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ARPINO: IL MONUMENTO
A CICERONE DI FERRUCCIO VECCHI E'UN'OFFESA ALLA CULTURA
di
Ugo Iannazzi
Questi due anni
in cui Piazza Municipio ad Arpino è stata liberata dalla sgradevole
statua raffigurante Marco Tullio Cicerone, opera dello scultore-squadrista
Ferruccio Vecchi
[1], hanno costituito un periodo felice per quanti
hanno a cuore l’immagine del grande oratore latino e, nel
contempo, in un così pregevole contesto desidererebbero veder
inserita una testimonianza artistica di uno scultore ben più
qualificato. E a tutti quelli che, negli ultimi mesi, hanno
invocato la sua ricollocazione, occorre dire che ciò sarebbe
un grande crimine morale e culturale!
Meglio lasciare
il vuoto che deturpare di nuovo la Piazza con l’opera del
Vecchi, che puó fare bella figura solo in un Museo degli errori!
Né per l’Amministrazione vale l’attenuante che, essendo rimasta
esposta per vari anni nella Piazza principale della città,
è ormai entrata nell’affetto della popolazione: gli antropologi
ci spiegano che in tutte le culture è spesso molto facile
creare idoli da una pietra, da un legno, da un metallo ed
altra cosa è essere certi della qualità e validità dei suoi
valori. L’inclinazione a riconoscere comunque un qualsiasi
simbolo, soprattutto nei contesti meno acculturati, nel nostro
caso va respinta, perché la conoscenza, pur in ritardo ma
comunque tempestiva [2], delle vicende storiche ed artistiche
riguardanti l’opera e l’autore hanno opportunamente smascherato
l’inconsistenza artistica e culturale di tale simulacro.
Come si diceva,
la fortunata rimozione del monumento fu dovuta ai lavori di
ripavimentazione della Piazza e alla contestuale scoperta
di un lungo e magnifico tratto sepolto di strada romana, lastricata
con grandi basoli calcarei.
Io che assistetti
quasi mezzo secolo fa, da scolaro, all’innalzamento della
statua in occasione del bimillenario ciceroniano e che ho
sempre ascoltato i mugugni di quanti l’avevano a malincuore
subìta, ho dovuto constatare come finora, al di là delle affermazioni
di sgradevolezza visiva, non ci sia stato nessuno studioso
che, con rigore, abbia condotto un’attenta ricerca storico-artistica
sull’opera e sull’ambigua figura del suo autore e che, nel
contempo, ne denunciasse nero su bianco la povertà artistica.
Negli occhi di tutti c’è stato sempre il volto di Cicerone
del famoso e levigato busto in marmo, conservato nel Palazzo
Municipale di Arpino, che, per opinione comune, si dice ripreso
da Antonio Canova da un’antica scultura romana, ben diverso
dalla sgradevole raffigurazione di Ferruccio Vecchi.
A metà degli anni
‘50 del passato secolo, il Comitato per il Bimillenario Ciceroniano
[3] affidò la commissione della scultura, da innalzare
sulla principale piazza di Arpino, al Vecchi e mai si è saputo
quali fossero stati i criteri di selezione. Per quanto a mia
conoscenza le poche opere scultoree del Vecchi sono raccolte,
insieme ad un testo imbarazzante, in un rarissimo catalogo,
recuperato solo qualche anno fa sul mercato antiquario dei
libri, di una sua mostra tenuta nel 1940 a Roma, poi portata
a Milano [4]. Nonostante attente ricerche, a parte un volume
dedicato alle opere dei Musei e Gallerie di Milano
[5], non mi è stato finora possibile
rintracciare altre opere in pubblicazioni d’arte recenti,
in mostre mercato, in aste pubbliche, né è stato finora possibile
trovare una qualche valutazione di una sua scultura
[6]. Al di là di essere detentore della palma di scultore
del brutto, quanto sopra affermato ne fa al momento, oggettivamente,
anche un carneade in campo artistico.
Già
quando il monumento a Cicerone fu innalzato, tutti ne notarono
la scostante goffagine e l’accentuata nudità che mal si collegava
alla figura del grande oratore latino: il volto appariva gonfio
e tumefatto, le proporzioni del corpo molto approssimate,
la tunica era rappresentata con un legnoso, informe e spigoloso
sviluppo di materia svolazzante. Non era un’opera basata sui
canoni del realismo (è di tutt’altra qualità, sempre ad Arpino,
il monumento ai Caduti della I guerra mondiale, opera
dello scultore Domenico Mastroianni, la cui straordinaria
capacità di plasmatore non è ancora sufficientemente conosciuta
e studiata), né che rappresentasse altrimenti il personaggio
attraverso un linguaggio artistico colto: era invece uno “sgorbio”
che rendeva quasi caricaturale la “cavia” del malcapitato
Cicerone.
Ma la sensazione
di sgradevolezza che ne deriva, è dovuta all’impotente e velleitario
gesto di un dilettante che, avendo concluso la sua carriera
di ardito e di agitatore su sollecitazione dei potentati agrari
ed industriali e poi di servitore ossequioso ed adulatore
di Mussolini, in età abbastanza avanzata decide di dedicarsi
alla scultura. A ciò si aggiungono le sue poco logiche riflessioni
sull’arte, che appena possibile meriterebbero di essere riproposte
al pubblico.
Tra le sue opere,
pubblicate nel catalogo, colpisce L’Impero che balza dalla
mente del Duce, che rappresenta un testone gigantesco
ed assorto di Mussolini, dalla cui calotta cranica squarciata
emerge una figura nuda dello stesso dittatore, dai muscoli
così pronunciati da somigliare ad un Big Gim, il personaggio-giocattolo
di plastica dei recordman del culturismo, gonfi di
ormoni, che i bambini di oggi acquistano anche nelle edicole.
Il Duce, ritratto con una gigantesca mandibola, impugna trucemente
con la mano destra una spada con la punta rivolta al cielo
e, con la sinistra, si appoggia alla scure del fascio littorio.
