|
|
LA CHIESA PARROCCHIALE E COLLEGIATA DI VICALVI
di Ottavio Cicchinelli
La chiesa parrocchiale di Vicalvi, dedicata ai santi Giovanni
Battista ed Evangelista e di recente restaurata con il contributo
della Regione Lazio e dei fedeli, fu edificata nella seconda metà
del XVI secolo, come annotò nel 1765, il parroco don Rosato
Saurini, aggiungendo che egli non poteva essere più preciso
in quanto i documenti archivistici conservati nella sacrestia
erano stati in gran parte distrutti da un incendio. L’edificio,
in origine, non presentava la sacrestia ed i “sacri utensili”
erano depositati in un settore della navata sinistra sottraendo,
così, spazio ai fedeli. In seguito fu deciso di costruire
un locale all’esterno della chiesa, a sinistra dell’altare
maggiore, e nel 1601 se ne stipulò il relativo contratto
di esecuzione, nella pubblica piazza ed alla presenza del notaio
del paese, con mastro Antonio Carpio proveniente dalla Gallia
Cisalpina. L’artigiano si impegnò ad eseguire i lavori
entro due anni e per un compenso pari a 155 ducati.
L’inizio dei lavori fu ostacolato dall'opposizione d un
certo “Cenzo”, proprietario di una casa posta dietro
l’altare maggiore. Lo scolo delle acque domestiche e piovane
provenienti dalla sua abitazione defluiva a cavallo della “muraglia”
(da intendersi perimetro difensivo esterno dell’abitato)
proprio nel punto dove sarebbe dovuto sorgere il locale. “Cenzo”,
ovviamente, si oppose mentre il parroco, don Nicola Gatti, ed
i rappresentanti dell’Università insistevano per
realizzare l’opera proprio in quel sito. Le parti questionarono
per 5 anni finché Marziale Cella, autorevole personaggio
di Vicalvi ed ex amministratore locale, decise di mettere a disposizione
della Parrocchia la finestrella di un suo locale posto nella parte
bassa della “muraglia”: lo stillicidio delle acque,
passando sotto la sacrestia, sarebbe defluito proprio “per
quandam Fenestrallam”. Il sacro edificio venne poi curato
ed abbellito nel tempo; vi lavorò anche Giacomo Cristoforo
Buzzolino, un architetto milanese sposatosi a Pescosolido ed ivi
residente, e che aveva ampliato la locale chiesa parrocchiale.
Nel 1580, intanto, alla chiesa era stata “aggregata”
l’antica “abazia” di S. Pietro. Questa si trovava
nella parte alta del paese a poca distanza dal Castello, era poco
frequentata e, per di più, appariva “fere collapsa”.
Per l’occasione i vicalvesi chiesero ed ottennero dal vescovo
Orazio Ciceroni, che aderì prontamente alla richiesta,
l’istituzione di un Capitolo di tre ecclesiastici (parroco
e due canonici) “ad divini cultus augumentum”, cioè
per assicurare funzioni religiose più solenni, per recitare
l’Ufficio in comune e per offrire ai fedeli una migliore
assistenza spirituale. Il Capitolo, però, non ebbe vita
lunga poiché i canonici, dopo qualche tempo, non vennero
più rinnovati. Rimase, così, il solo parroco ad
assistere i fedeli. Ma questo non costituiva un problema, poiché
la popolazione si limitava intorno alle 300-400 anime. Agli inizi
del 1700 arrivò in paese un parroco forestiero. Era un
bravo sacerdote, preparato ed attivo ma aveva abitudini “secolaresche”:
vestiva alla moda, coltivava la musica, viaggiava in continuazione.
E per fare questo sembrava non dedicare molto del suo tempo alle
cerimonie religiose: suonava, infatti, le campane con “tocchi
successivi e inordinati”, celebrava “alla cacciatora”
(cioé in maniera svelta, come facevano tanti altri preti
che, all’epoca, erano soliti praticare la caccia) sicché
quando i fedeli arrivavano in chiesa la messa era già terminata.
Impossibile per la Comunità coesistere con quel parroco.
