ARPINO: IL MONUMENTO A CICERONE DI FERRUCCIO VECCHI E'UN'OFFESA ALLA CULTURA

di Ugo Iannazzi

 

Questi due anni in cui Piazza Municipio ad Arpino è stata liberata dalla sgradevole statua raffigurante Marco Tullio Cicerone, opera dello scultore-squadrista Ferruccio Vecchi [1], hanno costituito un periodo felice per quanti hanno a cuore l’immagine del grande oratore latino e, nel contempo, in un così pregevole contesto desidererebbero veder inserita una testimonianza artistica di uno scultore ben più qualificato. E a tutti quelli che, negli ultimi mesi, hanno invocato la sua ricollocazione, occorre dire che ciò sarebbe un grande crimine morale e culturale!

Meglio lasciare il vuoto che deturpare di nuovo la Piazza con l’opera del Vecchi, che puó fare bella figura solo in un Museo degli errori! Né per l’Amministrazione vale l’attenuante che, essendo rimasta esposta per vari anni nella Piazza principale della città, è ormai entrata nell’affetto della popolazione: gli antropologi ci spiegano che in tutte le culture è spesso molto facile creare idoli da una pietra, da un legno, da un metallo ed altra cosa è essere certi della qualità e validità dei suoi valori. L’inclinazione a riconoscere comunque un qualsiasi simbolo, soprattutto nei contesti meno acculturati, nel nostro caso va respinta, perché la conoscenza, pur in ritardo ma comunque tempestiva [2], delle vicende storiche ed artistiche riguardanti l’opera e l’autore hanno opportunamente smascherato l’inconsistenza artistica e culturale di tale simulacro. 

Come si diceva, la fortunata rimozione del monumento fu dovuta ai lavori di ripavimentazione della Piazza e alla contestuale scoperta di un lungo e magnifico tratto sepolto di strada romana, lastricata con grandi basoli calcarei.

Io che assistetti quasi mezzo secolo fa, da scolaro, all’innalzamento della statua in occasione del bimillenario ciceroniano e che ho sempre ascoltato i mugugni di quanti l’avevano a malincuore subìta, ho dovuto constatare come finora, al di là delle affermazioni di sgradevolezza visiva, non ci sia stato nessuno studioso che, con rigore, abbia condotto un’attenta ricerca storico-artistica sull’opera e sull’ambigua figura del suo autore e che, nel contempo, ne denunciasse nero su bianco la povertà artistica. Negli occhi di tutti c’è stato sempre il volto di Cicerone del famoso e levigato busto in marmo, conservato nel Palazzo Municipale di Arpino, che, per opinione comune, si dice ripreso da Antonio Canova da un’antica scultura romana, ben diverso dalla sgradevole raffigurazione di Ferruccio Vecchi.

A metà degli anni ‘50 del passato secolo, il Comitato per il Bimillenario Ciceroniano [3] affidò la commissione della scultura, da innalzare sulla principale piazza di Arpino, al Vecchi e mai si è saputo quali fossero stati i criteri di selezione. Per quanto a mia conoscenza le poche opere scultoree del Vecchi sono raccolte, insieme ad un testo imbarazzante, in un rarissimo catalogo, recuperato solo qualche anno fa sul mercato antiquario dei libri, di una sua mostra tenuta nel 1940 a Roma, poi portata a Milano [4]. Nonostante attente ricerche, a parte un volume dedicato alle opere dei Musei e Gallerie di Milano [5], non mi è stato finora possibile rintracciare altre opere in pubblicazioni d’arte recenti, in mostre mercato, in aste pubbliche, né è stato finora possibile trovare una qualche valutazione di una sua scultura [6]. Al di là di essere detentore della palma di scultore del brutto, quanto sopra affermato ne fa al momento, oggettivamente, anche un carneade in campo artistico.

Già quando il monumento a Cicerone fu innalzato, tutti ne notarono la scostante goffagine e l’accentuata nudità che mal si collegava alla figura del grande oratore latino: il volto appariva gonfio e tumefatto, le proporzioni del corpo molto approssimate, la tunica era rappresentata con un legnoso, informe e spigoloso sviluppo di materia svolazzante. Non era un’opera basata sui canoni del realismo (è di tutt’altra qualità, sempre ad Arpino, il monumento ai Caduti della I guerra mondiale, opera dello scultore Domenico Mastroianni, la cui straordinaria capacità di plasmatore non è ancora sufficientemente conosciuta e studiata), né che rappresentasse altrimenti il personaggio attraverso un linguaggio artistico colto: era invece uno “sgorbio” che rendeva quasi caricaturale la “cavia” del malcapitato Cicerone.

Ma la sensazione di sgradevolezza che ne deriva, è dovuta all’impotente e velleitario gesto di un dilettante che, avendo concluso la sua carriera di ardito e di agitatore su sollecitazione dei potentati agrari ed industriali e poi di servitore ossequioso ed adulatore di Mussolini, in età abbastanza avanzata decide di dedicarsi alla scultura. A ciò si aggiungono le sue poco logiche riflessioni sull’arte, che appena possibile meriterebbero di essere riproposte al pubblico.

