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PATRIZIA
PATINI
Lo stuolo, peraltro, non molto numerose
di studiose che si interessano alla Valle di Comino da alcuni
anni a questa parte può annoverare, accanto alle firme di Floriana
Ciccodicola, Alessandrina De Rubeis, Anita Monti e Rosanna Tempesta,
quella di Patrizia Patini che, grazie anche ad un’intelligente
collaborazione con la benemerita Biblioteca Comunale di Atina
e con il Centro di Studi Storici Saturnia, ha pubblicato dal 1999
ad oggi alcune agili monografie incentrate sulla storia dell’alimentazione
in età antica e contemporanea e sulle tradizioni popolari di Atina,
inserendosi così, in un campo di ricerca dai notevoli risvolti
ed in verità, poco o nulla battuto dagli studiosi dell’Alta Terra
di Lavoro.
Nel 2000 usciva come quarto volume
della Collana Historia, la monografia di Mario Ferrera
e Patrizia Patini dal titolo Il pellegrino ed il cibo nel Medioevo,
articolata in pp. 44 e caratterizzata da un cospicuo apparato
illustrativo. Il testo contiene solo timidi accenni all’area laziale
ed all’Alta Terra di Lavoro ed alle pp. 33-43 presenta un “ricettario”
nel quale sono riportati varî piatti della cucina spagnola e regionale
italiana. Essi, sicuramente, rappresentavano per il pellegrino
che scendeva a Roma alle tombe dei Santi Apostoli Pietro e Paolo
o si incamminava verso la Terra Santa più i cibi del desiderio
che quanto, effettivamente, poteva mangiare nel suo peregrinare
durante il quale, spesso, era costretto ad affidarsi alla pietà
degli abitanti dei centri attraversati, all’ospitalità delle comunità
religiose ed all’abnegazione delle Confraternite.
Nelle ricette presentate si notano
alcune imperfezioni quale, ad esempio, il riferimento al pomodoro
giunto in Europa dopo i viaggi di Cristoforo Colombo ed inizialmente
mangiato solo crudo, accompagnato da cetrioli. L’uso della salsa
di pomodoro come condimento della pasta e della carne appare,
come ben illustrato dalla Storia dell’alimentazione (Grandi
opere), a cura di J.-L. Flandrin-M. Montanari, [Roma-Bari] 1997,
p. 437 soltanto sullo scorcio finale del XVIII sec.
Due anni dopo la Patini dava alle
stampe Atina, artigianato, tradizioni popolari e
cannardizie (Historia, 10). Si tratta di un volume di pp. 135
ricco di notizie e di informazioni spesso inedite che avrebbe,
forse, meritato un’architettura più organica. Nel suo interno,
infatti, la storia delle vicende connesse con l’agricoltura soffre,
sicuramente, per il ridotto spazio a disposizione, considerati
anche i personaggi nativi ed operanti nel campo ad Atina a cavaliere
tra la fine dell’‘800 e i decenni iniziali del ‘900.
Fra gli argomenti più stimolanti
per il lettore segnalo il rapporto tra i coloni ed i mezzadri
ed i proprietari terrieri, l’attività del locale Sindacato Agricolo
sorto nel 1920 che, malgrado la sua breve esistenza, molto si
adoprò per il miglioramento delle intese fra le due parti sociali
e le pagine relative alle piccole attività industriali esistenti
in loco ed essenzilamente connesse con la produzione del
vino e degli alcoolici. In questo campo emergono le famiglie Visocchi
e Marrazza: la prima titolare di uno Stabilimento Enologico nel
quale si lavoravano uve provenienti da vitigni francesi appositamente
importati dai Visocchi e ben ambientatisi nella piana e nei rilievi
collinari atinati (degno di particolare rilievo è il San Michele,
un vino rosso che ebbe un significativo successo anche fuori del
territorio nazionale). I Marrazza, invece, impiantarono una distilleria
che, localmente, ebbe un certo successo.
Al pari di Sora e Veroli, Atina puo
vantare una lunga tradizione artigianale specie nel campo della
lavorazione del legname e dei mobili, dei tappeti e delle coperte.
Esemplari di tale artigianato furono esposti nel 1925 in occasione
della Mostra del Mandamento di Alvito e di Atina.
Sempre a proposito del mondo degli
artigiani, l’A. offre al lettore, alle pp. 55-68, un interessante
ed inedito spaccato della vita cittadina pubblicando ampli stralci
di un quaderno sul quale Domenico Angelucci (classe 1887) ha annotato
fino al 1970 i “Ricordi di Atina. Civitas Saturni Lazio”. Qui,
accompagnati dai rispettivi soprannomi, sono riportati i nominativi
di molti artigiani attivi ad Atina nel secolo scorso fra i quali
appaiono anche alcuni orefici ed argentieri, ceramisti, artigiani
specializzati nel realizzare mattoni, tegole e coppi ed addetti
alla preparazione dei fuochi d’artificio che, immancabilmente,
accompagnavano nella zona tutte le festività religiose e determinate
ricorrenze civili.
Nel 2003 Vincenzo Orlandi e Patrizia
Patini pubblicano il volume 11 della Collana Historia dal
titolo: Il maiale. La gloriosa vittima: “glie puorche”.
Nella prima parte del libro l’Orlandi cerca di ricostruire la
storia dell’allevamento del maiale nella Valle di Comino nell’antichità
ed in età medioevale, un compito di certo non facile in considerazione
dello scarso numero di fonti archeologiche, archivistiche, epigrafiche
e letterarie disponibili. Comunque egli riesce a recuperare una
testimonianza scultorea di età romana rappresentata da una scrofa
che campeggia, accanto ad un lungo coltello sacrificale, nello
specchio epigrafico dell’iscrizione edita in CIL, X, 5073,
conservata nel Museo Civico Archeologico di Atina. Qui, in particolare,
viene menzionata una Munnia figlia di Caio, sacerdotessa
di Cerere, una divinità particolarmente amata dai plebei romani.