Giorgio Di Genova così giudica quest’opera:
“la continuità dell’Impero mussoliniano rispetto a quello
dell’antica Roma, fu adottata anche dalla testa in bronzo
dello squadrista-picchiatore Ferruccio Vecchi, autore del
famoso, quanto assurdo, bronzo L’Impero balza dalla mente
del Duce, esposto alla Biennale di Venezia del 1940, inaugurata
poche settimane prima dell’ingresso in guerra dell’Italia,
e da me già descritto e commentato: «Dal testone-salvadenaio
del ‘duce’ schizza fuori un nudo culturista con sembianze
ducesche (e la targa posta alla base esplicitamente ribadiva:
‘L’Impero a Sua Immagine e somiglianza’), sorta di Ercole
che innalza un gladio con la destra mentre con la sinistra
sorregge un fascio littorio, poggiato all’apertura del testone.
Davvero un’opera in cui è condensato felicemente, specialmente
se si coglie il volto scimmiesco del nudo, tutto il ridicolo
misticismo di un’epoca, che fortunatamente è tramontata, ma
che è durata troppo, lasciando fino ad oggi scompensi nella
mente di taluni italiani»
[7].
È questa un’opera
tronfia, che come modello retorico fu amato così tanto dal
suo autore che, stitico di idee, lo ripropose con poche varianti
anche nel monumento di Arpino. Cicerone ha, infatti, la stessa
postura di Mussolini: non brandisce più il gladio, ma protende
davanti a sé il braccio nudo con un massiccio indice teso.
La testa del Duce è sostituita dal volto già descritto e mancano
ovviamente gli orpelli del fascio e del mascherone basale
da cui germoglia il conquistatore dell’Impero, che è l’Impero
stesso. Ma anche in altre opere ricorre il tema maniacale
di anatomie squarciate che generano qualcosa: L’idea che
balza dalla mente dell’uomo rappresenta una donna che
emerge dal cranio lacerato di un uomo pensoso; ne La terra,
spuntano fasci di spighe dalla pancia sventrata di un torso
femminile; ne L’offerta del cuore due giovani con gli
occhi chiusi cavano dal proprio torace, rimasto bucato, i
propri cuori e reciprocamente se li scambiano. Se un bozzetto
di quest’ultima opera fosse fatto da uno scolaretto di prima
elementare o comparisse in un cartone animato, potrebbe essere
apprezzato; proposto, invece, da un individuo con pretese
artistiche fa solo pensare ad un pensiero assolutamente puerile,
intriso di lampante banalità. Anche in un’altra opera, Primavera,
Prima maternità, ritorna l’ossessione del corpo squarciato:
una fanciulla nuda estrae con la mano destra dal ventre bucato
un germoglio. La figura del Vecchi, un caso per gli amanti
dell’arte che supera ogni limite, merita oggi di essere meglio
indagata e sicuramente riserverà ancora altre sorprese, che
consentirebbero di valutare meglio le sue vicende biografiche
ed “artistiche”, rimaste oscure al grande pubblico.
Rintracciando alcuni
suoi dati biografici, che gentilmente mi sono stati forniti
da Eugenio M. Beranger, al quale va la mia gratitudine, si
apprende che nel 1919 Ferruccio Vecchi, insieme a Mario Carli [8], fondò l’Associazione tra gli
Arditi d’Italia ed il giornale L’Ardito [9] che, con le sue
intemperanze ed azioni squadriste preparò il terreno alla
conquista del potere da parte del Fascismo. Vecchi frequentò
con assiduità Tommaso Filippo Marinetti, che era divenuto
promotore dell’Associazione Nazionale fra gli Arditi d’Italia
ed aveva messo a disposizione la sua abitazione, la casa
rossa, come sede della sezione milanese dell’Associazione
degli Arditi; condivise le sue idee e insieme, a Milano, unirono
l’Associazione degli Arditi, l’Associazione dei Fasci politici
Futuristi ed i Fasci di Combattimento e con lui si rese protagonista
di varie azioni, alcune delle quali sfociate in atti violenti
e prevaricatori.
In
un suo scritto Marinetti racconta, poi, un episodio che l’11 luglio 1919 li vide protagonisti
a Roma a Palazzo Montecitorio:
“...ottenni da
Bevione un biglietto d’invito per la Tribuna del pubblico
a Montecitorio. Vi aspettai, con Ferruccio Vecchi, il momento
opportuno, e alla fine di un lungo discorso tediosissimo di
un socialista, sporgendomi sull’anfiteatro popolato di deputati,
gridai rivolto a Nitti:
“A nome dei Fasci
di Combattimento, dei futuristi e degli intellettuali...”.
Un
deputato:
Chi è?
Marinetti: Sono Marinetti.
Un
altro deputato:
Ascoltiamolo! (Agitazione, mormorii; poi, prodigiosamente,
si forma un silenzio assoluto).
Marinetti
(ad
altissima voce):
“A nome dei Fasci
di Combattimento, dei futuristi e degli intellettuali, protesto
per la vostra politica e vi urlo: Abbasso Nitti! Morte
al Giolittismo! Dichiaro che non può sussistere il Ministero
dei sabotatori della Vittoria, degli schiaffeggiatori degli
ufficiali, un Ministero che si difende coi carabinieri e coi
poliziotti! La vostra viltà è lo scherno più grossolano ai
sacrifici dei combattenti, che vi disprezzano e vi negano
ogni diritto di rappresentarli più oltre. Vergognatevi! La
gioventù italiana, per bocca mia, vi urla: Fate schifo!
Fate schifo!
Confusione, grida,
urli, lotta di Marinetti con gli uscieri e i carabinieri,
mentre Vecchi continua a inveire contro Nitti ad alta voce”.
Lo stesso
Vecchi nel volumetto Arditismo civile, edito a Milano
nel 1920 (2 ediz.) a p. 26 ricorda come L’Ardito l’11
luglio 1919 “inviò
due suoi giornalisti d’assalto, Marinetti e me alla Camera,
che da una tribuna scompigliarono l’assemblea dei podagrosi,
gridando a Nitti «porco!» ed a tutti gli onorevoli
lo schifo dei combattenti.Mario Giampaoli ricorda come in
vista delle elezioni del 1919 il capitano Ferruccio Vecchi,
Cecilio Pontiggia e Giuseppe Tegon furono chiamati alla “Commissione
d’organizzazione comizio e squadre”
[10].