Tra le sue opere, pubblicate nel catalogo, colpisce L’Impero che balza dalla mente del Duce, che rappresenta un testone gigantesco ed assorto di Mussolini, dalla cui calotta cranica squarciata emerge una figura nuda dello stesso dittatore, dai muscoli così pronunciati da somigliare ad un Big Gim, il personaggio-giocattolo di plastica dei recordman del culturismo, gonfi di ormoni, che i bambini di oggi acquistano anche nelle edicole. Il Duce, ritratto con una gigantesca mandibola, impugna trucemente con la mano destra una spada con la punta rivolta al cielo e, con la sinistra, si appoggia alla scure del fascio littorio. Giorgio Di Genova così giudica quest’opera: “la continuità dell’Impero mussoliniano rispetto a quello dell’antica Roma, fu adottata anche dalla testa in bronzo dello squadrista-picchiatore Ferruccio Vecchi, autore del famoso, quanto assurdo, bronzo L’Impero balza dalla mente del Duce, esposto alla Biennale di Venezia del 1940, inaugurata poche settimane prima dell’ingresso in guerra dell’Italia, e da me già descritto e commentato: «Dal testone-salvadenaio del ‘duce’ schizza fuori un nudo culturista con sembianze ducesche (e la targa posta alla base esplicitamente ribadiva: ‘L’Impero a Sua Immagine e somiglianza’), sorta di Ercole che innalza un gladio con la destra mentre con la sinistra sorregge un fascio littorio, poggiato all’apertura del testone. Davvero un’opera in cui è condensato felicemente, specialmente se si coglie il volto scimmiesco del nudo, tutto il ridicolo misticismo di un’epoca, che fortunatamente è tramontata, ma che è durata troppo, lasciando fino ad oggi scompensi nella mente di taluni italiani» [7].

È questa un’opera tronfia, che come modello retorico fu amato così tanto dal suo autore che, stitico di idee, lo ripropose con poche varianti anche nel monumento di Arpino. Cicerone ha, infatti, la stessa postura di Mussolini: non brandisce più il gladio, ma protende davanti a sé il braccio nudo con un massiccio indice teso. La testa del Duce è sostituita dal volto già descritto e mancano ovviamente gli orpelli del fascio e del mascherone basale da cui germoglia il conquistatore dell’Impero, che è l’Impero stesso. Ma anche in altre opere ricorre il tema maniacale di anatomie squarciate che generano qualcosa: L’idea che balza dalla mente dell’uomo rappresenta una donna che emerge dal cranio lacerato di un uomo pensoso; ne La terra, spuntano fasci di spighe dalla pancia sventrata di un torso femminile; ne L’offerta del cuore due giovani con gli occhi chiusi cavano dal proprio torace, rimasto bucato, i propri cuori e reciprocamente se li scambiano.  Se un bozzetto di quest’ultima opera fosse fatto da uno scolaretto di prima elementare o comparisse in un cartone animato, potrebbe essere apprezzato; proposto, invece, da un individuo con pretese artistiche fa solo pensare ad un pensiero assolutamente puerile, intriso di lampante banalità. Anche in un’altra opera, Primavera, Prima maternità, ritorna l’ossessione del corpo squarciato: una fanciulla nuda estrae con la mano destra dal ventre bucato un germoglio. La figura del Vecchi, un caso per gli amanti dell’arte che supera ogni limite, merita oggi di essere meglio indagata e sicuramente riserverà ancora altre sorprese, che consentirebbero di valutare meglio le sue vicende biografiche ed “artistiche”, rimaste oscure al grande pubblico.

Rintracciando alcuni suoi dati biografici, che gentilmente mi sono stati forniti da Eugenio M. Beranger, al quale va la mia gratitudine, si apprende che nel 1919 Ferruccio Vecchi, insieme a Mario Carli [8], fondò l’Associazione tra gli Arditi d’Italia ed il giornale L’Ardito [9] che, con le sue intemperanze ed azioni squadriste preparò il terreno alla conquista del potere da parte del Fascismo. Vecchi frequentò con assiduità Tommaso Filippo Marinetti, che era divenuto promotore dell’Associazione Nazionale fra gli Arditi d’Italia ed aveva messo a disposizione la sua abitazione, la casa rossa, come sede della sezione milanese dell’Associazione degli Arditi; condivise le sue idee e insieme, a Milano, unirono l’Associazione degli Arditi, l’Associazione dei Fasci politici Futuristi ed i Fasci di Combattimento e con lui si rese protagonista di varie azioni, alcune delle quali sfociate in atti violenti e prevaricatori.

In un suo scritto Marinetti racconta, poi, un episodio che l’11 luglio 1919 li vide protagonisti a Roma a Palazzo Montecitorio:

“...ottenni da Bevione un biglietto d’invito per la Tribuna del pubblico a Montecitorio. Vi aspettai, con Ferruccio Vecchi, il momento opportuno, e alla fine di un lungo discorso tediosissimo di un socialista, sporgendomi sull’anfiteatro popolato di deputati, gridai rivolto a Nitti:

“A nome dei Fasci di Combattimento, dei futuristi e degli intellettuali...”.

Un deputato: Chi è?

Marinetti: Sono Marinetti.

Un altro deputato: Ascoltiamolo! (Agitazione, mormorii; poi, prodigiosamente, si forma un silenzio assoluto).

Marinetti (ad altissima voce):

“A nome dei Fasci di Combattimento, dei futuristi e degli intellettuali, protesto per la vostra politica e vi urlo: Abbasso Nitti! Morte al Giolittismo! Dichiaro che non può sussistere il Ministero dei sabotatori della Vittoria, degli schiaffeggiatori degli ufficiali, un Ministero che si difende coi carabinieri e coi poliziotti! La vostra viltà è lo scherno più grossolano ai sacrifici dei combattenti, che vi disprezzano e vi negano ogni diritto di rappresentarli più oltre. Vergognatevi! La gioventù italiana, per bocca mia, vi urla: Fate schifo! Fate schifo!

Confusione, grida, urli, lotta di Marinetti con gli uscieri e i carabinieri, mentre Vecchi continua a inveire contro Nitti ad alta voce”.

