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L'ARCHIVIO DEL DOLORE
di Idolina Landolfi*
Le
Monde Diplomatique-Il Manifesto (Gennaio 2006)
L’antica città
di Caiazzo» scrive Herbert Matthews nel «New
York Times» nel 1943 «merita un’infelice
nicchia nella camera degli orrori della Germania»: perché
vi fu compiuto un atto di barbarie contro donne e bambini, martoriati
e poi trucidati da un ventunenne ufficiale della 3a compagnia
del 29° Panzer Grenadier Division, Wolfgang Lehnigk-Emden;
trucidati per rappresaglia, per vendetta contro l’Italia
traditrice, per affermazione di onnipotenza. Erano ventidue civili
- sette donne, undici bambini tra i tre e i nove anni e quattro
uomini (ovvero ventitré, se si considera che una delle
donne, Mariangela Albanese, era incinta) -, contadini che abitavano
alcuni casolari sul Monte Carmignano, nei luoghi sventurati che
hanno visto le battaglie più inutili dell’intera
guerra in Italia, quelle sulla linea Gustav, dove i tedeschi riuscirono
a fermare per mesi, fino al maggio 1944, l’avanzata delle
truppe alleate.
Di questo e di molto altro ci parla il documentato, puntuale volume
di Antimo Della Valle (Caiazzo non perdona
il boia nazista, Edizioni Spartaco, pp. 101, Euro 12,00):
del teatro di guerra campano, ad esempio, e in particolare della
provincia di Caserta, che pagò un prezzo di sangue altissimo
(709 civili uccisi), e dove la memoria dei massacri è in
buona parte svaporata, o comunque è molto meno viva rispetto
ad altri luoghi. Come per la strage di Caiazzo, appunto, della
quale il paese tutto si era come dimenticato: questo ha compreso
Della Valle nel corso della sua minuziosa ricognizione;
questo è apparso chiaramente al procuratore di Santa Maria
Capua Vetere, Paolo Albano, dove in ultimo (e
siamo negli anni Novanta!) il caso è approdato, dopo una
lunga vicenda di insabbiamenti, palleggiamenti, mal applicate
‘ragioni di stato’: «Sembrava che la strage
di ventidue civili» dichiara Albano nell’intervista
che chiude il volume «non fosse mai stata consumata e fosse
stata cancellata dalla memoria collettiva»: forse per il
pudore di chi vuole proteggere l’onore delle proprie donne
violentate, forse perché si trattava di semplici contadini,
i «caiazzani», come venivano chiamati, con un certo
disdegno, gli abitanti del contado dagli inurbati «caiatini».
La testimonianza di Albano colpisce per la semplicità
con cui comunica il suo forte coinvolgimento emotivo nell’occuparsi
dell’episodio (e come potrebbe essere altrimenti?), del
«triste accadimento», come lo chiama l’ex-ufficiale
responsabile in una lettera di blande scuse al sindaco di Caiazzo;
nella quale, dopo anni di negazioni e menzogne, avendo infine
ammesso il fatto se ne dichiara «dispiaciuto». E intanto
ha vissuto serenamente l’intera sua vita, e non pentito,
sottolinea Albano, visto che è circondato, nella sua dimora
borghese di Ochtendung, vicino Francoforte, dai tanti suoi ‘souvenirs’
di guerra.
Albano racconta dei suoi incontri con chi lo ha convinto ad aprire
le indagini, ad istituire un procedimento penale; con i testimoni
ancora in vita, come Raffaele Perrone, che trovò per primo
i corpi dei suoi familiari, tra cui i quattro nipotini; e con
l’ufficiale tedesco, infine, con la sua maschera glaciale,
la sua ottusa convinzione di avere agito secondo dovere.
Vicenda, abbiamo accennato, vergognosa in sé, e per come
è stata trattata nel corso di mezzo secolo. E che solo
per la caparbietà, e il senso profondo di umanità