Vecchi condivise le idee marinettiane contenute nel Manifesto
del Futurismo, dove al punto 9 si legge: “Noi vogliamo glorificare
la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo,
il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui
si muore e il disprezzo della donna” ed al punto 10: “Noi
vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie
d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo
e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria”. Propugnò
il programma e le idee illustrate nel Manifesto del partito
futurista italiano redatto da Marinetti e pubblicato in
Roma futurista il 20 settembre 1918. Tra esse al punto
3 figura anche l’“Abolizione di molte università inutili e
dell’insegnamento classico” [11]!. Questo
fa pensare a quale incredibile paradosso si è creato nel conferirgli
l’incarico di dare forma al monumento a Marco Tullio Cicerone,
sommo emblema della cultura classica nel mondo! Ma bisognerebbe
riportare alla luce anche tutte le azioni da ardito del Vecchi
e tutti i suoi scritti andrebbero riletti e commentati
12.
Una semplice
occasione è riproposta da una fotografia comparsa qualche
tempo fa sul mercato del collezionismo (Archivio dell’Arengario),
scattata a Milano il 16 aprile 1920 dal camerata Piero Bolzòn
(Genova 1883-1945), in Viale Vittoria, all’angolo tra il Laboratorio
Beraducci e la Farmacia Remotti, dirimpetto alla casa di Giacinto
Menotti Serrati, direttore de L’Avanti! [13] .
“La foto”,
a detta di Domenico Cammarota, “è un documento storico eccezionale,
perché documenta in presa diretta un’azione squadristica ante
litteram, ossia l’agguato, con relativa bastonatura e
taglio della barba, al Serrati, reo di aver scritto il giorno
prima su L’Avanti!, un fondo di prima pagina reputato
offensivo per gli Arditi”
[14]. Dalla didascalia, scritta sul retro, si ricavano
i nomi dei componenti il gruppetto di arditi e futuristi protagonisti
dell’aggressione: Ferruccio Vecchi, Edmondo Mazzuccato [15], Piero Bolzòn
[16], Albino Volpi, Gino Coletti [17] ed Umberto Maurelli. Nella
foto si riconoscono Ferruccio Vecchi, Edmondo Mazzuccato (col
cappello) e Serrati, che leva in alto l’ombrello, a mo’ di
bastone, per difendersi. L’episodio
viene anche riportato da Giulio Alberto Chiurco: “A Milano il cap. Vecchi, valoroso fascista,
percuote il direttore dell’Avanti! Menotti Serrati.
Quest’ultimo, ritrovato un po’ più tardi il cap. Vecchi, lo
assale spalleggiato da altri amici socialisti, ma il fascista
si difende”
[18].
In Arditismo civile p. [3] lo stesso Vecchi con
vanto così riporta l’episodio: “la
prima opera di Ferruccio Vecchi è un fatto, non un libro scritto:
lo SFASCIAMENTO del giornale bolscevico AVANTI! compiuta il
15 aprile 1919, capeggiando vittoriosamente il Popolo Milanese”.
È sua anche la più dettagliata versione dei fatti del
15 aprile [19] riportata
nel riassunto fornito dal Rochat
[20]:
“Per quel giorno
(15 aprile, n.d.r.) i socialisti milanesi avevano proclamato
lo sciopero generale in segno di protesta contro l’uccisione
di un loro militante per mano della polizia, con un grande
comizio ed un corteo nel centro della città. Gli arditi, capeggiati
da Ferruccio Vecchi, si incaricarono di organizzare una risposta
con una contromanifestazione patriottica che non superò i
trecento aderenti, tra cui però erano una quarantina di arditi
armati ed una ventina di ufficiali di complemento iscritti
al Politecnico. Quando il corteo socialista si affacciò all’ingresso
di piazza Duomo, gli arditi lo attaccarono lanciando bombe
a mano e sparando revolverate e lo volsero rapidamente in
fuga, poi si diressero verso la sede dell’Avanti! in
via San Damiano. Il cordone di soldati che presidiavano l’edificio
fu travolto facilmente (un soldato restò ucciso), la resistenza
dei redattori socialisti fu sopraffatta dal nutrito fuoco
degli assalitori e la sede del quotidiano operaio fu conquistata,
sistematicamente devastata e poi data alle fiamme. I vincitori
della ‘battaglia’ si recarono indisturbati a omaggiare Mussolini
che era rimasto alla sede del suo giornale per prendere le
distanze dall’aggressione degli arditi, non priva di rischi
se la polizia o i socialisti avessero agito con decisione.
Nei giorni seguenti Vecchi e Marinetti, che avevano diretto
le operazioni, dovettero scomparire dalla circolazione, ma,
convocati dal ministro della guerra Caviglia, giunto appositamente
a Milano, si sentirono dire che il loro gesto ‘aveva salvato
la nazione’”.
Mario Giampaoli
riporta l’arresto del Vecchi dal 18 novembre al 9 dicembre
1919 [21].In un rapporto dell’ispettore di Polizia Giovanni
Gasti del 1919 il Vecchi, più volte ricordato, viene segnalato
come “fervente interventista” e così descritto: “È un giovane
bruno, alto, pallido, scarno, cogli occhi infossati, solo
a vederlo gli si attribuisce le stigmate di una degenerazione
morbosa. È infatti un tubercolotico ed ha degli etici tutta
la eccitabilità e tutta la patologica impulsività. Parla con
estrema violenza senza misura di sostanza e di forma [...]