Lo stesso Vecchi nel volumetto Arditismo civile, edito a Milano nel 1920 (2 ediz.) a p. 26 ricorda come L’Ardito l’11 luglio 1919 “inviò due suoi giornalisti d’assalto, Marinetti e me alla Camera, che da una tribuna scompigliarono l’assemblea dei podagrosi, gridando a Nitti «porco!» ed a tutti gli onorevoli lo schifo dei combattenti.Mario Giampaoli ricorda come in vista delle elezioni del 1919 il capitano Ferruccio Vecchi, Cecilio Pontiggia e Giuseppe Tegon furono chiamati alla “Commissione d’organizzazione comizio e squadre” [10]. Vecchi condivise le idee marinettiane contenute nel Manifesto del Futurismo, dove al punto 9 si legge: “Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna” ed al punto 10: “Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria”. Propugnò il programma e le idee illustrate nel Manifesto del partito futurista italiano redatto da Marinetti e pubblicato in Roma futurista il 20 settembre 1918. Tra esse al punto 3 figura anche l’“Abolizione di molte università inutili e dell’insegnamento classico” [11]!. Questo fa pensare a quale incredibile paradosso si è creato nel conferirgli l’incarico di dare forma al monumento a Marco Tullio Cicerone, sommo emblema della cultura classica nel mondo! Ma bisognerebbe riportare alla luce anche tutte le azioni da ardito del Vecchi e tutti i suoi scritti andrebbero riletti e commentati 12.

Una semplice occasione è riproposta da una fotografia comparsa qualche tempo fa sul mercato del collezionismo (Archivio dell’Arengario), scattata a Milano il 16 aprile 1920 dal camerata Piero Bolzòn (Genova 1883-1945), in Viale Vittoria, all’angolo tra il Laboratorio Beraducci e la Farmacia Remotti, dirimpetto alla casa di Giacinto Menotti Serrati, direttore de L’Avanti! [13] .

“La foto”, a detta di Domenico Cammarota, “è un documento storico eccezionale, perché documenta in presa diretta un’azione squadristica ante litteram, ossia l’agguato, con relativa bastonatura e taglio della barba, al Serrati, reo di aver scritto il giorno prima su L’Avanti!, un fondo di prima pagina reputato offensivo per gli Arditi” [14]. Dalla didascalia, scritta sul retro, si ricavano i nomi dei componenti il gruppetto di arditi e futuristi protagonisti dell’aggressione: Ferruccio Vecchi, Edmondo Mazzuccato [15], Piero Bolzòn [16], Albino Volpi, Gino Coletti [17] ed Umberto Maurelli. Nella foto si riconoscono Ferruccio Vecchi, Edmondo Mazzuccato (col cappello) e Serrati, che leva in alto l’ombrello, a mo’ di bastone, per difendersi. L’episodio viene anche riportato da Giulio Alberto Chiurco: “A Milano il cap. Vecchi, valoroso fascista, percuote il direttore dell’Avanti! Menotti Serrati. Quest’ultimo, ritrovato un po’ più tardi il cap. Vecchi, lo assale spalleggiato da altri amici socialisti, ma il fascista si difende” [18].

In Arditismo civile p. [3] lo stesso Vecchi con vanto così riporta l’episodio: “la prima opera di Ferruccio Vecchi è un fatto, non un libro scritto: lo SFASCIAMENTO del giornale bolscevico AVANTI! compiuta il 15 aprile 1919, capeggiando vittoriosamente il Popolo Milanese”. È sua anche la più dettagliata versione dei fatti del 15 aprile [19] riportata nel riassunto fornito dal Rochat [20]

“Per quel giorno (15 aprile, n.d.r.) i socialisti milanesi avevano proclamato lo sciopero generale in segno di protesta contro l’uccisione di un loro militante per mano della polizia, con un grande comizio ed un corteo nel centro della città. Gli arditi, capeggiati da Ferruccio Vecchi, si incaricarono di organizzare una risposta con una contromanifestazione patriottica che non superò i trecento aderenti, tra cui però erano una quarantina di arditi armati ed una ventina di ufficiali di complemento iscritti al Politecnico. Quando il corteo socialista si affacciò all’ingresso di piazza Duomo, gli arditi lo attaccarono lanciando bombe a mano e sparando revolverate e lo volsero rapidamente in fuga, poi si diressero verso la sede dell’Avanti! in via San Damiano. Il cordone di soldati che presidiavano l’edificio fu travolto facilmente (un soldato restò ucciso), la resistenza dei redattori socialisti fu sopraffatta dal nutrito fuoco degli assalitori e la sede del quotidiano operaio fu conquistata, sistematicamente devastata e poi data alle fiamme. I vincitori della ‘battaglia’ si recarono indisturbati a omaggiare Mussolini che era rimasto alla sede del suo giornale per prendere le distanze dall’aggressione degli arditi, non priva di rischi se la polizia o i socialisti avessero agito con decisione. Nei giorni seguenti Vecchi e Marinetti, che avevano diretto le operazioni, dovettero scomparire dalla circolazione, ma, convocati dal ministro della guerra Caviglia, giunto appositamente a Milano, si sentirono dire che il loro gesto ‘aveva salvato la nazione’”.

Mario Giampaoli riporta l’arresto del Vecchi dal 18 novembre al 9 dicembre 1919 [21].In un rapporto dell’ispettore di Polizia Giovanni Gasti del 1919 il Vecchi, più volte ricordato, viene segnalato come “fervente interventista” e così descritto: “È un giovane bruno, alto, pallido, scarno, cogli occhi infossati, solo a vederlo gli si attribuisce le stigmate di una degenerazione morbosa. È infatti un tubercolotico ed ha degli etici tutta la eccitabilità e tutta la patologica impulsività. Parla con estrema violenza senza misura di sostanza e di forma [...] Nei momenti più salienti delle pubbliche manifestazioni perde la testa, parla come un ossesso, ed è preso da un vero delirio demagogico. Allora diventa realmente pericoloso. Egli si è forse autosuggestionato di essere una spiccata personalità del suo ambiente ed ha l’ambizione di mettersi in evidenza in prima linea, ma non ha né l’intelligenza né le qualità per diventare realmente un capo o uno dei capi” [22].Un’altra foto, dell’ottobre del 1922, ritrae Ferruccio Vecchi in camicia nera sulla Porta di Piazza del Popolo a Roma insieme al gruppo dei maggiori protagonisti della Marcia su Roma. Al suo fianco sono riconoscibili Benito Mussolini, Italo Balbo ed Emilio De Bono [23]. Ferruccio Vecchi con le sue parole, con gli scritti e con le sue gesta facinorose promosse, allenò e guidò stuoli di adepti e fu protagonista di quegli atti sovversivi chiamati “azioni squadriste”, che per vari anni colpirono violentemente l’Italia e le organizzazioni, o le singole persone, che si opponevano alla presa del potere da parte del fascismo. Esse consistevano in “spedizioni punitive”, di norma contro una sede socialista o sindacale, ma anche di altri movimenti rivali, come i popolari, i repubblicani e perfino contro fascisti “eretici”, oppure contro singoli esponenti dei suddetti movimenti. L’azione spesso era spettacolare, tesa ad impaurire l’avversario, a scoraggiare i suoi sostenitori e a intimidire per condizionare gli indecisi a favore dell’idea fascista.

