Introduzione

di Antimo Della Valle


Questo volume, che raccoglie una serie di appunti di guerra redatti dall’ufficiale polacco Erik Jankowski, è il resoconto dell’esperienza vissuta dall’Autore dalla deportazione in Unione Sovietica, alla conquista dell’Abbazia di Montecassino fino alla ritirata dei tedeschi sulla Linea Gotica.
Jankowski narra i fatti con rigore registrando gli eventi di cui è stato testimone nella lunga peregrinazione che lo condusse dai campi di lavoro della Siberia al Medio Oriente, attraversando le Repubbliche asiatiche dell’Unione Sovietica per l’addestramento nell’Armata polacca costituitasi dopo la spartizione della Polonia tra la Germania e l’Urss. Tappa successiva del suo lungo e tormentato “cammino”, fu il fronte di guerra italiano dove venne impiegato per la conquista delle alture di Montecassino e Piedimonte San Germano che permise agli Alleati di sfondare il sistema difensivo tedesco e proseguire per Roma.
Per consentire al lettore di comprendere tale complessa successione di eventi è utile analizzare, nelle pagine introduttive, alcune vicende che caratterizzano questo periodo bellico.
Quando la Germania invase la Polonia nel settembre del 1939, l’Unione Sovietica occupò, in virtù di un patto segreto stipulato con i tedeschi in occasione della firma di un trattato di non aggressione, la parte orientale dei territori polacchi. Il protocollo segreto composto da tre articoli, denominato patto Ribentropp-Molotov, stipulato a Mosca il 23 agosto 1939, stabiliva una divisione territoriale dell’Europa orientale in due zone d’influenza. Il patto segreto prevedeva, tra l’altro, che le sorti dello Stato polacco e le sue frontiere sarebbero state fissate successivamente.
In base a questo accordo le Autorità sovietiche decisero di cambiare l’assetto politico e demografico del territorio. La Polonia orientale fu incorporata e considerata dai sovietici come parte integrante dell’Urss. Il Governo di Mosca avviò un processo di “russificazione” di massa della popolazione e del territorio, con la finalità di assorbire i polacchi dell’Est eliminando gli elementi essenziali della loro cultura e vietando l’insegnamento della lingua polacca nelle scuole e nelle università.
È significativa la testimonianza dell’Autore che riferisce di aver interrotto gli studi al penultimo anno di liceo perché nelle scuole furono introdotti, non solo l’esclusivo insegnamento della lingua russa, ma anche nuovi libri di testo che decantavano la rivoluzione bolscevica. Per modificare radicalmente l’assetto demografico dei territori polacchi occupati, quasi un milione di persone furono rinchiuse dai sovietici nelle prigioni, uccise o deportate nei campi di lavoro forzato esistenti nell’Est e nel Sud dell’Unione Sovietica.
Le deportazioni erano state preparate secondo un piano organizzato: irruzioni nelle case prima dell’alba, concessione di poco tempo per preparare i bagagli e trasferimento nelle stazioni ferroviarie più vicine, dove i polacchi venivano fatti salire salire su treni merci. Questo momento traumatico della deportazione forzata, ampiamente documentata da una serie di testimonianze orali, è sempre presente soprattutto nei racconti dei bambini perché rappresenta il primo contatto con la nuova realtà.
Ci furono quattro grandi deportazioni: febbraio, aprile e giugno del 1940 e giugno del 1941, e durante quest’ultima fu deportata la famiglia Jankowski. Tra i deportati vi erano circa 250.000 bambini, adolescenti che non superavano i 14 anni. La più drammatica delle deportazioni fu quella attuata il 10 febbraio 1940 per la rapidità e la spietatezza dell’esecuzione ed interessò tutti i coloni militari, ed in particolare coloro che avevano partecipato alla guerra polacco-bolscevica del 1920.
Quando la Germania, il 22 giugno 1941, invase l’Unione Sovietica, con la famosa operazione Barbarossa, in Europa Orientale vi fu un vero e proprio mutamento politico e militare. Il nuovo contesto politico provocò un cambiamento nei rapporti tra la Polonia e il Governo dell’Urss. Dopo l’occupazione e la spartizione della Polonia il generale Wladyslaw Sikorski aveva formato un Governo di unità nazionale a Parigi, il 30 settembre 1939, che fu costretto a trasferire a Londra dopo l’occupazione tedesca della Francia. Polonia e Unione Sovietica ristabilirono le relazioni diplomatiche e firmarono una serie di accordi per combattere lo stesso nemico: la Germania di Hitler. Un primo incontro avvenne a Londra il 3 luglio 1941 tra il Governo polacco in esilio ed una delegazione sovietica, seguito da un patto militare firmato il 14 agosto 1941. Con questi accordi venne concessa un’amnistia ai prigionieri in mano dei sovietici e consentito loro di arruolarsi nella nuova Armata polacca che si stava costituendo sul territorio sovietico. L’amnistia rappresentò la salvezza per molti di essi.