Nei momenti più salienti delle pubbliche manifestazioni perde
la testa, parla come un ossesso, ed è preso da un vero delirio
demagogico. Allora diventa realmente pericoloso. Egli si è
forse autosuggestionato di essere una spiccata personalità
del suo ambiente ed ha l’ambizione di mettersi in evidenza
in prima linea, ma non ha né l’intelligenza né le qualità
per diventare realmente un capo o uno dei capi”
[22].Un’altra
foto, dell’ottobre del 1922, ritrae Ferruccio Vecchi in camicia
nera sulla Porta di Piazza del Popolo a Roma insieme al gruppo
dei maggiori protagonisti della Marcia su Roma. Al suo fianco
sono riconoscibili Benito Mussolini, Italo Balbo ed Emilio
De Bono [23]. Ferruccio Vecchi con le sue
parole, con gli scritti e con le sue gesta facinorose promosse,
allenò e guidò stuoli di adepti e fu protagonista di quegli
atti sovversivi chiamati “azioni squadriste”, che per vari
anni colpirono violentemente l’Italia e le organizzazioni,
o le singole persone, che si opponevano alla presa del potere
da parte del fascismo. Esse consistevano in “spedizioni punitive”, di norma contro una sede
socialista
o sindacale, ma anche di altri movimenti rivali, come i popolari, i repubblicani e perfino contro fascisti
“eretici”, oppure contro singoli esponenti dei suddetti movimenti.
L’azione spesso era spettacolare, tesa ad impaurire l’avversario,
a scoraggiare i suoi sostenitori e a intimidire per condizionare
gli indecisi a favore dell’idea fascista.
Gli squadristi si avvicinavano cantando a squarciagola su
camion scoperti ed agitando armi e manganelli, quindi davano assalti che culminavano in sistematiche
devastazioni. Molte sedi e case di avversari furono devastate,
le suppellettili e le pubblicazioni propagandistiche furono
bruciate sulle strade, gli esponenti delle fazioni avverse
furono duramente bastonati (manganellati) e costretti a bere
olio di ricino. Ma in molti casi queste azioni
portarono anche alla morte delle vittime [24] per le percosse
o, in certi casi, per intossicazioni da ricino e frequenti furono gli scontri a fuoco, talvolta
con uso di armi da guerra illegalmente detenute.
Fu praticamente
una guerra civile, che costò, a parere di alcuni storici,
quasi 2000 morti. Ma il Vecchi dimostrò di essere una testa
calda difficile da gestire anche all’interno delle formazioni
fasciste e fu coinvolto in vari comportamenti ritenuti scorretti
ed infami anche dai suoi camerati.
Subì un processo per “ingiurie contro la persona del Sommo
Pontefice” dal quale uscì assolto
[25]. Sempre da L’Ardito
[26] si apprende che il 16 gennaio 1921 la loro Associazione
Nazionale richiese al Vecchi “esplicitamente e per iscritto
di rassegnare irrevocabilmente le sue dimissioni entro il
giorno 22 c.m. riservandosi trascorsa tale data, di prendere
quei provvedimenti che più ritenesse opportuni”.
Il giorno precedente il Vecchi e la Commissione d’Inchiesta
dell’Associazione furono sentiti alla presenza del Consiglio
Centrale dei Fasci Italiani di Combattimento e di Mussolini.
La Commissione lo accusò di scarso interessamento verso
la vita dell’Associazione; dal punto di vista politico di
“fare politica personale avendo creato e approfondito il nostro
dissidio coi Fasci di combattimento”; di non aver tenuti sufficenti
rapporti con i sodalizi locali degli arditi e di non aver
adeguatamente sviluppato le “scuole dell’Arditismo civile”.
In particolare gli si rimproverava l’incontro “con alcuni
dirigenti della Camera del Lavoro di Milano” ed un colloquio
a Roma con Nicola Bombacci ed inoltre di aver sottratto, pare
per una sua pubblicazione, Arditismo civile, somme
destinate al giornale ed all’Associazione e vi si affermava
che “la vita privata che conduce il sig. Vecchi, non solo
è inconcludente, ma è addirittura in contrasto ai concetti
propugnati, in modo particolarissimo da lui stesso e ne L’Ardito
e nell’Arditismo Civile”.
Il 13 marzo 1921
il Consiglio nazionale degli Arditi espulse il Vecchi dall’Associazione
e nella stessa occasione fu espulso anche dai Fasci Italiani
di Combattimento
[27]. In seguito alle denunce che gli vennero sporte
finì in prigione
[28]. Le violente azioni squadristiche che il Vecchi
promosse insieme ai suoi arditi, ai sansepolcristi e ai marinettiani,
contro organizzazioni di sinistra e classe operaia e che in
molti casi portarono a scontri cruenti con decine di vittime,
nel 1940 nel catalogo della sua mostra vengono da lui disinvoltamente
definite semplici “manifestazioni di giovinezza” fatte “or
scrivendo ed or accendendo qua e là qualche focherello”.
Uno degli scontri
più duri delle squadracce fasciste avvenne a Parma nella zona
Oltretorrente nell’agosto 1922, quando migliaia di squadristi
(forse 20.000) assaltarono le barricate innalzate da alcune
centinaia di cittadini parmensi. È probabile che all’operazione
il Vecchi non partecipasse personalmente, ma sicuramente vi
intervennero gli arditi che da “capitano” lui aveva formato
militarmente. A terra rimasero 44 corpi in prevalenza appartenenti
alle squadracce fasciste ed i feriti superarono i 150. Nell’ottobre
Balbo organizzò una seconda spedizione punitiva con l’intervento
ancora degli arditi milanesi, e la lettera, qui riportata,
indirizzata a Mussolini, fornisce molti ragguagli sulla vicenda,
ivi compreso la richiesta di denaro per finanziare la spedizione.
Borgo
S. Donnino 9 Ottobre, notte.
Carissimo Mussolini,
come ti diranno
Ponzi e Farinacci il convegno di stasera ha stabilito le modalità
tattiche dell’azione di Parma. Per i borghi Naviglio e Valerio
gli obbiettivi non sono ancora stati precisati dagli amici
Parmensi; per l’oltre torrente è il seguente:
all’alba del giorno
fissato occupazione simultanea dei tre ponti Umberto, Caprazucca
e di Mezzo, delle Barriere Nino Bixio e D’Azeglio, della Clinica
e dei Giardini in modoché il quartiere sia completamente circondato.