Gli squadristi si avvicinavano cantando a squarciagola su camion scoperti ed agitando armi e manganelli, quindi davano assalti che culminavano in sistematiche devastazioni. Molte sedi e case di avversari furono devastate, le suppellettili e le pubblicazioni propagandistiche furono bruciate sulle strade, gli esponenti delle fazioni avverse furono duramente bastonati (manganellati) e costretti a bere olio di ricino. Ma in molti casi queste azioni portarono anche alla morte delle vittime [24] per le percosse o, in certi casi, per intossicazioni da ricino e frequenti furono gli scontri a fuoco, talvolta con uso di armi da guerra illegalmente detenute.

Fu praticamente una guerra civile, che costò, a parere di alcuni storici, quasi 2000 morti. Ma il Vecchi dimostrò di essere una testa calda difficile da gestire anche all’interno delle formazioni fasciste e fu coinvolto in vari comportamenti ritenuti scorretti ed infami anche dai suoi camerati. Subì un processo per “ingiurie contro la persona del Sommo Pontefice” dal quale uscì assolto [25]. Sempre da L’Ardito [26] si apprende che il 16 gennaio 1921 la loro Associazione Nazionale richiese al Vecchi “esplicitamente e per iscritto di rassegnare irrevocabilmente le sue dimissioni entro il giorno 22 c.m. riservandosi trascorsa tale data, di prendere quei provvedimenti che più ritenesse opportuni”.

Il giorno precedente il Vecchi e la Commissione d’Inchiesta dell’Associazione furono sentiti alla presenza del Consiglio Centrale dei Fasci Italiani di Combattimento e di Mussolini. La Commissione lo accusò di scarso interessamento verso la vita dell’Associazione; dal punto di vista politico di “fare politica personale avendo creato e approfondito il nostro dissidio coi Fasci di combattimento”; di non aver tenuti sufficenti rapporti con i sodalizi locali degli arditi e di non aver adeguatamente sviluppato le “scuole dell’Arditismo civile”. In particolare gli si rimproverava l’incontro “con alcuni dirigenti della Camera del Lavoro di Milano” ed un colloquio a Roma con Nicola Bombacci ed inoltre di aver sottratto, pare per una sua pubblicazione, Arditismo civile, somme destinate al giornale ed all’Associazione e vi si affermava che “la vita privata che conduce il sig. Vecchi, non solo è inconcludente, ma è addirittura in contrasto ai concetti propugnati, in modo particolarissimo da lui stesso e ne L’Ardito e nell’Arditismo Civile.

Il 13 marzo 1921 il Consiglio nazionale degli Arditi espulse il Vecchi dall’Associazione e nella stessa occasione fu espulso anche dai Fasci Italiani di Combattimento [27]. In seguito alle denunce che gli vennero sporte finì in prigione [28]. Le violente azioni squadristiche che il Vecchi promosse insieme ai suoi arditi, ai sansepolcristi e ai marinettiani, contro organizzazioni di sinistra e classe operaia e che in molti casi portarono a scontri cruenti con decine di vittime, nel 1940 nel catalogo della sua mostra vengono da lui disinvoltamente definite semplici “manifestazioni di giovinezza” fatte “or scrivendo ed or accendendo qua e là qualche focherello”. 

Uno degli scontri più duri delle squadracce fasciste avvenne a Parma nella zona Oltretorrente nell’agosto 1922, quando migliaia di squadristi (forse 20.000) assaltarono le barricate innalzate da alcune centinaia di cittadini parmensi. È probabile che all’operazione il Vecchi non partecipasse personalmente, ma sicuramente vi intervennero gli arditi che da “capitano” lui aveva formato militarmente. A terra rimasero 44 corpi in prevalenza appartenenti alle squadracce fasciste ed i feriti superarono i 150. Nell’ottobre Balbo organizzò una seconda spedizione punitiva con l’intervento ancora degli arditi milanesi, e la lettera, qui riportata, indirizzata a Mussolini, fornisce molti ragguagli sulla vicenda, ivi compreso la richiesta di denaro per finanziare la spedizione.

 

Borgo S. Donnino 9 Ottobre, notte.

