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La
Madonna del Rosario di Vicalvi
di Ottavio Cicchinelli
La Madonna del Rosario si festeggia la prima domenica
di ottobre con la celebrazione dei Vespri, di messe solenni, di
processioni affollate, e con preghiere corali, canti, suoni, spari
e luminarie. Questa festa costituisce una delle ultime occasioni
per ritrovarci tutti insieme in santità di intenti e in
sana allegria, prima di chiudere definitivamente la parentesi
estiva e tornare, un po’ mestamente, alle attività
di routine. Nel passato, dopo questa festa, i “rinomati
gran concerti bandistici” si scioglievano e ogni musicante
tornava a lavorare nella sua bottega artigiana.
Il titolo alla Madonna del Rosario deriva dalle ‘rose’,
antiche antifone e invocazioni brevi alla Vergine, da alcuni attribuite
a S. Domenico di Guzman (1170-1221).
Il santo rosario attualmente si compone, com’è noto,
di 20 decine di ‘Ave Maria’ (ma normalmente se ne
recitano solo cinque), intercalate da altrettanti ‘Padre
Nostro’ e ‘Gloria’, a cui segue una meditazione
sui misteri della vita di Gesù e della Madonna, che sono
di quattro tipi: ‘gaudiosi’, ‘dolorosi’,
‘gloriosi’ e ‘luminosi’. Alla fine del
rosario si recitano la ‘Salve Regina’ e le ‘Litanie
lauretane’, chiudendo con una triplice invocazione all’Agnello
di Dio. Fino a qualche anno addietro i misteri erano ‘gaudiosi’,
‘dolorosi’ e ‘gloriosi’. Poi papa Giovanni
Paolo II, con la Lettera apostolica “Rosarium Virginis Mariae”,
ha aggiunto quelli ‘luminosi’: si riferiscono alla
vita pubblica di Gesù e costituiscono, quindi, la luce
per il mondo cristiano.
Mentre anticamente, per recitare il rosario, si usavano pietruzze
o semi, oggi si usa la corona (o catena chiusa), composta da 50
grani (per le ‘Ave Maria’) divisi in 5 decine mediante
5 grani più grossi (per i ‘Padre Nostro’).
La festa alla Madonna del Rosario venne istituita nel 1572 da
papa Pio V (1566-1572), a ricordo della vittoria dei Cristiani
sui Turchi riportata a Lepanto (7 ottobre 1571) ed attribuita
alla particolare assistenza della Vergine, invocata con la recita
del rosario. Nel 1573 papa Gregorio XIII (della Famiglia Boncompagni-Ludovisi)
permise che tale festa si tenesse nella prima domenica di Ottobre
dovunque esistesse un altare o una cappella dedicata alla Madonna
del Rosario (“pro gratiarum actione de victoria die VII
parta contra Turcas”).
Avendo a che fare con la vittoria di Lepanto, la Madonna del Rosario
fu detta anche Madonna della Vittoria (ad es. a Posta Fibreno).
E siccome da don Bartolo Longo Le fu dedicato un Santuario a Pompei,
si chiamò anche Madonna di Pompei, specialmente in quegli
edifici di culto in cui la Vergine venne ritratta così
com’è raffigurata a Pompei (ad esempio a Forcella
di Pescosolido).
A Vicalvi la Madonna del Rosario si venera “ab illo tempore”.
Una cappella a Lei dedicata si trovava nell’antica “abazia”
di S. Pietro (ancora oggi esistente, restaurata, nei pressi del
castello). Non si sa né quando né da chi quella
cappella fosse stata eretta, poiché “non si rinviene
alcun atto di fondazione, né registri” attestò
nel 1750 il canonico campolese Benedetto Scaramuccia in una relazione
al vescovo di Sora. “Però - aggiunse - dalla Tabella
si rinvengono segnati i quattro anniversari e la festa del SS.mo
Rosario è per consuetudine antica”.