Ad occupazione avvenuta si concede una tregua per l’esodo
dei vecchi, bimbi, donne ed estranei e si inizierà poscia
la battaglia che terminerà con l’epurazione di Parma vecchia
e con alte fiamme che saliranno al cielo. Alla truppa che
eventualmente intervenisse i fascisti risponderanno come la
truppa rispose ai fascisti nell’agosto. Per quello che riguarda
la preparazione morale tutti sono concordi nel chiederti almeno
un’abile corrispondenza da Parma da pubblicarsi sul Popolo
e da far riprodurre dal Carlino e Giornale di Roma, corrispondenza
che impressioni l’opinione pubblica [...] La giornata fissata
per l’inizio sarebbe sabato (notte dal venerdì a sabato)
ti va? I milanesi
parteciperanno anch’essi all’azione con i fascisti scelti
di Piacenza Cremona Mantova Reggio, Bologna Modena e Ferrara.
Per riserva farò muovere anche Carrara. Vedrai che l’azione
riuscirà; l’unico ostacolo per ora è nelle finanze. Si potrebbero
trovare all’uopo un po’ di quattrini? Io rimango a Borgo a
coordinare i piani e a preparare ogni particolare.
Con tanti cordiali saluti.
Italo Balbo
[29]
.
Il Cordova segnala
come industriali, aristocratici ed alcune banche meneghine
foraggiassero gli arditi e che il Vecchi per un certo periodo
fosse emigrato oltreoceano, ove visse facendo lo scultore.
“Tornò in Italia a regime ormai consolidato e riuscì a rientrare
nelle grazie di Mussolini che presenziò perfino ad alcune
sue personali” e sulla base dell’articolo di R.
Cantore, “Sul borderò del Duce”, in Panorama
del 22 febbraio 1987, pp. 106-121, il Di Genova ricorda come
il Vecchi abbia ricevuto sovvenzioni da parte del Ministero
della Cultura Popolare. Talvolta sconfessato da Benito Mussolini,
che nei momenti cruciali assumeva posizioni moderate e di
distanza dalle violenze di piazza, il Vecchi rimase sempre
legato a lui ed in ogni occasione non mancò di tributargli
sentimenti adulatori, di sviscerato apprezzamento.
E per i suoi servizi
prestati al Duce egli nel 1940 si avventura a chiedere, in
una visione paranoica, quasi una compensazione: “Sono un mitoplasmatore.
Ma se c’è un ufficio stampa di Stato, invoco un ufficio statue,
onde non si finisca, a poco a poco, nello spappolamento e
nella decomposizione cadaverica del surrealismo che infesta
ora altre nazioni; e cui la mia scultura sta dando la sana
e tremenda frustata”. Come si sa le opere d’arte surrealiste
sono ben sopravvissute alle “frustate” di Ferruccio Vecchi
e magnificamente si conservano e si ammirano nei maggiori
Musei di Arte Moderna del mondo! Pur di guadagnare sovvenzioni
statali realizzò opere caratterizzate da straripante idolatria,
retorica, trionfalismo: non sbaglierebbe chi le definisse
di tipo pompier.
Il monumento di
Arpino, già giudicato brutto e banale da vari e importanti
critici d’arte, ed io aggiungerei degradante, quando tornerà
ad innalzarsi di fronte ai reperti dell’antica strada romana,
sarà assolutamente inadatto a celebrare la figura del grande
oratore classico, la cui rappresentazione meriterebbe di essere
affidata a nuove e più degne mani d’artista.
A mio avviso, infatti,
i requisiti fondamentali, che un’opera d’arte da esporre pubblicamente
deve avere, consistono in due chiari ed indiscussi elementi:
1. il contributo
che essa offre al dibattito artistico generale per qualità
estetica, poetica, di originalità segnica o dei valori che
comunica;
2. la figura,
o il “nome”, dell’autore che garantisce con la sua fama, il
suo carisma, la sua coerenza di creatore di metodi e procedimenti artistici
un suo personale percorso di ricerca ed affermazione di idee
originali e di tendenza, condivise dal mondo della cultura.
Nel caso di Ferruccio
Vecchi già non esiste il primo elemento ed il secondo, invece
di aggiungere valore all’opera, nella realtà gliene sottrae,
essendo un autore dilettante, conosciuto oggi solo per le
sue attività negative, violente e sovversive. Questo è un
discorso da sostenere sempre, ovviamente, che non riguarda
unicamente il “personaggio” Ferruccio Vecchi, ma da estendere
in generale ad ogni altro caso che, per assurdo, possa verificarsi,
qualora un committente pubblico commissionasse un’opera ad
uno pseudoartista dell’ultim’ora, per di più riconciuto agitatore,
fautore ed attivista al soldo di dittatori esecrabili (tanto
per fare qualche esempio, si potrebbero citare quelli che
nell’ultimo mezzo secolo hanno insanguinato la Romania, l’Argentina,
il Cile, l’Iraq, personaggi, cioè, distintisi
sulla scena mondiale per aver fomentato idee antidemocratiche
di restrizione della libertà e di
eliminazione fisica dei loro concittadini).
Ferruccio Vecchi
soprattutto tra il 1919 e il 1921 partecipò attivamente a
quella forte strategia della tensione che fece scorrere sangue
e che portò alla presa del potere da parte del Duce e all’instaurazione
del regime fascista e la sua figura equivale a quella di un
qualsiasi terrorista, conclamatamente reputato tale dalla
storia, ritenuto responsabile di atti cruenti o di tensione.
Credo che oggi
non vi sia alcun Ente pubblico che consenta ad un terrorista
riconosciuto tale, ad un organizzatore o esecutore di stragi,
come per es. quella della Banca dell’Agricoltura a Milano,
o della Stazione di Bologna, o di Via Fani, ecc., di creare
un monumento che celebri un famoso personaggio della classicità!
Se un’Amministrazione
pubblica, allorché deve assumere un semplice operatore ecologico,
sta molto attenta ai profili morali e di fedina penale dei
candidati che concorrono, la stessa non può permettersi che
venga esposto nella piazza principale del paese un monumento
realizzato da un personaggio così equivoco, vuoto di cultura,
per di più compromesso con lo squadrismo. I nostri politici,
tutti, a partire da quelli degli enti locali a quelli statali,
se permettono che ritorni sulla Piazza di Arpino quel monumento,
ogni anno in occasione del Certamen Ciceronianum non
potranno più fare discorsi di pace, fratellanza, democrazia,
civiltà, rispetto dell’uomo e dei popoli senza ricorrere all’ipocrisia.