Carissimo Mussolini,

come ti diranno Ponzi e Farinacci il convegno di stasera ha stabilito le modalità tattiche dell’azione di Parma. Per i borghi Naviglio e Valerio gli obbiettivi non sono ancora stati precisati dagli amici Parmensi; per l’oltre torrente è il seguente:

all’alba del giorno fissato occupazione simultanea dei tre ponti Umberto, Caprazucca e di Mezzo, delle Barriere Nino Bixio e D’Azeglio, della Clinica e dei Giardini in modoché il quartiere sia completamente circondato. Ad occupazione avvenuta si concede una tregua per l’esodo dei vecchi, bimbi, donne ed estranei e si inizierà poscia la battaglia che terminerà con l’epurazione di Parma vecchia e con alte fiamme che saliranno al cielo. Alla truppa che eventualmente intervenisse i fascisti risponderanno come la truppa rispose ai fascisti nell’agosto. Per quello che riguarda la preparazione morale tutti sono concordi nel chiederti almeno un’abile corrispondenza da Parma da pubblicarsi sul Popolo e da far riprodurre dal Carlino e Giornale di Roma, corrispondenza che impressioni l’opinione pubblica [...] La giornata fissata per l’inizio sarebbe sabato (notte dal venerdì a sabato)

ti va? I milanesi parteciperanno anch’essi all’azione con i fascisti scelti di Piacenza Cremona Mantova Reggio, Bologna Modena e Ferrara. Per riserva farò muovere anche Carrara. Vedrai che l’azione riuscirà; l’unico ostacolo per ora è nelle finanze. Si potrebbero trovare all’uopo un po’ di quattrini? Io rimango a Borgo a coordinare i piani e a preparare ogni particolare.

Con tanti cordiali saluti.                                                                                               Italo Balbo [29] .

 

Il Cordova segnala come industriali, aristocratici ed alcune banche meneghine foraggiassero gli arditi e che il Vecchi per un certo periodo fosse emigrato oltreoceano, ove visse facendo lo scultore. “Tornò in Italia a regime ormai consolidato e riuscì a rientrare nelle grazie di Mussolini che presenziò perfino ad alcune sue personali” e sulla base dell’articolo di R. Cantore, “Sul borderò del Duce”, in Panorama del 22 febbraio 1987, pp. 106-121, il Di Genova ricorda come il Vecchi abbia ricevuto sovvenzioni da parte del Ministero della Cultura Popolare. Talvolta sconfessato da Benito Mussolini, che nei momenti cruciali assumeva posizioni moderate e di distanza dalle violenze di piazza, il Vecchi rimase sempre legato a lui ed in ogni occasione non mancò di tributargli sentimenti adulatori, di sviscerato apprezzamento.

E per i suoi servizi prestati al Duce egli nel 1940 si avventura a chiedere, in una visione paranoica, quasi una compensazione: “Sono un mitoplasmatore. Ma se c’è un ufficio stampa di Stato, invoco un ufficio statue, onde non si finisca, a poco a poco, nello spappolamento e nella decomposizione cadaverica del surrealismo che infesta ora altre nazioni; e cui la mia scultura sta dando la sana e tremenda frustata”.  Come si sa le opere d’arte surrealiste sono ben sopravvissute alle “frustate” di Ferruccio Vecchi e magnificamente si conservano e si ammirano nei maggiori Musei di Arte Moderna del mondo! Pur di guadagnare sovvenzioni statali realizzò opere caratterizzate da straripante idolatria, retorica, trionfalismo: non sbaglierebbe chi le definisse di tipo pompier.

Il monumento di Arpino, già giudicato brutto e banale da vari e importanti critici d’arte, ed io aggiungerei degradante, quando tornerà ad innalzarsi di fronte ai reperti dell’antica strada romana, sarà assolutamente inadatto a celebrare la figura del grande oratore classico, la cui rappresentazione meriterebbe di essere affidata a nuove e più degne mani d’artista.

A mio avviso, infatti, i requisiti fondamentali, che un’opera d’arte da esporre pubblicamente deve avere, consistono in due chiari ed indiscussi elementi: 

1.   il contributo che essa offre al dibattito artistico generale per qualità estetica, poetica, di originalità segnica o dei valori che comunica;

2.   la figura, o il “nome”, dell’autore che garantisce con la sua fama, il suo carisma, la sua coerenza di creatore di metodi e procedimenti artistici un suo personale percorso di ricerca ed affermazione di idee originali e di tendenza, condivise dal mondo della cultura.

Nel caso di Ferruccio Vecchi già non esiste il primo elemento ed il secondo, invece di aggiungere valore all’opera, nella realtà gliene sottrae, essendo un autore dilettante, conosciuto oggi solo per le sue attività negative, violente e sovversive. Questo è un discorso da sostenere sempre, ovviamente, che non riguarda unicamente il “personaggio” Ferruccio Vecchi, ma da estendere in generale ad ogni altro caso che, per assurdo, possa verificarsi, qualora un committente pubblico commissionasse un’opera ad uno pseudoartista dell’ultim’ora, per di più riconciuto agitatore, fautore ed attivista al soldo di dittatori esecrabili (tanto per fare qualche esempio, si potrebbero citare quelli che nell’ultimo mezzo secolo hanno insanguinato la Romania, l’Argentina, il Cile, l’Iraq, personaggi, cioè, distintisi sulla scena mondiale per aver fomentato idee antidemocratiche di restrizione della libertà e di eliminazione fisica dei loro concittadini). 

Ferruccio Vecchi soprattutto tra il 1919 e il 1921 partecipò attivamente a quella forte strategia della tensione che fece scorrere sangue e che portò alla presa del potere da parte del Duce e all’instaurazione del regime fascista e la sua figura equivale a quella di un qualsiasi terrorista, conclamatamente reputato tale dalla storia, ritenuto responsabile di atti cruenti o di tensione.

Credo che oggi non vi sia alcun Ente pubblico che consenta ad un terrorista riconosciuto tale, ad un organizzatore o esecutore di stragi, come per es. quella della Banca dell’Agricoltura a Milano, o della Stazione di Bologna, o di Via Fani, ecc., di creare un monumento che celebri un famoso personaggio della classicità!

Se un’Amministrazione pubblica, allorché deve assumere un semplice operatore ecologico, sta molto attenta ai profili morali e di fedina penale dei candidati che concorrono, la stessa non può permettersi che venga esposto nella piazza principale del paese un monumento realizzato da un personaggio così equivoco, vuoto di cultura, per di più compromesso con lo squadrismo.  I nostri politici, tutti, a partire da quelli degli enti locali a quelli statali, se permettono che ritorni sulla Piazza di Arpino quel monumento, ogni anno in occasione del Certamen Ciceronianum non potranno più fare discorsi di pace, fratellanza, democrazia, civiltà, rispetto dell’uomo e dei popoli senza ricorrere all’ipocrisia.

