|
|
Critica
Parlare di Rodolfo Losani è
un compito assai arduo in quanto in lui coesistono almeno due
aspetti fondamentali, quello del pittore e quello del poeta, che
si fondono tanto armoniosamente da non sapere più quale
dei due predomini sull’altro ossia quale partorisca, dia
l’incipit ai suoi lavori.
Se però abbiamo l’occasione
di scambiare due chiacchiere con lui, di ascoltarlo mentre spiega
i suoi quadri, ci accorgiamo di quanto sia semplice e naturale
la sua opera, perché Rodolfo Losani è una persona
semplice che cerca di “raccontare la realtà”,
di cui è attento conoscitore. Una realtà che a volte
descrive in maniera dura e polemica, quasi masticata a denti stretti
e poi sputata fuori sotto gli occhi di tutti affinché nessuno
possa sottrarsi dal guardarla in faccia. Perché, in verità,
fa paura guardarla, fa paura il pensiero che anche solo per un
attimo ci possa rispecchiare. Come se poi ne esistessero due di
realtà: quella nostra, comoda, confortevole, che ci fa
sentire al sicuro e quell’altra, separate da un recinto
basso, troppo basso, così semplice da scavalcare. Ma Losani
non ha paura di confrontarsi con essa e lo fa con quadri come
“In divieto di sosta”, “A pesca di uomini”,
“Popoli al sole”, “Scacco ai matti”, nei
quali però una vena di speranza riesce ancora a trasparire
sotto la tela, ad incresparla, a donarle quella luce che diversamente
non avrebbe.
Ed è proprio qui che riusciamo
a cogliere il segreto di questo pittore, quella nota che lo distingue
e lo fa risaltare nel coro così cospicuo di artisti che
affolla il nostro tempo, il fatto cioè di non essere un
semplice fotografo della realtà, ma un uomo che parla di
essa attraverso i suoi quadri urlando, a volte, la sua indignazione.
Figli di questo sentimento sono i lavori “W la libertà”
e “Caino non si tocca” nei quali Losani si cimenta
con temi importanti senza però scadere nella retorica,
ma con uno slancio vitale che è proprio di chi si interroga
sempre e non cerca un alibi che autorizza a stare zitto o ad adeguarsi
alla pubblica morale, al tanto conveniente senso comune. Ma il
pittore va oltre, ha un’aspirazione più audace, vuole
svegliare la nostra coscienza: nel quadro “Il burattino
si è fatto uomo” ci lancia una sfida, quella cioè
di smettere di essere dei pupazzi tutti uguali fra loro e di riscoprire
quei sentimenti e quei pensieri personali che ci rendono unici
contro un’accidia intellettuale che ci ghettizza nel nostro
solitario microcosmo e ci costringe ad una vita mediocre. Solo
infatti portando nuova luce su quei sentimenti potremo distillare
il senso della nostra vita e coglierne i veri valori che Losani
ben rappresenta nei quadri “Il nido della vita”, “Il
matrimonio”, “Al centro del bersaglio”.
Una ricetta semplice, in definitiva,
quella che questo pittore ci propone, ma allo stesso modo così
sovversiva per noi abituati a correre sempre, a non avere mai
tempo, per noi che abbiamo dimenticato e non riusciamo più
nemmeno ad apprezzare quella serenità tanto rassicurante
che un tempo ci regalava la quotidianità dei piccoli gesti:
nel quadro “Mattino italiano” la gioia di un rito
che si ripete costantemente ad ogni risveglio può colorare
l’intera giornata.
Le immagini provocatorie, quasi metafore taglienti, che si susseguono
come illuminazioni, danno parola ed espressione ad un pensiero
splendidamente creativo che avvicina Rodolfo Losani ai grandi
pittori surrealisti del novecento, Dalì e ancor più
Magritte.