Il Comando dell’Armata polacca fu affidato al generale Anders, liberato dai sovietici il 4 agosto 1941. Nato a Blonie presso Varsavia nell’agosto del 1892, Wladyslaw Anders studiò al Politecnico di Riga e conseguì il grado di ufficiale alla Scuola Cadetti dell’Armata russa. Partecipò alla Iª Guerra Mondiale come comandante di squadrone. Ferito due volte durante i combattimenti, Anders si distinse per coraggio e capacità di comando. Con l’indipendenza della Polonia nel 1918 fece parte dello Stato Maggiore dell’Esercito polacco.
Quando la Germania occupò la Polonia, nel settembre del 1939, comandò una brigata di cavalleria contro le truppe tedesche sul confine orientale della Prussia e quando l’Urss, poche settimane dopo, invase i territori orientali polacchi, non esitò a difendere eroicamente la sua Patria. Ferito e catturato dai soldati sovietici fu per 22 mesi, rinchiuso nel carcere della Lubianka a Mosca subendo anche torture.
A lui fu affidato il comando della nuova Armata polacca. L’accordo militare con i sovietici prevedeva la riorganizzazione dell’Esercito polacco, che dipendeva dal Governo in esilio, ma era controllato dai sovietici dal punto di vista operativo sul territorio. Il Quartier generale dell’Armata fu organizzato a Buzuluk, nella regione dell’Oremburg-Volga, dove cominciarono ad affluire tutti gli uomini detenuti nelle prigioni o nei campi di lavoro.
Nel gennaio del 1942 l’Armata polacca in via di formazione fu trasferita nelle Repubbliche asiatiche dell’Unione Sovietica: Uzbekistan, Kazakistan e Kirghizistan ed il Quartier generale fu ubicato a Jangi-Jul, tra Samarcanda e Taskent.
Preziosa, in tal senso, la testimonianza di Erik Jankowski, che giunto a Guzar in Uzbekistan e trasferito successivamente a Jang-Jul, ricorda le difficili condizioni in cui si trovarono i polacchi liberati dai campi di lavoro e dalle prigioni della Siberia tra cui anche donne e bambini. Essi, in tutti i modi, cercavano di raggiungere i centri di formazione del nuovo Esercito polacco ai quali arrivavano sfiniti, malati e deperiti.
La ricostruzione dell’Esercito avvenne in condizioni disumane; mancava tutto, le truppe erano prive di medicine, lenzuola, scarseggiava il cibo e si diffondevano diverse malattie che decimavano le unità che si stavano costituendo.
Nei ranghi dell’Esercito polacco erano quasi totalmente assenti gli ufficiali in precedenza catturati dai sovietici; di essi ne affluirono soltanto 448, ex detenuti liberati. Il generale Anders chiese immediatamente spiegazioni alle Autorità di Mosca circa la sorte di migliaia di ufficiali che mancavano all’appello. Soltanto nell’aprile del 1943, in un bosco vicino alla località di Katyn saranno rinvenuti i corpi di alcune migliaia di ufficiali, fucilati dai reparti speciali del Nkvd, il Commissariato del popolo per gli affari interni, ma in realtà polizia politica.
Diffidente nei confronti di Stalin, Anders si battè per trasferire le truppe fuori dai confini sovietici al fine di cercare di sottrarre l’Armata polacca al controllo delle Autorità comuniste e di sopperire alla mancanza di cibo e armamenti. Così, tra marzo e luglio del 1942, le truppe polacche furono trasferite in Persia, a Pahlevi e Teheran, e addestrate per l’esordio sul fronte di guerra. Nel marzo del 1943 proseguirono la loro preparazione nel Nord dell’Iraq, dove vennero istruite sulle tecniche di guerra in montagna e, successivamente, trasferite in Palestina e in Egitto.
Nel dicembre del 1943 le Autorità britanniche, in accordo con il Governo polacco, decisero di impiegare, per la primavera dell’anno successivo, il II Corpo polacco sul fronte italiano: sulla Linea Gustav.