Essa era festeggiata l’11 o 12 aprile nelle Cerealia durante
le quali venivano immolati maiali; altri suini erano a lei offerti,
unitamente alle primizie dei campi, all’epoca dei raccolti.
La Patini, viceversa, ricostruisce
i tempi ed i modi dell’allevamento dei suini e della trasformazione
delle loro carni negli ultimi due secoli utilizzando ampiamente
due importanti opere conosciute, in verità, solo da pochi studiosi
operanti in zona: La Statistica del Regno di Napoli nel 1811
(Fonti e ricerche di storia economica, 3), a cura di D. Demarco,
Roma 1988 ed il volume IV dell’Inchiesta parlamentare sulle
condizioni dei contadini nelle province meridionali e nella Sicilia,
Roma 1909 a firma di Oreste Bordiga.
È del 2006 l’articolo “Atina nel
rituale religioso” apparso su Pratiche e riti alimentari
II. Atti del Convegno, Morolo, 6 febbraio 2005 (Incontri di
Morolo, 6 = Etnostorica. Archivio per le tradizioni popolari del
Lazio meridionale, 17), a cura di G. Giammaria, [Anagni] 2006,
pp. 91-106. In esso l’A. ricostruisce il rapporto esistente tra
feste religiose e cibo soffermandosi, ad esempio, sui piccoli
pani distribuiti il 3 febbraio in occasione della festa di San
Biagio, il santo nativo di Sebaste (centro dell’Armenia), protettore
della gola, molto venerato nell’Alta Terra di Lavoro come dimostrano
i due Comuni che lo ricordano nel nome (Monte San Biagio e San
Biagio Saracinesco). Va ricordato, per completezza di documentazione,
che il santo era invocato anche dagli agricoltori che, nel giorno
della sua festa, erano soliti portare in chiesa un pugno di cereali
per farli benedire dal sacerdote. Rientrati a casa li avrebbero
mescolati con la restante sementa al fine di poter raccogliere,
grazie alla protezione benevolenza divina, un abbondante raccolto.
Ad Atina, inoltre, il giorno precedente
la festa di San Giuseppe (19 marzo) “si organizzava il pranzetto
di San Giuseppe, caratterizzato da sette portate, in maggioranza
a base di legumi, oltre a baccalà lesso con peperoni ed
alla composta, un piatto assai saporito costituito da peperoni
cotti in acqua ed aceto e conditi con olive nere ed alici salate.
Il pranzetto era concluso dalle zeppole di San Giuseppe
e dalla distribuzione ai bambini della gustosa ciambellina all’anice
(peccellato)”.
Nel periodo pasquale, accanto ai
canescioni dolci o salati, ed alle pigne decorate
superiormente con una o più uova, la faceva da padrone glie
muarr, preparato con il “panno del capretto e lo si stende
a formare un fazzoletto in cui si pone parte delle interiora ben
lessate precedentemente; si aggiunge ricotta appassita, salsiccia
secca, odori a piacere, aglio a piccolissimi pezzi, uova sode”.
Il tutto viene messo al forno guarnito da un bel contorno di patate.
L’offerta di piccoli pani ai
bambini segnava le feste di Sant’Antonio di Padova e di San Francesco
d’Assisi mentre il 30 settembre, ricorrendo la festività del patrono
San Marco Galileo, primeggiavano le saporite e nutrienti minestre
di verza, zucche, zucchine e patate.
Nel passato, per il 2 novembre, erano
confezionate le ossa di morto, dolci realizzati con olio,
acqua, farina ed appena un pizzico di zucchero che trovano un
preciso confronto con gli ossetti de morto realizzati
a Roma e menzionati da A.
Alloro, “Glossario”, in Le cucine della memoria.
Testimonianze bibliografiche e iconografiche dei cibi tradizonali
italiani nelle Biblioteche Pubbliche Statali, II, Roma
e Lazio. [Catalogo della mostra Roma, Biblioteca Casanatense,
13 ottobre-20 novembre 1993, Roma 1995], p. 381. Esse rientrano,
al pari delle fave dei morti o fave dolci, in quella
serie di pasticcini un tempo preparati in occasione della commemorazione
dei defunti e che, non di rado, erano confezionati soprattutto
per i più piccoli.
Per l’8 dicembre, l’A. menziona il
timballo di zitoni al sugo, con polpettine di carne fritte, uova
sode ed abbondante scamorza, chiaro segnale dell’appartenenza
di questa Terra alla grande Nazione napoletana.
Per le feste natalizie non potevano
mancare i dolci realizzati con noci, mandorle tostate, miele,
pepe e buccia di arancia; l’arrivo del nuovo anno veniva, invece,
festeggiato con un lauto pranzo aperto dalla minestra di Capodanno:
nel brodo di gallina confluivano abbondante scarola (indivia
non riccia) ripassata in padella con aglio e peperoncino, polpettine
di carne, uova sode, il tutto accompagnato da una spolverata di
pecorino stagionato.
Concludo menzionando l’ultima fatica
di carattere storico della N. scritta ancora in coppia con l’ottimo
Orlandi: si tratta de Il maiale nero nella tradizione della
Terra di Lavoro, [Frosinone] 2006, pp. 142, peraltro, non
ancora consultabile nelle Biblioteche dell’Urbe.
Eugenio Maria Beranger
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