Il simbolo, messaggio criptato con
cui il pittore ci parla, pretende di essere l’anima del
quadro, perché la pittura non deve essere fine a se stessa
o al più ad un gusto estetico, ma stimolo, significato,
interazione, azione…e con esso Losani gioca, ci interroga,
ci scruta con fare malizioso come nel quadro “Spiare”:
quell’occhio è il suo occhio affacciato su di noi
e, allo stesso tempo, è il nostro occhio curioso intento
ad osservare le vite degli altri.
Il sottile gioco psicologico con cui il pittore ci attrae e ci
cattura, come mosche nella tela del ragno, riesce a spalancare
delle porte che più o meno volontariamente teniamo chiuse,
a scavare nella nostra memoria (come nel quadro “I ricordi”)
e, ancor di più, nel nostro inconscio, tirando fuori quegli
“Intimi segreti” tanto gelosamente custoditi.
Questo però non vuole essere
un gioco al massacro nei confronti di quelle certezze che tanto
faticosamente cerchiamo di tenere in piedi, ma piuttosto un tentativo
di riscoprire la vita nella sua essenza e quindi, secondo il pittore,
nella sua vera bellezza.
La “vita” e “l’uomo” sono il terreno
fertile di Rodolfo Losani, i fondali ideali su cui egli misura
tutte le gradazioni e l’intensità dei colori e da
cui si sprigiona la sua fervida opera. Ed allora abbiamo lavori
di pregio quali “Il peccato e l’innocenza”,
“Dopo Eva, noi”, “Una vita in equilibrio”.
E’ pertanto impossibile visitare
una sua mostra e non riconoscersi in uno dei suoi quadri, non
fermarsi a leggere i titoli e le note che li accompagnano e ne
costituiscono la sintesi letteraria, espressione di un pensiero
pittorico che in questo modo diventa leggibile e fruibile da tutti,
finalmente democratico. Perdersi infine in un cammino interiore
da cui uscire arricchiti e pieni prima negli occhi e dopo nell’anima."
Cassino; 14.02.05 Dott.
Tiziana Trotta
"Indubbiamente le opere di
Rodolfo Losani hanno una forza evocativa dei grandi maestri del
surrealismo europeo, con una invidiabile propensione alla componente
cinetica e luministica.
Con perizia tecnica di rara efficacia l’artista riesce a
suffragrare le sue visioni oniriche con un legame alla contemporaneità
che sappiamo essere “in fieri”, ovvero in movimento
perenne.
Il dinamismo diviene talvolta cosmico
attraverso il ricorso all’andamento ovoidale della composizione.
Dunque pittura surreale e dinamicamente
luministica la sua che naturalmente evoca la grande lezione dei
vari Dalì o ancor più Magritte. Però in lui
esiste quella componente mediterranea e classica vuoi tu la struttura
logica dell’opera, vuoi in quel velo di umanesimo che si
respira in modo piuttosto evidente."
Pescara; 19.05.04 Leo Strozzieri
(critico d’arte)
"Una grande scoperta, un respiro
di speranza incontrare questo giovane Cassinate che insegna come
l’artista debba dipingere, al di sopra di ogni altra motivazione,
per soddisfare un’esigenza interiore sempre di notevole
portata e forza incisiva.
Anche per questo, in un panorama dove troppi fanno della pittura
“per calcolo” e non “per sentimento”,
la produzione di Losani è da considerarsi con attenzione,
anche se altri aspetti sono ovviamente da rilevare.
Un Losani che cerca l’anima
degli oggetti, il linguaggio delle cose che non sono mai inanimate,
come a chiedere perché tanto squallore, tanto silenzio
tragico nel frastuono assordante di una babele dove nessun uomo
sa più parlare a nessun uomo.
Questi sono un messaggio e la crociata
artistica che io colgo del e nel giovane artista di Cassino.
Nel momento di transizione in cui
i giovani sembrano dispersi in se stessi, prima che nella società
e troppi ideali sono stati calpestati e dove per uccidere la retorica
si è uccisa anche la speranza, il messaggio di Rodolfo
Losani è una rosea alba a promessa di un giorno più
luminoso e di una stagione più attenta alla dimensione
dell’essere uomo e non cosa."