Anche nei momenti
normali della vita democratica bisogna stigmatizzare con scelte
coraggiose le strategie della tensione, che, fomentate da
forze illiberali, potrebbero di tanto in tanto ricomparire
all’orizzonte, per mettere a repentaglio le nostre talvolta
fragili conquiste politiche e sociali. E come cittadino di Arpino, per celebrare Cicerone, mi chiederò
sempre se sia degno, dopo la sua infausta ricollocazione,
mostrare di nuovo al mondo un’opera plasmata da mani che direttamente
o indirettamente gli storici hanno dichiarato lorde del sangue
di lavoratori, operai, intellettuali
e forze politiche contrarie al fascismo e di non pensare,
invece, di proporre un concorso tra artisti di chiara fama,
che aggiungano valore al personaggio da celebrare e alla città
che ne espone il monumento.
A mio avviso, in
questo caso la pregiudiziale morale deve avere il sopravvento
anche su qualsiasi altra pregiudiziale, compresa quella della
presunta e fortemente discutibile qualità artistica.
Arpino,
25 gennaio 2008
N.B.
Questo
testo potrà arricchirsi di nuovi elementi, ove nella prosecuzione
della ricerca emergessero ulteriori fonti utili.
NOTE
* Ricerche
bibliografiche di Eugenio M. Beranger. Una ricerca scientifica
sulla personalità del Vecchi è stata iniziata solo in tempi
recenti, quando è stato rintracciato un suo introvabile catalogo
di sculture e alcuni brani di scritti, che hanno gettato luce
sulla sua imbarazzante personalità.
[1] Nato
il 21 aprile 1894 a Sant’Alberto (Ravenna), frequentò all’Università
di Bologna la Facoltà di Ingegneria, senza peraltro laurearsi,
ma P. Bonfiglioli asserisce il raggiungimento della laurea
nel 1914. Dopo l’esperienza bellica, nel 1919 Mussolini
gli affidò la fondazione del Fascio di Bologna per poi candidarlo
nella sua Lista nazionale, capeggiata dal futuro Duce e da
Tommaso Marinetti. Per il fondatore del Futurismo, sempre
in quest’anno, scrisse la prefazione al volume 2 Improvvisazioni, edito nella Collana “Edizioni
esplosive” de L’Ardito. Con Marinetti andò a
Fiume dove, però, rimase solo pochissimi giorni, forse per
dissidi insorti con D’Annunzio. Sempre nel 1919 (mese di novembre)
a Milano è tratto in arresto
insieme a Mussolini ma, poco dopo, i due furono rilasciati.
Nel gennaio di due anni dopo fu allontanato dalla direzione
de L’Ardito avendo sia propugnato un’alleanza con i
socialisti, sia commesso consistenti irregolarità di carattere amministrativo;
subito dopo l’espulsione fondò Popolo ardito per poi
essere radiato anche dai Fasci di Combattimento. Il Vecchi,
con Mario Carli e Giuseppe Bottai, avrebbe fondato a Roma
anche Le Fiamme. Giornale dell’arditismo, il cui primo
numero uscì il 24 maggio 1920. Si trattava del periodico (settimanale)
dell’Associazione fra gli Arditi d’Italia, ma ebbe vita molto
breve, vd. O. Majolo
Molinari, La stampa periodica romana dal 1900 al
1926 (Scienze morali, storiche e filologiche),
I, Roma 1977, p. 312. Dal volume II della stessa opera, p.
574, apprendiamo che collaborò con l’edizione romana de Il
Popolo d’Italia, le cui pubblicazioni cessarono il 30
settembre 1925 per lasciare il posto a Il Popolo di Roma.
Per un inquadramento biografico del personaggio in questa
sede ci limitiamo a rimandare ad A.
d’Orsi, in Il dizionario del futurismo, II,
[Firenze 2001], pp. 1207-1208.
[2] Il 5 novembre 2007 il sottoscritto, intervenendo presso
il Comune di Arpino al dibattito tra i responsabili degli
Enti interessati al problema, ha espresso in modo documentato
il suo dissenso alla ricollocazione dell’opera, ma, nonostante
ciò, si è deciso di non tenerne conto, tanto che in questi
giorni ne è già stato riposizionato il piedistallo.
[3] La
posa in opera della scultura è annunciata nell’articolo “Sorge
in Arpino il monumento a M. Tullio Cicerone”, in Cicero.
Informazioni e note a cura del Centro Studi Ciceroniani,
I, 1958, fasc. 1, pp. 17-20 e a p. 17 si leggono frasi di
maniera che illustrano le caratteristiche dell’opera: “Il
monumento, opera dello scultore Ferruccio Vecchi, ci presenta
Marco Tullio Cicerone in piedi, libero della toga, quasi per
meglio offrirsi alla lotta. Il braccio destro è alzato e proteso;
l’indice addita all’accusa; lo sguardo, magro e vivo, filtra
tra le palpebre lievemente basse, come a mirare lontano ove
sta il bersaglio: ognuno che minacci la salvezza della grande
Patria, Roma. Ma dal viso, pur atteggiato al disprezzo, traspare
un’espressione di intima profonda amarezza, la quale, anzi
che togliere energia al gesto, lo riveste di un velo di umana
bontà. Come tutte le membra, anche le linee della toga, che
gli gioca viva attorno, guidano al braccio levato alto, conducono
alla mano chiusa e all’indice implacabile”. Ma nessun riferimento
viene fatto ai meriti artistici dell’autore. Nell’articolo
“Inaugurato ad Arpino il monumento a Cicerone: discorsi dei
Proff. Paratore, Levine, Ferrabino”, in Cicero. Informazioni
e note a cura del Centro Studi Ciceroniani, I, 1958, fasc.