Quando, nell’aprile del 1944, i polacchi giunsero a Cassino, si trovarono di fronte cumuli di macerie e migliaia di cadaveri di soldati, la celebre Abbazia benedettina, faro della cultura monastica occidentale, era stata distrutta la mattina del 15 febbraio 1944 da una pioggia di bombe sganciate da più di duecento bombardieri e la città che sorgeva ai piedi del costone di Montecassino era stata rasa al suolo, un mese dopo, nel tentativo di stanare i tedeschi che difendevano tenacemente la Linea Gustav.
Dopo tre mesi di combattimenti feroci, erano state sferrate tre offensive contro i tedeschi dal 12 gennaio al 24 marzo 1944, compreso l’imponente bombardamento contro il Monastero benedettino, ma gli Alleati non erano riusciti a penetrare nella Valle del Liri e raggiungere Roma. Il 20 gennaio la 34ª Divisione americana era stata respinta nel tentativo di attraversare il Gari nel settore di Cassino ed aveva registrato ingenti perdite tra morti, feriti e dispersi. Erano state impiegate divisioni neozelandesi e indiane che avevano sostituito il II Corpo americano, ma ogni tentativo risultò vano.
Al termine dell’operazione Dickens, che gli storici anglosassoni definiscono la terza battaglia di Cassino, nel marzo del 1944, il generale inglese Oliver Leese comunicò ad Anders che gli Alleati avevano preparato un nuovo piano per sfondare la Linea Gustav, i cui capisaldi erano stati individuati nelle alture di Montecassino, prima, e Piedimonte San Germano, dopo: l’operazione Diadem. In tale ottica il XII Corpo britannico fu schierato tra Cassino e il fiume Liri, il Corpo di Spedizione francese e il II Corpo americano dal Liri al Mar Tirreno.
Al ricostituito Esercito polacco fu affidato il compito più difficile: scardinare il dispositivo difensivo tedesco sulle montagne a Nord di Cassino. Il Comando alleato riteneva, infatti, fondamentale conquistare la posizione chiave di Montecassino, impadronirsi delle colline che sovrastavano il costone sul quale vi erano le rovine del Monastero e puntare su Piedimonte San Germano, cardine della Linea Hitler, trasformata successivamente in Senger. Anders, preparando la strategia, si rese subito conto che lo sforzo che avrebbe dovuto compiere il suo Esercito era enorme, considerando l’asprezza dei combattimenti, gli insuccessi degli Alleati qui bloccati dal mese di gennaio e la forza del nemico che schierava in quel settore il suo miglior reparto: la Iª Divisione Paracadutisti.
Però sapeva di poter contare su uomini altamente motivati, dopo le esperienze nei campi di lavoro e nelle prigioni sovietiche ed era consapevole che una vittoria a Montecassino avrebbe potuto equivalere ad una rivincita per l’intera Polonia, occupata ed umiliata dalla Germania e dall’Unione Sovietica.
Come scriverà nelle sue memorie, un successo contro i tedeschi sul fronte di Cassino “avrebbe coperto le armi polacche di gloria”. Il talento operativo e l’intelligenza militare lo portarono ad accettare questa operazione, calcolando i rischi del combattimento, le inevitabili perdite che avrebbe subito il suo Esercito e anche le forti possibilità di un insuccesso.
Anders preparò il piano, comprese che l’ostacolo principale era il costone di Montecassino, blocco montano largo fino a sei km, che costituiva una posizione naturale di difesa eccellente e sfruttata pienamente dai tedeschi che ne aumentarono l’inespugnabilità con lavori di fortificazione compiuti durante la preparazione della Linea Gustav. Si rese conto che continuare l’attacco frontale, come era stato programmato nelle tre battaglie precedenti, non avrebbe scardinato la resistenza tedesca poiché il sistema difensivo era basato anche su alcune alture circostanti. Era, pertanto, indispensabile isolare il costone di Montecassino e tentare di aggirarlo da Nord occupando alcune colline che si trovavano alle spalle del Monastero come Colle S. Angelo, quota 593 e Masseria Albaneta per poi puntare su Passo Corno e Piedimonte San Germano. Il piano prevedeva un attacco su due direttrici, Colle Sant’Angelo e quota 695; ciò significava sfondare la Linea Gustav e investire la Linea Hitler nel punto di sutura dei due dispositivi difensivi: Piedimonte San Germano.
L’offensiva fu preparata nei minimi particolari considerando le difficoltà del combattimento che avrebbero richiesto urgenti scorte di materiali, motivo per cui il Comando polacco decise di trasportare ed accumulare una grande quantità di munizioni, viveri ed acqua.