Torino; 10.07.01 Prof. Sergio
Pellizzon
La pittura di Rodolfo Losani nasce da una leggerezza interna,
l’autore lascia trasparire tutte le proprie emozioni senza
censure.
In un momento di grandi assenze lui riesce ancora a rispondere
presente!."
Casalvieri; 02.05.04 Mario De luca (scultore)
"Ho avuto il piacere di conoscere il bravo pittore Rodolfo
Losani. In quei giorni a San Donato faceva piuttosto freddo e
noi eravamo seduti su una panchina a discutere “d’Arte
, della sua Arte!, dell’Arte che si fa!”, nonostante
tutto, anche in questi giorni non molto felici.
Devo dire che mi ha coinvolto la sincerità delle sue proposte
artistiche, tanto da volerne scrivere.
L’aspetto che mi ha colpito subito è stato il rapporto
tra immagine e parola, l’una figlia del surrealismo storico
di Magritte (ma anche di Dalì), l’altra scaturita
da un felice rapporto tra il pittore e il fumetto, genere che
Rodolfo ha praticato con successo per qualche anno. La parola
ha la volontà di dare una decifrazione univoca al significato
delle opere: la parola ha il senso di un significato non alterabile
da “libere interpretazioni”, come spesso è
accaduto o ancora accade nella lettura di opere di Arte moderna
e contemporanea.
Rodolfo ci lancia dei messaggi chiari attraverso la sua pittura:
ricordo bene “Dopo Eva, noi”, “La rosa nel deserto”,
“Crocifisso per noi”, opere dove alle colorazioni
armoniose e suggestive si unisce una sapienza tecnica notevole."
San Donato val di Comino; 10.05.04 Rocco Pellegrini (artista)
"E’ con vero piacere che colgo l’occasione per
indirizzare un saluto a Rodolfo Losani, giovane artista cassinate
che sta emergendo sempre più anche fuori dall’ambito
della nostra città. Come Assessore alla Cultura non posso
che essere contenta quando si concretizzano ad un livello alto
quei segnali di crescita artistico-culturale che ho spesso occasione
di percepire nelle diverse realtà scolastiche di una città
che ha fatto dell’accoglienza dei giovani uno dei motivi
fondanti della sua rinascita. Ammirando le opere di Losani mi
sembra di riconoscervi un surrealismo che riesce a porre l’accento
sui caratteri metafisici e concettuali mantenendoli strettamente
ancorati al reale quotidiano.
Si compie quindi un’opera di intensa sintesi tra umanità
e spiritualità, minimalismo e grande respiro vitale: l’occhio
che guarda dal buco della serratura è paradigmatico in
questo senso. E’ un tipico esempio di immagine a due direzioni:
il versante di chi guarda che si unisce a quello di chi guarda
colui che osserva.
Un gioco di continui rimandi che è metafora dell’inestricabile
legame tra solitudine esistenziale ed infinita curiosità
per l’altro. Suggestioni oniriche, talvolta incubi, che
comunque sembrano essere temperate da un sano realistico legame
alla vita. Immagini (e didascalie) cui le scelte cromatiche e
gli angoli di luce sempre adeguati conferiscono una leggerezza
che ne agevola la lettura e ne rende l’interpretazione vicina
anche al sentire del non addetto. Particolare, quest’ultimo,
che apprezzo molto perché concepisco l’opera d’arte
come puro godimento spirituale e sensoriale e mi trovo sempre
in difficoltà quando per comprenderla è necessario
un notevole sforzo interpretativo."
Cassino; 10.06.05 Dott.ssa Iris Volante (Assessore alla
Cultura Comune di Cassino)
Il filo sospeso
Un viaggio attraverso la pittura di Rodolfo Losani potrebbe svolgersi
seguendo un filo, elemento presente in quasi tutte le sue opere;
sia esplicitamente, filo bianco al quale sono legati svariati
oggetti, sia in forma più nascosta, come, per esempio,
in Intimi segreti, una serie di formiche in fila. Naturalmente
quando sarà necessario mi allontanerò dal binario
principale per seguire tracce limitrofe, suggestioni diverse,
piste che deviano leggermente dalla strada maestra, ma che corrono
parallele ad essa.