Anche nei momenti normali della vita democratica bisogna stigmatizzare con scelte coraggiose le strategie della tensione, che, fomentate da forze illiberali, potrebbero di tanto in tanto ricomparire all’orizzonte, per mettere a repentaglio le nostre talvolta fragili conquiste politiche e sociali.  E come cittadino di Arpino, per celebrare Cicerone, mi chiederò sempre se sia degno, dopo la sua infausta ricollocazione, mostrare di nuovo al mondo un’opera plasmata da mani che direttamente o indirettamente gli storici hanno dichiarato lorde del sangue di lavoratori, operai, intellettuali e forze politiche contrarie al fascismo e di non pensare, invece, di proporre un concorso tra artisti di chiara fama, che aggiungano valore al personaggio da celebrare e alla città che ne espone il monumento.

A mio avviso, in questo caso la pregiudiziale morale deve avere il sopravvento anche su qualsiasi altra pregiudiziale, compresa quella della presunta e fortemente discutibile qualità artistica.

Arpino, 25 gennaio 2008

N.B.

Questo testo potrà arricchirsi di nuovi elementi, ove nella prosecuzione della ricerca emergessero ulteriori fonti utili.



NOTE

* Ricerche bibliografiche di Eugenio M. Beranger. Una ricerca scientifica sulla personalità del Vecchi è stata iniziata solo in tempi recenti, quando è stato rintracciato un suo introvabile catalogo di sculture e alcuni brani di scritti, che hanno gettato luce sulla sua imbarazzante personalità.

[1] Nato il 21 aprile 1894 a Sant’Alberto (Ravenna), frequentò all’Università di Bologna la Facoltà di Ingegneria, senza peraltro laurearsi, ma P. Bonfiglioli asserisce il raggiungimento della laurea nel 1914. Dopo l’esperienza bellica, nel 1919 Mussolini gli affidò la fondazione del Fascio di Bologna per poi candidarlo nella sua Lista nazionale, capeggiata dal futuro Duce e da Tommaso Marinetti. Per il fondatore del Futurismo, sempre in quest’anno, scrisse la prefazione al volume 2 Improvvisazioni, edito nella Collana “Edizioni esplosive” de L’Ardito. Con Marinetti andò a Fiume dove, però, rimase solo pochissimi giorni, forse per dissidi insorti con D’Annunzio. Sempre nel 1919 (mese di novembre) a Milano è tratto in arresto insieme a Mussolini ma, poco dopo, i due furono rilasciati. Nel gennaio di due anni dopo fu allontanato dalla direzione de L’Ardito avendo sia propugnato un’alleanza con i socialisti, sia commesso consistenti irregolarità di carattere amministrativo; subito dopo l’espulsione fondò Popolo ardito per poi essere radiato anche dai Fasci di Combattimento. Il Vecchi, con Mario Carli e Giuseppe Bottai, avrebbe fondato a Roma anche Le Fiamme. Giornale dell’arditismo, il cui primo numero uscì il 24 maggio 1920. Si trattava del periodico (settimanale) dell’Associazione fra gli Arditi d’Italia, ma ebbe vita molto breve, vd. O. Majolo Molinari, La stampa periodica romana dal 1900 al 1926 (Scienze morali, storiche e filologiche), I, Roma 1977, p. 312. Dal volume II della stessa opera, p. 574, apprendiamo che collaborò con l’edizione romana de Il Popolo d’Italia, le cui pubblicazioni cessarono il 30 settembre 1925 per lasciare il posto a Il Popolo di Roma. Per un inquadramento biografico del personaggio in questa sede ci limitiamo a rimandare ad A. d’Orsi, in Il dizionario del futurismo, II, [Firenze 2001], pp. 1207-1208.

[2] Il 5 novembre 2007 il sottoscritto, intervenendo presso il Comune di Arpino al dibattito tra i responsabili degli Enti interessati al problema, ha espresso in modo documentato il suo dissenso alla ricollocazione dell’opera, ma, nonostante ciò, si è deciso di non tenerne conto, tanto che in questi giorni ne è già stato riposizionato il piedistallo.

[3] La posa in opera della scultura è annunciata nell’articolo “Sorge in Arpino il monumento a M. Tullio Cicerone”, in Cicero. Informazioni e note a cura del Centro Studi Ciceroniani, I, 1958, fasc. 1, pp. 17-20 e a p. 17 si leggono frasi di maniera che illustrano le caratteristiche dell’opera: “Il monumento, opera dello scultore Ferruccio Vecchi, ci presenta Marco Tullio Cicerone in piedi, libero della toga, quasi per meglio offrirsi alla lotta. Il braccio destro è alzato e proteso; l’indice addita all’accusa; lo sguardo, magro e vivo, filtra tra le palpebre lievemente basse, come a mirare lontano ove sta il bersaglio: ognuno che minacci la salvezza della grande Patria, Roma. Ma dal viso, pur atteggiato al disprezzo, traspare un’espressione di intima profonda amarezza, la quale, anzi che togliere energia al gesto, lo riveste di un velo di umana bontà. Come tutte le membra, anche le linee della toga, che gli gioca viva attorno, guidano al braccio levato alto, conducono alla mano chiusa e all’indice implacabile”. Ma nessun riferimento viene fatto ai meriti artistici dell’autore. Nell’articolo “Inaugurato ad Arpino il monumento a Cicerone: discorsi dei Proff. Paratore, Levine, Ferrabino”, in Cicero. Informazioni e note a cura del Centro Studi Ciceroniani, I, 1958, fasc. 2, pp. 5-14, a p. 5 si legge: “il monumento è inaugurato alla presenza del presidente del Consiglio on. Adone Zoli, di Giulio Andreotti, presidente del Centro Studi ciceroniano, di Epifanio Chiaromonte, prefetto di Frosinone, e del sindaco di Arpino Arturo Sangermano”. Nell’articolo vengono riportati i discorsi degli oratori, ma non viene fatto alcun accenno all’“artista” Vecchi.