di alcuni individui è tornata alla luce: il giornalista
di guerra William Stoneman, allora corrispondente
per il «Chicago Daily News» al seguito
della 5a armata del generale Clark; lo scrittore Hans
Habe, ufficiale nell’esercito alleato (al quale
si deve tra l’altro il bel libro Cadranno a migliaia, sulla
sua esperienza di guerra contro i tedeschi, la prigionia e la
fuga, tradotto in Italia dall’editore napoletano Richter
nel lontano 1952 e che meriterebbe una nuova edizione); l’italo-americano
Joseph Agnone, uomo semplice ma dai vasti interessi,
lo storico Giuseppe Capobianco. Solo per queste persone, che si
sono passate una ideale staffetta, questa storia esiste, e i pochi
superstiti hanno avuto - per quanto può valere, adesso
– il riconoscimento del loro grande dolore. L’unico
risarcimento possibile, credo; e infamia ricada su chi persino
questo tenta di negare loro: il diritto al dolore.
Naturalmente
molti sapevano: il nome dell’ufficiale e l’accaduto.
Benedetto Croce, ad esempio, al quale fu chiesta la frase da apporre
su una lapide in memoria; e le autorità militari americane,
e quelle italiane, a cui Stoneman, divenuto nel frattempo assistente
per i crimini di guerra del segretario generale dell’ONU,
scrisse (nel 1949, all’allora ministro degli esteri Carlo
Sforza). Il responsabile venne bensì catturato, passò
nelle mani degli inglesi e da questi condotto, chissà perché,
in un campo di prigionia in Algeria. Ma da lì dopo qualche
mese se ne persero le tracce. Tutti i tentativi di riaprire il
caso fallirono: non conveniva, peraltro, suggerisce il Della Valle,
al governo italiano incaponirsi ad inseguire un criminale nazista
quando tanti criminali italiani nelle mani degli alleati dovevano
farsi condonare la loro ferocia in Etiopia, in Grecia. E d’altra
parte, in tempi di Guerra Fredda, occorreva agli Stati Uniti riabilitare
la Wehrmacht, per stringersi con il maggior numero di paesi europei
in un comune fronte antisovietico.
Così scomparve la documentazione in America, scomparve
quella fornita da Stoneman alle autorità italiane, sepolta
in uno dei tanti ‘armadi della vergogna’. Joseph
Agnone, durante le sue ricerche per comprendere meglio
le storie di guerra nel suo paese d’origine, trovò
qualche documento negli Archivi del Maryland, ne cercò
altri, gli venne infine consegnata la copia del dossier Lehnigk-Emden,
che spedì in Italia (e siamo nel 1987).
Seguirono lunghe, penose vicende di conflitti di competenza (azione
di guerra o assassinio? Tribunale civile o militare?), arresti
di sei giorni e rilasci del settantenne Emden; ricorsi per reato
caduto in prescrizione, impossibilità di estradizione e
mille altri cavilli legali. Infine, il 25 ottobre 1994, Emden
è condannato in Italia all’ergastolo. In contumacia.
*Articolo
originale inviato alla redazione dall'autrice, l'ultima parte
(evidenziata in corsivo) non è stata pubblicata da Le Monde
Diplomatique-Il Manfesto per mancanza di spazio.
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Il
saggio di Antimo Della Valle "Caiazzo non perdona il Boia
Nazista"

Hans Habe, lo scrittore che
si occupò della strage di Caiazzo in veste di Ufficiale
della V Armata
Militari americanio entrano
nella cittadina di Caiazzo (Ottobre 1943)

Wolfgang Lehnigk-Emden responsabile
della strage di Caiazzo
Joseph Agnone, ricercatore
italo-americano che ha scoperto il dossier sulla strage di Caiazzo

Il Casolare di Montecarmognano
a Caiazzo dove il 13 ottobre 1943 furono uccisi 22 civili |