Quando la chiesa di S. Pietro venne chiusa (1581) perché
“fere collapsa” (quasi crollata), tutti i suoi beni
passarono alla chiesa di S. Giovanni (quella attuale). Anche la
cappella della Madonna del Rosario venne trasferita nel nuovo
tempio e posizionata nella navata destra della chiesa. E per allocare
la statua si creò una nicchia che, ancora oggi, mostra
una sporgenza all’esterno del muro perimetrale, lungo il
vicolo Simoncelli”.
La cappella non aveva grosse rendite. Annualmente ricavava appena
9 ducati, 51 grana e 9 cavalli da terreni posseduti a Campociccardo,
Castellana, Ciuccia, Frattelle, Ovito, Pisciarello e Rionile;
da piccoli “capitali di censo” cioè da somme
prestate a un determinato interesse annuo; dalla “questua
solita farsi la prima Domenica d’ogni mese”, che “fruttava”
mezzo tomolo di “mistura”, ossia granaglie miste,
del valore di 25 grana. Ma erano rendite bastevoli per far fronte
alle uscite, pari a 7 ducati e 45 grana annui. La cappella infatti
era tenuta a far celebrare 4 anniversari “pro benefactoribus”,
una messa cantata con primi vespri ed una messa letta nel giorno
dedicato alla Madonna del Rosario e altre 4 messe lette; doveva
inoltre provvedere a candele, incenso, “festoni” e
a una “limosina solita à farsi à convertiti
alla S. Fede”. Gli anniversari “pro benefactoribus”
(da celebrarsi nel mese di marzo: tre in suffragio di Paduano
Ciaffardino e uno in suffragio dei suoi fratelli e sorelle) comportavano
un onere di ducati 4, ridotti a 2 nel 1832, aumentati a 2,60 nel
1852 e poi riportati a 4 nel 1856. La messa cantata nel dì
festivo della Madonna del Rosario costava un ducato, elevato a
tre nel 1832.
Della cappella in questione si parla in diversi documenti antichi.
In uno datato 4 giugno 1609, ad esempio, si legge che nella Curia
Vescovile di Sora compare Claudia Camillis, arpinate e madre di
Dianora Belmonte, la quale lamenta la “spoliazione di un
territorio” operata dai “Priori o cappella della Confraternita
del Santissimo Rosario della Terra di Vicalvi.”
I vicalvesi hanno sempre avuto una grande devozione per la Madonna
del Rosario. A lei si sono rivolti costantemente, nella buona
e nella cattiva sorte. Ma in modo particolare l’hanno invocata
quei vicalvesi che si sono allontanati dal paese ed hanno vissuto
momenti di estrema difficoltà, come i soldati in guerra,
i braccianti nella Campagna Romana, gli emigrati in terre lontane.
“Tutti con la certezza di avere protezione e con la speranza
di poter tornare in paese, un giorno, a festeggiare la santa Patrona
insieme a parenti ed amici” afferma la dottoressa Ornella
Santoro, vicalvese verace trapiantata a Roma per motivi di lavoro,
rivestendo anchelacarica di primario presso l’EnteOspedaliero
“George Eastman” specializzato nelle cure e nelle
ricerche stomatologiche.
Ottavio Cicchinelli
1. La chiesa venne
ampliata e ruotata a nord-est, così come la vediamo oggi,
nel 1775 dall’architetto milanese Giacomo Cristoforo Bozzolini,
che viveva a Pescosolido, dove aveva sposato una donna del luogo.
La scalinata di accesso alla porta principale, invece, venne eseguita
in un secondo tempo: le prime quattro rampe da artigiani locali
tra il 1819 e il 1825; la rampa finale, con volta sottostante
e sagrato, risale al 1850 ed è opera di una squadra di
scalpellini di S. Donato Valcomino diretti da Giovanni Angelo
Cardarelli. Egli, al termine dei lavori, ricevette dal parroco
don Giuseppe Piazzoli “Ducati 450 e grana 87, pari a lire
1916,20” (vedasi in proposito O. CICCHINELLI, La chiesa
parrocchiale di Pescosolido e la sua scalinata, Casamari 2003,
pp. 32 sgg.).
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