[4] Mostra personale dello scultore Ferruccio Vecchi: Milano-Roma, Il mito del Duce nella scultura, 2 ediz. a cura della Confederazione Fascista Professionisti e Artisti, [Milano-Roma 1940-XVIII]. 

[5] L. Caramel-C. Pirovano, Galleria d’Arte Moderna. Opere del Novecento (Musei e Gallerie di Milano), [Milano 1974], a p. 68 riporta le foto di 5 bronzi del 1941 del Vecchi, tutti acquistati dal regime fascista, tra cui: Hitler ideale germanico ed Adolf Hitler Führer della Germania; Il Duce; S.M. il Re d’Italia e S.A.R. il Principe di Piemonte.

[6] Dal d’Orsi sappiamo che partecipò, per volere di Mussolini, alla XXII Biennale di Venezia tenutasi nel 1940.

[7] G. Di Genova, “Iconografia del Duce (1923-1945)”, in “L’Uomo della Provvidenza”. Iconografia del Duce 1923-1945. Catalogo della Mostra, Seravezza, Palazzo Mediceo, 19 agosto-21 settembre 1997, Bologna [1997], p. 25.

[8] Nato nel 1889 e morto nel 1935 aderì alla campagna per l’intervento dell’Italia nella I Guerra mondiale contro gli Imperi centrali per poi partecipare fra gli Arditi al conflitto stesso. Dopo Caporetto, fondò con Marinetti e Emilio Settimelli Roma futurista. Giornale del Partito politico futurista, la cui redazione si trovava proprio al fronte. Ben prestò si avvicinò al movimento fascista nel quale si distinse per la fondazione del Fascio di Roma. Sempre nel 1919 partecipò all’impresa di Fiume. Nel 1923 fondò con Settimelli il quotidiano L’Impero che verrà edito fino al 1929; due anni dopo appare fra i firmatari del Manifesto degli intellettuali fascisti agli intellettuali di tutte le Nazioni, redatto dal filosofo Giovanni Gentile. Dopo il 1930 fu console, dapprima, a Porto Allegre (Brasile) e, quindi, a Salonicco (Grecia). Ha composto numerose opere letterarie e testi legati all’esperienza futurista e fascista, vd. P. Magnarelli, in Dizionario biografico degli Italiani, XX, Roma 1977, pp. 168-173.

[9] La pubblicazione de L’Ardito fu finanziata dagli industriali milanesi e lombardi, come ricordato da P. Caccia, M. Mengardo, “Marinetti attraverso i periodici della Braidense”, in La grande Milano tradizionale e futurista. Marinetti e il futurismo a Milano. Catalogo della Mostra, Palazzo di Brera, Biblioteca Nazionale Braidense Sala Teresiana. Accademia di Belle Arti Sala Napoleonica, 10 ottobre-18 novembre 1995, [Milano 1995], pp. 83-84.

[10] M. Giampaoli, 1919, Roma-Milano 1928, pp. 157-162.

[11] Le origini del fascismo. Nascita e conquista del potere - Italia 1919-22 (Giorni di storia, 12), a cura di A. Cherchi, G. Garelli ed E. Manera, Roma 2003, p. 20. In questo volumetto sono anche descritte alcune azioni squadristiche con foto di assalti e distruzioni e vi è riportato l’inno rituale dedicato al San Manganello: “O tu santo manganello / Tu patrono saggio e austero / Più che bomba e che coltello / Coi nemici sei severo; / Di nodosa quercia figlio / Ver miracolo opri ognor / Se nell’ora del periglio / Batti i vili e gl’impostor. / Manganello, Manganello / Che rischiari ogni cervello / Sempre tu, sarai sol quello / Che il fascista adorerà [...]”, pubblicato anche in E. Gentile, Il culto del littorio, Roma-Bari 1994. La violenza squadrista si manifesta in forme virulente, ben descritte da Italo Balbo nel suo Diario 1922. La spedizione di Parma del 4 agosto 1922 ne è un esempio: migliaia di squadristi, armati di manganelli e rivoltelle vogliono ridurre al silenzio cittadini, operai, intellettuali. Sull’argomento vd. G. Rochat, Italo Balbo, lo squadrista, l’aviatore, il gerarca, Torino 2003.

[12] è autore delle seguenti pubblicazioni: Arditismo civile, Milano 19202; La tragedia del mio ardire, Milano 1923; I diritti dell’intelligenza, Roma 1924; Piacere e morte. Tre resurrezioni, Firenze 1926 e Ferruccio Vecchi Vorgestellt von Benito Mussolini. Endlich ein neuer Kunstausdruck!, [Roma 1941].

[13] Esattamente un anno prima, il 15 aprile 1919, il Vecchi già aveva guidato un gruppo di fascisti all’assalto della direzione del giornale socialista. L’episodio è narrato dallo stesso protagonista nel volume Arditismo civile cit., p. 143 ed è citato anche da N.S. Onofri, I giornali bolognesi nel ventennio fascista, [Bologna 1972], p. 17. Giacinto Menotti Serrati diresse il giornale socialista dall’ottobre del 1914 al marzo 1923, vd. Ente per la Storia del Socialismo e del Movimento Operaio Italiano, Periodici tratti dalle raccolte della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (Bibliografia del Socialismo e del Movimento Operaio italiano, 1, Roma-Torino 1956, pp. 73-74.

[14] Convenzionalmente si ritiene che questa sia stata la prima azione squadrista vera e propria avvenuta poche settimane dopo la fondazione a Milano dei Fasci di Combattimento.

[15] Ha scritto Da anarchico a sansepolcrista. Anteguerra, la guerra, gli arditi dall’armistizio alla Marcia su Roma (Collana della Grande Guerra), Milano 1934.