Si scrisse, finanche, al papa ma senza alcun risultato poiché
il sacerdote rimase in paese per altri anni e continuò
ad avere un rapporto non tranquilli con i vicalvesi. Nel 1749
si tornò alla normalità e risorse pure il Capitolo
poiché al parroco di fresca nomina, don Rosato Saurini,
si aggiunsero due canonici-presbiteri (don Carlo Palumbo e don
Gaetano Ricciardi). Il vescovo Antonio Correale (1748-1765), accogliendo
alcune sollecitazioni del clero locale, allargò il Capitolo
inserendovi altri due canonici (un diacono ed un subdiacono).
Cinque, quindi, gli ecclesiastici in servizio permanente. Sembrerà
eccessivo oggi ma, a quel tempo, Vicalvi poteva permettersi questo
ed altro. Aveva terreni fertili e ben coltivati che producevano
grano, mais, miglio, spelta noci, vino, olio e ghiande (non le
patate che ancora non si coltivavano). Il raccolto era abbondante
al punto che una parte veniva venduto nei mercati dei centri limitrofi.
E la chiesa di S. Giovanni con le sue cappelle del Santissimo
Sacramento, di Sant’Antonio, di San Carlo godeva di rendite
più che sufficienti a mantenere un Capitolo composto da
5 membri.
Ma si sa, la storia è fatta di imprevisti. Qualche tempo
dopo arrivarono i Francesi e, con essi, le nuove idee di Liberté,
Egalité e Fraternité), quindi la Restaurazione,
i moti carbonari, il 1848-1849 che a Vicalvi “elettrizzò”
gli animi più che altrove “forse per la posizione
locale” – come scrisse don Felice Agostini –
che da Fontechiari teneva i contatti con il vescovo Montieri esule
a Napoli. Il Capitolo, già alle prese con problemi interni
connessi con la ripartizione dei proventi e la precedenza nel
coro e nelle processioni, non poté non risentire degli
eventi esterni. Cessò, tra l’altro, con la soppressione
della feudalità, il “patronato” dei duchi di
Alvito, feudatari di Vicalvi, sul parroco e su due canonici, si
assottigliarono le rendite e non fu più possibile nominare
tutti quei canonici. Si dovette, così, procedere a ranghi
ridotti. E, quando nel 1846 morì don Pasquale Paniccia,
si omise pure di rinnovare il parroco e, per 22 anni, la Parrocchia
fu retta da due o tre canonici, con conseguente scarsa soddisfazione
dei fedeli.
Anche l’edificio cadde in rovina e l’acqua piovana
penetrò all’interno rovinando stucchi ed arredi.
Intanto lo Stato italiano, per rimpinguare le sue esangui casse,
cominciò a rivolgere lo sguardo, onde incamerarne i loro
beni, verso i ricchi patrimoni immobiliari e fondiari degli enti
ecclesiastici. E così anche la Collegiata, proprio dopo
la nomina del nuovo parroco nella figura di don Daniele Celli,
venne nel 1878 soppressa. Il resto è storia recente: a
don Daniele seguirono padre Antonio Iacovacci, don Luciano Celli,
don Giacomo Muscedere ed altri religiosi. Oggi la chiesa è
affidata a don Edmer, un giovane sacerdote filippino, molto attivo
e benvoluto da tutta la popolazione.
Ottavio Cicchinelli
Per quanti volessero approfondire le problematiche sollevate
da questo articolo segnaliamo le opere di A. CARBONE, Vicalvi,
Posta Fibreno, il Fibreno, Casamari 1965, pp. [261]-267; D. PIACENTINI,
Visite Pastorali nella Diocesi di Sora nella seconda metà
del 1500, Sora 1999, pp. 147, 183, 186, 188, 195, 287, 289, 310,
358, 420, 432 e 436-437. Per la presenza, nell’antica Diocesi
di Sora, degli architetti provenienti dal Nord Italia si rimanda
a P. FORTINI, “Architetti lombardi e svizzeri attivi a Sora
nei secoli XVII-XVIII” in Don Gaetano Squilla. Contributo
alla conoscenza della Diocesi di Sora e del suo territorio. Atti
del Convegno, Sora 6 dicembre 1985 (a cura di L. Gulia), Sora
1986, pp. [47]-61.
Il Cronista n 5-7/2005
|