Anders sferrò l’attacco l’11 maggio 1944: la Quinta Divisione di Fanteria Kresowa si diresse verso la Cresta del Fantasma, Colle Sant’Angelo e altre colline minori, mentre la Terza Divisione Carpazi avrebbe dovuto conquistare le quote 593 e 569 oltre alla Masseria Albaneta, per poi puntare direttamente al Monastero.
Preziosissima al riguardo appare la testimonianza di Erik Jankowski che apparteneva alla terza Divisione e fu incaricato di comunicare al Comando attraverso una postazione telefonica i movimenti delle truppe tedesche arroccate sulle rovine del Monastero.
Il 18 maggio le truppe polacche, stremate e decimate dalla terribile battaglia, riuscirono ad occupare le macerie ormai deserte dell’Abbazia di Montecassino ed innalzare la bandiera nazionale.
La maggior parte degli storici identifica con il 18 maggio 1944, giorno della conquista di Montecassino, la data decisiva che consentì alle truppe alleate di sfondare la Linea Gustav e puntare su Roma; ma in realtà la battaglia non era terminata perché i tedeschi si ritirarono sulla seconda posizione di difesa: la Linea Hitler. Piedimonte San Germano rappresentava il punto di congiunzione e cardine delle due linee difensive e la sua posizione strategica, collocata su un colle al fianco della Valle del Liri, consentiva alle truppe tedesche di controllare la via Casilina ed impedire all’VIII Armata britannica di proseguire verso Roma.
Anders, necessariamente, dovette riorganizzare le truppe, stanche e logorate da una battaglia infernale che era costata un numero altissimo di soldati, sacrificati per la conquista di Montecassino. Attuò la seconda parte del piano che prevedeva di penetrare nel punto di congiungimento delle due Linee difensive. Il Comando polacco lanciò due offensive verso Pizzocorno e Monte Cairo, da una parte, e Piedimonte dall’altra.
Fu costituito un reparto speciale con il compito di espugnare l’abitato. L’ordine dato da Anders era “Catturare Piedimonte” e proteggere le truppe britanniche che avanzavano sulla statale Casilina.
Il 19 maggio 1944 iniziò la dura battaglia di Piedimonte. La tensione non si era allentata perché i tedeschi avevano trasformato la cittadina in una roccaforte fortificando quasi ogni casa e costruendo una serie di ricoveri in cemento armato per artiglieri e mitragliatrici. Dal 19 al 25 maggio i polacchi sferrarono quattro attacchi premendo incessantemente sulle posizioni tedesche, ma era arduo, sotto il fuoco incessante del nemico, procedere con i carri armati sulle pendici del paese o avanzare all’interno dell’abitato lungo strade strette e tortuose.
Era un’impresa difficilissima snidare i tedeschi dalle barricate poiché, forti della loro tradizione militare, avevano formato una barriera infernale tra le mura della cittadina sviluppatasi su terrazzamenti disposti secondo l’andamento del pendio collinare.

Il Diario di Jankowski si rivela fonte preziosissima ed inedita nella descrizione minuziosa della Battaglia di Piedimonte, nelle cui pagine l’Autore documenta ampiamente sia la lotta ardua, accanita, combattuta casa per casa ma anche le difficoltà di ordine tattico e strategico
Quando, la notte tra il 24 e 25 maggio 1944, i fanti polacchi si impadronirono dell’abitato, trovarono solo macerie, cadaveri di soldati e carogne di animali uccisi. Piedimonte San Germano, distrutta al 99% nel suo tessuto edilizio era un ammasso di rovine come ben documenta l’Appendice fotografica dal titolo: “La Battaglia di Piedimonte San Germano”.
Ma, nonostante ciò, nella sua popolazione rifugiatasi nelle grotte del territorio o sulle montagne circostanti o sfollata al Nord, rimaneva intatto il desiderio di tornare a vivere e lavorare nella terra dei propri avi, come ben riconosciuto nella motivazione con la quale la Presidenza della Repubblica, l’8 febbraio 2001, ha conferito a Piedimonte San Germano la medaglia d’argento al merito civile:

“Situato in posizione nevralgica, durante l’ultimo conflitto mondiale, subì violenti bombardamenti che provocarono numerose vittime e la distruzione della totalità dell'abitato. La popolazione tutta che, con indomito coraggio, aveva contribuito anche alle formazioni partigiane, intraprendeva poi la difficile opera di ricostruzione, offrendo nobile esempio d’elette virtù civiche e generoso spirito di solidarietà”.