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TRA ARCHITETTURA E NATURA: L'INSEGNAMENTO SILENZIOSO
DEI SITI RURALI
di Leonia Simone e Marco Mastroianni
L’architettura
popolare, ed in particolare quella rurale, rivela, in chi si avvicina,
un’antica memoria di appartenenza originaria oggi sepolta
eppure mai estinta.
Nell’imbatterci in un agglomerato rurale, come tanti presenti
nella Valle del Liri, le nostre emozioni restano rapite e, ad
un occhio analitico, accade che rapporti proporzionali tra volumi,
bucature ed elementi architettonici sono percepiti come integrati
nella sensazione di benessere e di agio che si sente in questi
luoghi mimetici, dove la forza comunicativa non sta tanto nella
cura dei canoni compositivi, quanto nella captazione del sistema
armonico a cui gli edifici appartengono e di cui sono tra i principali
testimoni.
Il sistema armonico espresso si riflette in vari parametri specifici
come il paesaggio, il clima, l’area geografica e la condizione
orografica, la scelta del sito su cui edificare i primi nuclei,
la presenza di acqua nell’intorno, il rapporto con il terreno
e con il suo andamento, l’orientamento dei locali abitati,
per lo più esposti a sud, sud-est (e di contro l’interramento
delle parti esposte a nord). Appartengono all’insieme anche
i tipi di coltivazioni specifiche e gli aspetti antropici che
riguardano gli abitanti, le attività peculiari che essi
conducono nell’ambito dell’agricoltura e dell’artigianato,
il loro rapporto con la proprietà o con la gestione del
terreno loro assegnato (come ad esempio gli accordi produttivi
con il signore-proprietario e il rapporto di mezzadrìa
riguardante la spartizione del raccolto). Sono coinvolti inoltre
il numero delle persone che abitano lo stesso nucleo e il numero
dei figli maschi, che portando le loro mogli nella casa paterna
ampliano la loro famiglia e quindi la cellula abitativa originaria,
nonché il numero di animali da ospitare nella stalla, luogo
fondamentale dell’edificio, spesso esteso su oltre il 50%
della superficie totale, dove ha cura e protezione per l’unica
fonte di sostentamento quotidiano, oltre quella offerta direttamente
dalla terra. L’armonia del luogo si evince infine dai materiali
presenti sul luogo utilizzabili per la costruzione: il tipo di
pietra, il tipo di terra, la possibilità di elaborazione
della materia prima.
Ovviamente i contadini non si insediavano in questi luoghi pensando
alla compresenza ottimale dei parametri considerati, né
avevano architetti e urbanisti che disegnavano il paesaggio, stabilivano
destinazioni d’uso, zone edificabili, aree produttive...
Le loro case nascevano e si aggregavano in modo spontaneo, dove
il contatto continuo con la natura e l’assenza delle “innovazioni
tecnologiche” attuali, portava come riscontro positivo un
radicamento innato del senso della misura, del limite della relazione
tra consumo e rinnovabilità delle risorse.
I muri delle loro abitazioni nascevano come manufatti realizzati
con le pietre raccolte sul posto, spesso accantonate per liberare
i campi da coltivare. Dalla cottura delle pietre si ricavava la
calce, che si mischiava alla terra locale per preparare le malte.
L’argilla cotta forniva i mattoni e i coppi per la copertura,
e la costruzione della casa era un’avvenimento a cui partecipava
tutta la famiglia, i parenti, i vicini, le donne e i bambini,
nella chiara consapevolezza del collegamento che unisce una persona
all’altra, per cui il bisogno odierno di uno può
essere domani dell’altro, e non ha senso che uno solo o
pochi conducano un’esistenza più agevole a stretto
contatto con chi ne è privo.
Questi valori di base, insieme ad un sistema di vita in comunione
con la natura, determinavano spesso la condivisione “istituzionale”
di eventi particolari come la costruzione di una casa e la sua
manutenzione ( la settimana di pasqua era spesso dedicata all’imbiancatura
con la calce), la raccolta delle olive, la mietitura, la vendemmia,
il matrimonio di una figlia, il parto di una mucca…
I canti, le preghiere, le danze, la cucina e i festeggiamenti
che accompagnavano questi momenti, oltre che premiare la fatica
impiegata, impregnavano l’accaduto di un potere rituale,
che esprimeva un forte senso di gratitudine verso la terra e il
divino, e rafforzava i legami intimi, affettivi e di cooperazione
tra le persone.
E’ da tutto questo che ha origine la bellezza che oggi possiamo
ammirare negli agglomerati di Forlieta e Montecoccioli di Arpino,
di Fraioli a Roccadarce, di Mezzano a Sora e di altri nella Valle
del Liri, luoghi nati, contrariamente a quanto accade oggi con
i risultati distruttivi che tutti conosciamo, senza l’intenzione
di farsi notare nel paesaggio, ma che tuttavia lo migliorano e
lo caratterizzano pittoricamente.
Cosa dovevano essere i nostri paesaggi, quando questi luoghi brulicavano
di suoni, di odori, di voci e di versi animali che interagivano
tra loro e con il territorio intorno!
Oggi un silenzio paziente e sconfortato regna tra questi piccoli,
fieri edifici, ormai allo stremo delle forze. Le intemperie e
la vegetazione hanno degradato le loro strutture abbandonate da
anni. Di tanto in tanto, lo scricchiolìo di un infisso
senza vetro ed i salti di un gatto tra le macerie, sebrano lasciar
udire la voce flebile di queste case che pur resistono nella loro
lenta agonia.
Paradossalmente, quelle meno raggiungibili e più dimenticate
hanno conservato intatta la loro natura, seppur sofferente. Altre,
più facili da ristrutturare sono finite inglobate in anonime
costruzioni senza anima, non più riconoscibili, con forte
danno per la bellezza, per la cultura e, sovente, per la stessa
stabilità statica.
Non abbiamo imponenti fori imperiali o archi di trionfo nella
nostra Terra di Lavoro, bensì un’identità
rurale disseminata nelle nostre valli e sopra le nostre le nostre
montagne, nata con noi dalla preistoria, con i Volsci, i Sanniti,
i Romani…con Montecassino e i Conti d’Aquino, con
la realtà di confine tra il papato e il regno borbonico,
i briganti, le guerre mondiali… Non possiamo dimenticarla,
e non c’è più molto tempo, se vogliamo salvarla.
In altre regioni d’Italia, l’identità locale
viene tutelata e utilizzata per valorizzare e portare benessere.
Con le normative attuali e gli interessi sempre maggiori per l’ambiente,
questo potrebbe essere possibile anche per noi, magari con qualche
attento compromesso tecnologico. I siti rurali sono infatti i
luoghi più adatti per la sperimentazione e l’impiego
di risorse rinnovabili, per la reintroduzione delle colture biologiche
locali e per l’alimentazione autonoma degli impianti (solare,
eolica, geotermica ecc.), costituendo così un esempio etico
di recupero in piena tematica contemporanea.
Il Cronista - 1-12-2008
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