La scatola dei sogni ci mostra, sullo sfondo di un mare tempestoso,
una scatola colorata, sospesa ad un filo bianco, che proviene
da un punto fuori campo, in alto. Mi piace immaginare che quella
scatola sia piena di fantasia, creatività, ispirazioni
ed aspirazioni che ci salvano, almeno temporaneamente, dal mare
agitato della sorte avversa. La scatola dei nostri sogni si rivela
fragile, instabile, anche se la sua forma cubica le dona equilibrio;
in contrasto con l’informe agitarsi dell’oceano. Per
la vivacità dei suoi colori, la scatola appesa al filo
potrebbe corrispondere alla vita, mentre il mare, “di colore
oscuro”, potrebbe associarsi alla morte. Nel quadro A carte
con la morte, il giocatore, che magari rappresenta lo stesso artista,
appare sicuro di se, con una mano poggiata su un ginocchio e l'altra
che tiene le carte. Indossa un vestito azzurro, colore aereo,
sereno, rassicurante. Al contrario, la morte, ammantata di grigio,
chiusa nel suo nero mantello, il volto nascosto da un cappuccio,
è una massa minacciosa e compatta che proietta dietro di
se un'ombra cupa e sinistra. Eppure qualcosa accomuna i due personaggi:
l'imperscrutabilità di entrambi i volti. Il viso del giocatore,
infatti, visto di spalle, è per noi nascosto quanto quello
della morte, frontale ma invisibile. Come a dire: il mistero della
morte è insito nella vita stessa.
Una concezione dura e amara della società, e conseguentemente
un desiderio di cambiarla attraverso la persuasione artistica,
si può percepire in diverse opere: Un Dio di spine trasmette
una particolare forza umana. Il volto, tagliato, è mostrato
in primissimo piano, in un’inquadratura costruita come la
vignetta di un fumetto, capace di creare una tensione drammatica,
ponendo in risalto lo sguardo intenso, pieno di fermezza, simile
a quello di un giovane eroe. Undici settembre, che ricorda certe
invenzioni di Salvator Dalì, possiede un toccante impatto
morale. La tragedia della crocifissione si ripete per la continua
e sempre nuova violenza degli uomini. In divieto di sosta comunica
una forte denuncia sociale. Nel barbone, che vediamo inerte e
rassegnato, riconosciamo le nostre sconfitte civili e morali,
specie quando la coscienza manifesta moti di ribellione che non
riescono a trovare una via di sfogo, perché la verità
e la rettitudine sono a molti d’intralcio.
I quadri di Losani sono metafore della vita: vi sono colori che
ritornano e che fanno riflettere (senz'altro i lettori più
speculativi sfoglieranno più volte avanti e indietro questo
catalogo, navigando alla scoperta di occulte analogie). In La
carambola della fortuna, il tappeto verde, dove poggia la biglia,
mi ricorda il tavolo dello stesso colore che appare nel quadro
A carte con la morte. È vero che il verde è connesso
con le sale da gioco, tuttavia non si può non riconoscere
anche in quest’immagine una rappresentazione della complessità
della vita. Il pittore riprende la scena abbassandosi sul piano
del biliardo, identificandosi, in tal modo, con una delle biglie
che fanno parte del gioco. Un elemento importante è la
clessidra, poggiata su una sponda, osservata dal basso verso l'alto:
dio spietato che ci sovrasta. Forse è una rappresentazione
del tempo che scorre, inesorabile, riducendo ogni cosa in polvere.
Sintomatico è anche che la biglia, uno scaramantico numero
13, ha due ombre. Il quadro ha perciò due fonti luminose.