2, pp. 5-14, a p. 5 si legge: “il monumento è inaugurato alla
presenza del presidente del Consiglio on. Adone Zoli, di Giulio
Andreotti, presidente del Centro Studi ciceroniano, di Epifanio
Chiaromonte, prefetto di Frosinone, e del sindaco di Arpino
Arturo Sangermano”. Nell’articolo vengono riportati i discorsi
degli oratori, ma non viene fatto alcun accenno all’“artista”
Vecchi.
[4]
Mostra
personale dello scultore Ferruccio Vecchi: Milano-Roma,
Il mito del Duce nella scultura, 2 ediz. a cura della
Confederazione Fascista Professionisti e Artisti, [Milano-Roma
1940-XVIII].
[5] L.
Caramel-C. Pirovano, Galleria d’Arte Moderna. Opere del Novecento
(Musei e Gallerie di Milano), [Milano 1974], a p. 68 riporta
le foto di 5 bronzi del 1941 del Vecchi, tutti acquistati
dal regime fascista, tra cui: Hitler ideale germanico
ed Adolf Hitler Führer della Germania; Il Duce;
S.M. il Re d’Italia e S.A.R. il Principe di Piemonte.
[6] Dal d’Orsi sappiamo che partecipò, per volere di Mussolini,
alla XXII Biennale di Venezia tenutasi nel 1940.
[7]
G.
Di Genova, “Iconografia
del Duce (1923-1945)”, in “L’Uomo della Provvidenza”. Iconografia
del Duce 1923-1945. Catalogo della Mostra, Seravezza, Palazzo
Mediceo, 19 agosto-21 settembre 1997,
Bologna [1997], p. 25.
[8] Nato nel 1889 e morto nel 1935 aderì alla campagna
per l’intervento dell’Italia nella I Guerra mondiale contro
gli Imperi centrali per poi partecipare fra gli Arditi al
conflitto stesso. Dopo Caporetto, fondò con Marinetti e Emilio
Settimelli Roma futurista. Giornale del Partito politico
futurista, la cui redazione si trovava proprio al fronte.
Ben prestò si avvicinò al movimento fascista nel quale si
distinse per la fondazione del Fascio di Roma. Sempre nel
1919 partecipò all’impresa di Fiume. Nel 1923 fondò con Settimelli
il quotidiano L’Impero che verrà edito fino al 1929;
due anni dopo appare fra i firmatari del Manifesto degli
intellettuali fascisti agli intellettuali di tutte le Nazioni,
redatto dal filosofo Giovanni Gentile. Dopo il 1930 fu console,
dapprima, a Porto Allegre (Brasile) e, quindi, a Salonicco
(Grecia). Ha composto numerose opere letterarie e testi legati
all’esperienza futurista e fascista, vd. P. Magnarelli, in Dizionario biografico
degli Italiani, XX, Roma 1977, pp. 168-173.
[9]
La
pubblicazione de L’Ardito fu finanziata dagli industriali
milanesi e lombardi, come ricordato da P. Caccia,
M. Mengardo, “Marinetti attraverso i periodici
della Braidense”, in La
grande Milano tradizionale e futurista. Marinetti e il futurismo
a Milano. Catalogo della Mostra, Palazzo di Brera, Biblioteca
Nazionale Braidense Sala Teresiana. Accademia di Belle Arti
Sala Napoleonica, 10 ottobre-18 novembre 1995, [Milano
1995], pp. 83-84.
[10]
M.
Giampaoli, 1919, Roma-Milano 1928, pp. 157-162.
[11] Le origini del fascismo. Nascita e conquista
del potere - Italia 1919-22 (Giorni di storia, 12), a
cura di A. Cherchi, G. Garelli ed E. Manera, Roma 2003, p.
20. In questo volumetto sono anche descritte alcune azioni
squadristiche con foto di assalti e distruzioni e vi è riportato
l’inno rituale dedicato al San Manganello: “O tu santo manganello
/ Tu patrono saggio e austero / Più che bomba e che coltello
/ Coi nemici sei severo; / Di nodosa quercia figlio / Ver
miracolo opri ognor / Se nell’ora del periglio / Batti i vili
e gl’impostor. / Manganello, Manganello / Che rischiari ogni
cervello / Sempre tu, sarai sol quello / Che il fascista adorerà
[...]”, pubblicato anche in E.
Gentile, Il culto del littorio, Roma-Bari 1994.
La violenza squadrista si manifesta in forme virulente, ben
descritte da Italo Balbo nel suo Diario 1922. La spedizione
di Parma del 4 agosto 1922 ne è un esempio: migliaia di squadristi,
armati di manganelli e rivoltelle
vogliono ridurre al silenzio cittadini, operai, intellettuali.
Sull’argomento vd. G. Rochat, Italo Balbo, lo squadrista,
l’aviatore, il gerarca, Torino 2003.
[12]
è autore
delle seguenti pubblicazioni: Arditismo civile, Milano
19202; La tragedia del mio ardire, Milano
1923; I diritti dell’intelligenza, Roma 1924; Piacere
e morte. Tre resurrezioni, Firenze 1926 e Ferruccio
Vecchi Vorgestellt von Benito Mussolini. Endlich
ein neuer Kunstausdruck!, [Roma 1941].
[13] Esattamente un anno prima, il 15 aprile 1919,
il Vecchi già aveva guidato un gruppo di fascisti all’assalto
della direzione del giornale socialista. L’episodio è narrato
dallo stesso protagonista nel volume Arditismo civile
cit., p. 143 ed è citato anche da N.S.
Onofri, I giornali bolognesi nel ventennio fascista,
[Bologna 1972], p. 17. Giacinto Menotti Serrati diresse il
giornale socialista dall’ottobre del 1914 al marzo 1923, vd.
Ente per la Storia
del Socialismo e del Movimento Operaio Italiano, Periodici
tratti dalle raccolte della Biblioteca Nazionale Centrale
di Firenze (Bibliografia del Socialismo e del Movimento
Operaio italiano, 1, Roma-Torino 1956, pp. 73-74.
[14] Convenzionalmente
si ritiene che questa sia stata la prima azione squadrista
vera e propria avvenuta poche settimane dopo la fondazione
a Milano dei Fasci di Combattimento.