[16] Nato nel 1883 partecipò alla I Guerra mondiale per poi essere tra i fondatori dell’Associazione Nazionale fra gli Arditi d’Italia nonché, per un certo periodo, direttore de L’Ardito, suo organo di stampa, ed anche presidente della detta Associazione. Nel campo giornalistico fu redattore di Roma futurista. Giornale del Partito politico futurista. Mutilato per cause belliche, aderì al movimento fascista rivestendo, successivamente, dapprima la carica di segretario del Fascio milanese (1920-1921) e, quindi, di quello genovese (1921-1922). Nel 1926 fu nominato sottosegretario alle Colonie e nel 1929 consigliere di Stato. Ha scritto numerose pubblicazioni, alcune delle quali riguardanti l’America Latina dove, nel 1905, era emigrato in Argentina. Si consulti Chi è? Dizionario degli Italiani d’oggi, Roma 19363, pp. 111-112 e, per la sua esperienza artistica, D. Cammarota, in Il dizionario del Futurismo, a cura di E. Godoli, I, [Firenze 2001], pp. 152-153.

[17] A lui si devono: Peppino Garibaldi e la legione garibaldina. Episodi e aneddoti, tipi e figure, appendice polemica, Bologna 1915 e Due anni di passione ardita. Cronistoria dell’Associazione Nazionale fra gli Arditi d’Italia 1919-1921, Milano s.d.

[18] G.A. Chiurco, Storia della Rivoluzione Fascista, II, Anno 1920, Firenze 1929, p. 46.

[19] F. Vecchi, “La battaglia del 15 aprile 1919, in L’Ardito d’Italia. Giornale di tutte le fiamme. Numero speciale annuale milanese, del 19 gennaio 1936, pp. 31-36.

[20] G. Rochat, Gli Arditi della grande guerra. Origini, battaglie e miti (La clessidra di Clio. Collana di testi e studi storici, 9), Corte S. Ilario 19902, pp. 119-120.

[21] M. Giampaoli, 1919, Roma-Milano 1928, p. 321.

[22] F. Cordova, Arditi e legionari dannunziani (Saggi, Nuova Serie, 14), Padova 1969, p. 33 nota 54.

[23] Vd. P. Milza, S. Berstein, Il Fascismo (Storia Universale, 23). Traduzione in italiano di M.G. Meriggi, titolo originario dell’opera: Le fascisme italien. 1919-1945, a cura del Corriere della Sera, Bergamo 2004, foto 12, tra le pp. 178-179.

[24] Dal 15 aprile 1919 l’Italia viene scossa da una guerra civile strisciante, che vedrà tre fazioni principali, dai contorni non sempre netti: i fascisti, i socialisti, le istituzioni, generalmente deboli, irresolute, spesso pronte a chiudere un occhio sulle violenze fasciste (considerate “male minore” rispetto a quelle dei socialisti).

[25] Vd. L’Ardito, II, 1920, n. 41 del 9 ottobre, p. 4; “Il processo contro Ferruccio Vecchi”, II, 1920, n. 42 del 16 ottobre, p. 4.

[26] Vd. “Il caso Vecchi”, in L’Ardito, III, 1921, del 22 gennaio, n. 4, p. 4.

[27] Vd. “Diffida” in L’Ardito, III, 1921, numero incompleto e privo di data.

[28] Vd. “Ferruccio Vecchi arrestato per truffa”, in L’Ardito, III, 1921, n. 26 del 25 giugno, p. 3 e “Il processo Bolzon-Vecchi”, in L’Ardito, III, 1921, n. 6, p. 4. Il Bolzòn nel frattempo era stato nominato direttore de L’Ardito.

[29] La lettera ha varie correzioni a penna e la seguente aggiunta a mano «Lettera scritta malissimo per molte buone ragioni, non ultima quella dell’ora avanzata e della grante stanchezza»”. Da: A. Repaci, La Marcia su Roma, mito e realtà, II, Cassino-Roma 1963, documento 11 tra le pp. 16-17.

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Il monumento a Cicerone prima della sua rimozione

 

La statua di Ferruccio Vecchi raffigurante "L'Impero che balza dalla mente del Duce"

 

Particolare della statua di Ferruccio Vecchi raffigurante "L'Impero che balza dalla mente del Duce"

 

La scultura di Cicerone prima della sua rimozione, durante lo scavo per portare alla luce il tratto di strada romana

 

Il pregevole tratto di strada romana rinvenuto nello scavo di Piazza Municipio; la statua di Ferruccio Vecchi è stata rimossa

 

Copertina del raro catalogo della Mostra di Ferruccio Vecchi "Il mito del Duce nella scultura" La fisionomia di Mussolini, personalità venerata dallo scultore, è qui rappresentata con caratteri "animaleschi"

 

L'offerta del cuore cuore. Nota dell'autore "Il Cuore è offerto ad occhi chiusi"

 

La Primavera. Prima maternità

 

L'idea balza dalla mente dell'uomo. Nota dell'autore:" Ho sentito il bisogno di compiere quest'atto chirurgico per svelare il mondo dello spirito. Ciò che distingue l'uomo dall'animale, o l'essere evoluto dal bruto è la possibilità di manifestare un'idea universale, utile a tutti i suoi simili"

 

Dedica a Benito Mussolini a p.6 del catalogo

 

"Movimentata istantanea eseguita da Piero Bolzon: il taglio della barba al direttore dell'Avanti!........ (16 aprile 1920)

 

Foto giovanile di Ferruccio Vecchi, pubblicata nel catalogo della Mostra "Il Mito del Duce nella scultura"

 

Roma, Porta Flaminia in Piazza del Popolo, Ferruccio Vecchi, indicato dalla freccia. è ripreso insieme a Mussolini, Balbo, De Vecchi, De Bono al compimento della Marcia su Roma.

 

Particolare del volto del monumento