Grazie alla luce le forme acquistano rilievo. L’ombra è
una parte effimera di noi stessi, eppure, se ne fossimo privi,
non avremmo spessore.
Una interessante opera: Il bel David, riproduce un particolare
del David di Michelangelo. Legato al polso ha uno specchio, dove
si vede, capovolta, una parte del volto. Gli artisti offrono al
pubblico il loro essere dalle mille sfaccettature, mettendo in
mostra se stessi ogni volta in modo diverso: si divertono, come
acrobati, ad esibirsi a testa in giù e, spesso condannati
alla solitudine, ostentano un inguaribile narcisismo.
Il pittore ama parlare della sostanza, del significato dell’esistenza.
Nel quadro Una vita in equilibrio, un bimbo cammina su un filo,
sospeso fra colorati grattacieli di una moderna metropoli. La
sua nudità è significativa, ne esprime l'innocenza,
o fa di lui un simbolo dell'anima. Si crea un contrasto fra la
geometria degli edifici e la naturalezza del bambino, quasi a
stabilire una sorta di contrapposizione fra uomo e natura: la
vita umana sarebbe pertanto in equilibrio fra la razionalità
intellettuale e la forza vitale e selvaggia della natura, con
il suo turbinoso scorrere. In Acqua che va al mare, la vita, come
un fiume che scorre verso l’oceano, porta con se diversi
relitti. Essi, come insegna Montale, sono i ricordi che riaffiorano
talvolta nella nostra mente, cose a cui ci afferriamo, come alla
tavola il naufrago, per non perdere la coscienza della nostra
identità e per salvare la memoria delle persone che abbiamo
conosciuto. La luna nel secchio mi ricorda, per l’appunto,
una poesia di Montale, che cito per intero, perché mi sembra
più interessante di ogni discorso critico:
Cigola la carrucola nel pozzo,
l’acqua sale alla luce e vi si fonde.
Trema un ricordo nel ricolmo secchio,
nel puro cerchio un’immagine ride.
Accosto il volto a evanescenti labbri:
si deforma il passato, si fa vecchio,
appartiene ad un altro…
Ah che già stride
la ruota, ti ridona all’atro fondo,
visione, una distanza ci divide.
(EUGENIO MONTALE,Ossi di seppia)
Montale ci mostra, riflesso nel secchio, un volto
sorridente; nel quadro è la luna a rispecchiarsi nell’acqua.
Il contenuto cambia, ma il concetto è lo stesso: del mondo
in cui viviamo, delle persone che amiamo, di ciò che facciamo,
non rimangono che ricordi, particolari evanescenti e labili, sfumati
in una nebbia indistinta; umili oggetti, miseri relitti del nostro
naufragio quotidiano, storte sillabe… Gli artisti, escogitano
codici indecifrabili, linguaggi muti, messaggi nascosti in una
bottiglia. Il codice ha senso se è collegato ad un contesto
esterno al mezzo di comunicazione. Un quadro non comunicherebbe
nulla se non fosse parte integrante di un ambiente culturale.
Talvolta il filo che lega un’iconografia alla spiritualità
di un’epoca si spezza. È quel che accade, quando
cerchiamo invano di comprendere tante opere d'arte del passato,
ricche di significati spirituali, legati a codici rappresentativi
che si sono persi col passare del tempo. Perciò il pittore
tenta di recuperare anche la facilità comunicativa dell'arte,
trovandola nelle manifestazioni “marginali” della
creatività odierna, come il fumetto, il manifesto pubblicitario,
i testi delle canzoni, che, al contrario dell'arte contemporanea,
confinata in elitari cenacoli, sono più vicine alla sensibilità
della gente. I colori brillanti testimoniano, non a caso, l'interesse
e la pratica dell'autore per il fumetto, ma anche la sua volontà
di comunicare con la massima chiarezza possibile la sua visione
del mondo. A questa funzione assolvono anche le parole, inserite
in quasi tutti i dipinti dell’artista, di facile impatto
come i testi delle canzoni. In Multinazionale light, che è
un tributo alla Pop Art, La lattina che pende dal filo, esprime
proprio la nostra esigenza di attaccarci in qualche modo a qualcosa,
sia pure a ciò che ci offre la pubblicità e l'industria,
o a qualunque salvezza che ci viene porta dall’alto, come
una chiave capace di aprire tutte le serrature: La chiave della
speranza.