[15] Ha scritto Da anarchico a sansepolcrista. Anteguerra,
la guerra, gli arditi dall’armistizio alla Marcia su Roma
(Collana della Grande Guerra), Milano 1934.
[16] Nato nel 1883 partecipò alla I Guerra mondiale per
poi essere tra i fondatori dell’Associazione Nazionale fra
gli Arditi d’Italia nonché, per un certo periodo, direttore
de L’Ardito, suo organo di stampa, ed anche presidente
della detta Associazione. Nel campo giornalistico fu redattore
di Roma futurista. Giornale del Partito politico
futurista. Mutilato per cause belliche, aderì al movimento
fascista rivestendo, successivamente, dapprima la carica di
segretario del Fascio milanese (1920-1921) e, quindi, di quello
genovese (1921-1922). Nel 1926 fu nominato sottosegretario
alle Colonie e nel 1929 consigliere di Stato. Ha scritto numerose
pubblicazioni, alcune delle quali riguardanti l’America Latina
dove, nel 1905, era emigrato in Argentina. Si consulti Chi
è? Dizionario degli Italiani d’oggi, Roma 19363,
pp. 111-112 e, per la sua esperienza artistica, D. Cammarota, in Il dizionario del Futurismo, a cura di
E. Godoli, I, [Firenze 2001], pp. 152-153.
[17] A lui si devono: Peppino Garibaldi e la legione
garibaldina. Episodi e aneddoti, tipi e figure, appendice
polemica, Bologna 1915 e Due anni di passione ardita.
Cronistoria dell’Associazione Nazionale fra gli Arditi d’Italia
1919-1921, Milano s.d.
[18] G.A. Chiurco,
Storia della Rivoluzione Fascista, II, Anno 1920,
Firenze 1929, p. 46.
[19] F. Vecchi,
“La battaglia del 15 aprile 1919, in L’Ardito d’Italia.
Giornale di tutte le fiamme. Numero speciale annuale milanese,
del 19 gennaio 1936, pp. 31-36.
[20] G.
Rochat, Gli Arditi della grande guerra. Origini, battaglie
e miti (La clessidra di Clio. Collana di testi e studi
storici, 9), Corte S. Ilario 19902, pp. 119-120.
[21] M. Giampaoli, 1919, Roma-Milano
1928, p. 321.
[23] Vd. P. Milza,
S. Berstein, Il Fascismo (Storia Universale,
23). Traduzione in italiano di M.G. Meriggi, titolo originario
dell’opera: Le fascisme italien. 1919-1945, a cura
del Corriere della Sera, Bergamo 2004, foto 12, tra le pp.
178-179.
[24] Dal 15 aprile 1919 l’Italia viene scossa da una guerra civile strisciante, che vedrà tre fazioni principali, dai contorni non sempre
netti: i fascisti, i socialisti, le istituzioni, generalmente
deboli, irresolute, spesso pronte a chiudere un occhio sulle
violenze fasciste (considerate “male minore” rispetto a quelle
dei socialisti).
[25] Vd.
L’Ardito, II, 1920, n. 41 del 9 ottobre, p. 4; “Il
processo contro Ferruccio Vecchi”, II, 1920, n. 42 del 16 ottobre, p. 4.
[26] Vd. “Il caso Vecchi”, in L’Ardito, III, 1921, del 22 gennaio,
n. 4, p. 4.
[27] Vd. “Diffida”
in L’Ardito, III, 1921, numero incompleto e privo di
data.
[28]
Vd.
“Ferruccio Vecchi arrestato per truffa”, in L’Ardito,
III, 1921, n. 26 del 25 giugno, p. 3 e “Il processo Bolzon-Vecchi”,
in L’Ardito, III, 1921, n. 6, p. 4. Il Bolzòn nel frattempo
era stato nominato direttore de L’Ardito.
[29] “La
lettera ha varie correzioni a penna e la seguente aggiunta
a mano «Lettera scritta malissimo per molte buone ragioni,
non ultima quella dell’ora avanzata e della grante stanchezza»”.
Da: A. Repaci, La Marcia su Roma, mito
e realtà, II, Cassino-Roma 1963, documento 11 tra le pp.
16-17.
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sulle foto per ingrandirle

Il monumento a Cicerone prima
della sua rimozione

La statua di Ferruccio Vecchi
raffigurante "L'Impero che balza dalla mente del Duce"

Particolare della statua
di Ferruccio Vecchi raffigurante "L'Impero che balza
dalla mente del Duce"

La scultura di Cicerone
prima della sua rimozione, durante lo scavo per portare alla luce
il tratto di strada romana

Il pregevole tratto di strada
romana rinvenuto nello scavo di Piazza Municipio; la statua di
Ferruccio Vecchi è stata rimossa

Copertina del raro catalogo
della Mostra di Ferruccio Vecchi "Il mito del Duce nella
scultura" La fisionomia di Mussolini, personalità
venerata dallo scultore, è qui rappresentata con caratteri
"animaleschi"

L'offerta del cuore
cuore. Nota dell'autore "Il Cuore è offerto ad
occhi chiusi"

La Primavera. Prima maternità

L'idea balza dalla mente dell'uomo.
Nota dell'autore:" Ho sentito il bisogno di compiere quest'atto
chirurgico per svelare il mondo dello spirito. Ciò che
distingue l'uomo dall'animale, o l'essere evoluto dal bruto è
la possibilità di manifestare un'idea universale, utile
a tutti i suoi simili"

Dedica a Benito Mussolini
a p.6 del catalogo

"Movimentata istantanea
eseguita da Piero Bolzon: il taglio della barba al direttore dell'Avanti!........
(16 aprile 1920)

Foto giovanile di Ferruccio
Vecchi, pubblicata nel catalogo della Mostra "Il Mito
del Duce nella scultura"

Roma, Porta Flaminia in
Piazza del Popolo, Ferruccio Vecchi, indicato dalla freccia. è
ripreso insieme a Mussolini, Balbo, De Vecchi, De Bono al compimento
della Marcia su Roma.

Particolare del volto del
monumento |