblicisti quelli che sono tenuti per mero di tutti sono i
cronisti, i reporter, i galoppini. Poveri fratelli! Io v’ho
veduto più volte messi da parte quando si doveva discutere
la condotta da serbarsi con questo o con quel ministro, di fronte
a questo o quell’altro avvenimento, fosse quello della Regia
o delle convenzioni ferroviarie. Io vi ho ammirati eroi nella
vostra modestia, martiri nel vostro apostolato. Un Cronista! Un
cronista agli occhi di un panciuto redattore, o direttore che
sia, è una superfluità di collaborazione, mentre
agli occhi di quelli che comprano il giornale(modestia a parte)
è un Dio, se ha ricordato in tempo questo o quel fatterello
da cui si possa avere un qualche provvedimento di polizia urbana
e di pubblica sicurezza. Qua la destra, compagni, commilitoni,
negletti, scrittori oscuri, appendicisti innominati, fratelli
di dolore, ci sia per noi anche una volta Pontida. Uno sciopero
di giornali che discutono troppo e concludono poco, che gonfiano
colonne e fan crollare ministeri: e poi si faccia un giornale(
che sia sangue del nostro sangue) a modo nostro.
Giù i paroloni, abbasso
le perifrasi, fuori l’enfasi e le tirate: mettiamoci ad
ammanire una volta per settimana notizie calde e fredde che possano
interessare chi vuole collocare bene il capitale di un soldo per
non dimenticarsi di saper leggere ed essere informati di che si
fa nel paese dei ciuca, terra non molto lontana da noi, o come
si direbbe in frase tornita nel geniale emisfero. Tutto, tutto,
lettori, lettrici vi faremo sapere ed in pochi accenti. I telegrammi
uccisero le corrispondenze amorose, le cartoline postali han sepolto
le note diplomatiche. Si vive meno e bisogna far presto anche
a sapere quello che non si vorrebbe o non si avrebbe voluto sapere
mai. Per esempio, col pianto agli occhi vi diremo che nel colmo
della gloria, dopo aver compiuto i destini della nostra nazione
in meno di cinque giorni morì quel miracolo del monarca
che si chiama Vittorio Emanuele II. Nato a Torino(scusino i notai
sentaori) il 14 marzo 1820(perdoni la Gazzetta d’Italia)
e morto a Roma nella città dei Cesari nel Quirinale il
9 gennaio 1878.
Cattivo, sciagurato saggio di cronaca
è questo che vi abbiamo dato, lettori; è vero; verissimo,
ma resterà unico saggio, come unica grandiosa e sublime
storia d’Italia. Resterà la figura del defunto Re
Vittorio. E con ciò credete al tutto vostro
noioso
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