Ogni segno è una convenzione, ma, a tutela
della libertà del pittore e dell’universalità
dell’arte, tale convenzione è instabile. Il filo
riesce ad assumere un significato polivalente, potendo rappresentare
la salvezza o il peccato. Nel quadro, Il peccato e l'innocenza,
il peccato scende dall'alto, direzione da cui semmai dovrebbe
giungere la salvezza, il bene, il Salvatore. Al filo è
legata una mela, simbolo appunto di tentazione, che una mano di
bimbo cerca di afferrare. La composizione è impostata rigorosamente
in verticale. Osservando quest’opera, possiamo renderci
conto di come Rodolfo Losani sia capace di ridurre al minimo,
per volontà di chiarezza, gli elementi della composizione.
La mano, infatti, basta per indicare il bambino. La parte è
sufficiente ad indicare il tutto: è ciò che in letteratura
si ottiene con la sineddoche.
Oggi il filo è diventato un oggetto materiale,
che si moltiplica all’infinito, come vediamo in Topi di
città. Ormai sono tanti i fili che ci mettono in comunicazione
col resto del mondo, a cominciare da quello che collega il mouse
al computer, e gli trasmette i nostri comandi. Nell’era
della comunicazione digitale tutto diventa virtuale e il vero
e il falso non si distinguono più, perciò si incappa
in subdole truffe, si cade in assurdi equivoci, si annullano in
un grigio relativismo valori che hanno resistito ai secoli. La
stessa arte si snatura. L'artista, per esempio, con la sua capacità
di persuasione, sarebbe in grado di educare il pubblico. Sennonché
oggi l'unico modo di suscitare interesse è far uso del
danaro, ossia un segno uniformemente accettato per esprimere ricchezza,
ma che da solo non vale niente, proprio come il segno privo di
significato. Perciò, in A pesca di uomini, al filo è
appesa una banconota. Warhol dipinse più volte il dollaro
e una volta affermò che invece di acquistare dei quadri,
si potrebbero mettere dei soldi in cornice. La verità è
che si può entrare in possesso di un’opera d’arte
(pagandola magari profumatamente), ma non si può possedere
l’essenza dell’arte. Il titolo dell’opera ricorda
la frase che Gesù rivolse ai primi Apostoli, Simone e Andrea:
“Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini”
(Mc 1, 17). Se riflettiamo al significato della frase evengelica:
pescare gli uomini vuol dire convertirli, ci rendiamo conto della
distanza che la separa dall’adescamento venale messo in
mostra, con ironia, dall’artista. Il messaggio viene tradito;
il segno si svuota di significato: quando un filo lega segno e
significato, l’immagine è viva e matura i suoi frutti
interiori nel nostro cuore. Allora le nostre nature, terrena e
celeste si incontrano. Nell'opera, Abbraccio naturale, il fusto
di un albero presenta la parte superiore e quella inferiore congiunte
in un abbraccio; in Lacrime del sud, il frutto è diviso
in due parti: una metà è legata al consueto filo,
l'altra poggia su una stoffa scura, stesa su un piano orizzontale.
Corpo e spirito concorrono parimenti a formare l’uomo, ed
entrambi i piani devono essere tenuti presenti nel corso della
vita. Lo sapevano bene i creatori di emblemi e imprese del Rinascimento
e del Seicento: l’emblema è composto di anima e corpo;
il corpo è un’immagine simbolica, spesso di carattere
ermetico, l’anima è un motto, che accompagna l’immagine
spiegandone il senso riposto. Come ho già spiegato, anche
Losani inserisce in diversi quadri frasi esplicative. È
una particolarità che lo accomuna a Magritte, che usava
questo espediente per depistare il pubblico. Fra l’altro
il pittore belga dipinse una pipa con scritto: “Questa non
è una pipa”. Affermazione che, in un primo momento,
lascia interdetti, perché la pipa che vediamo è
rappresentata come se fosse l'illustrazione di un'enciclopedia.
Solo dopo un momento di riflessione ci rendiamo conto che ciò
che stiamo osservando non è effettivamente una pipa, ma
l’immagine di una pipa. Quando gli artisti giocano con le
convenzioni e gli stereotipi della rappresentazione, i fili si
moltiplicano, s’aggrovigliano in una matassa imbrogliata,
si dipartono in tutte le direzioni, si tendono come sottili ragnatele
per accalappiarci. Questo spiega l’autodenuncia di Filo
giallo, dove compaiono due fili: uno, in primo piano, a cui è
legato stretto un tubetto, come a strozzarlo, l'altro, visibile
all'esterno, attraverso una finestra. Evidentemente i due fili
si contrappongono in qualche modo, come per suggerire approcci
alternativi, insolite letture, interpretazioni devianti.
La contrapposizione fra interno ed esterno di
questo quadro non rappresenta un caso isolato nella produzione
di Rodolfo Losani. Già nell’opera Filo giallo abbiamo
visto una scatola dal contenuto misterioso. Se ora osserviamo
Intimi segreti, notiamo una serie di formiche in fila, che penetrano
in una scatola, da cui fuoriescono delle mani. La scatola non
è solo il contenitore dei sogni, ma anche la custodia della
parte più intima e più vera di noi stessi, una parte
di cui il pubblico è avido, e che l'artista, da un lato,
tende a rappresentare, come molla insostituibile dell'arte, dall'altro
vorrebbe nascondere, come irrinunciabile diritto a preservare
il proprio io. Il pittore si sente come protetto da forme chiuse,
dove può vivere nascosto. Se la scatola è un involucro
artificiale che protegge la nostra intimità, l’equivalente
guscio naturale è invece l’uovo. Nel quadro Il nido
della vita, un uovo è posto, come in un nido, al centro
di un letto sfatto. Quando nascono gli angeli mostra delle uova
vaganti nel cosmo come corpi celesti; uno di questi sta schiudendo
e lascia intravedere un uomo alato. Il simbolismo dell'uovo è
universalmente conosciuto, associato alla nascita, e in qualche
modo a tutto ciò che non esiste ancora. Interessante anche
il fatto che l'uomo viene alla luce già adulto, alludendo
forse, visto che è alato, ad una nascita spirituale, o
al fatto che l'anima è forgiata perfetta. Insieme all'uovo
anche un frutto può essere simbolo di vita, come l'artista
rappresenta in Nettari preziosi. La vita centro di altre vita,
desiderio e tentazione. Il quadro contiene principalmente i tre
colori fondamentali: rosso, giallo, azzurro, come a ribadire concetti
originari, primordiali, come la vita stessa.
Forme e colori spiegano il pensiero e l’anima
dell’artista mediante una comunicatività accattivante
e “semplice”, che non incute soggezione e ci spinge
ad entrare, a varcare la soglia, o meglio a camminare lungo il
filo sospeso sull’abisso di palazzi e strade, dove lattine
di Coca Cola, scatole, tubetti di colore, banconote, uova, frutti
ed altro, nascondono il vuoto, fungendo da segni di richiamo,
segnali che indicano la strada, come i sassi di Pollicino, come
il filo di Arianna. E noi, con il pittore, siamo sicuri che non
ci smarriremo, che non perderemo mai il filo del discorso, che
ci unisce alle altre persone; fune che stringe amicizie, laccio
che annoda relazioni, gomena che lega la barca della nostra vita
impedendole di andare alla deriva.
Antonio Risi
•
Esprimere
l'Arte
•
Biografia
•
Galleria
Artistica
•
Eventi
•
Contatti

|