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CONFERMENTO DELLA LAUREA HONORIS
CAUSA IN ECONOMIA, MANAGEMENT, FINANZA E DIRITTO D’IMPRESA
INTERVENTO DELL'AMMINISTRATORE
DELEGATO DELLA FIAT SERGIO MARCHIONNE
Signor Presidente della Regione, Monsignore Abate di Cassino,
Magnifico Rettore, Autorità, Signori membri del Corpo Accademico,
Signore e Signori, buongiorno a tutti.
E’ per me un grande onore ed è anche
una grande emozione ricevere un così alto riconoscimento.
Per questo desidero ringraziare di cuore tutto il Consiglio di
Facoltà.
Un grazie particolare lo rivolgo al rettore, professor Paolo Vigo;
al preside della Facoltà di Economia, professor Fausto
Piola Caselli; e al professor Marco Lacchini per le belle parole
e per la presentazione che hanno voluto farmi.
Sono così tanti i meriti che voi oggi attribuite a un solo
uomo.
Ma io non avrei mai potuto raggiungere questi meriti senza il
coraggio, la passione e le capacità di molti colleghi e
di molti collaboratori.
Per questo alla lista dei ringraziamenti vorrei aggiungere tutti
i lavoratori del Gruppo Fiat, circa 180.000 persone nel mondo
che hanno lavorato con impegno e con determinazione per ridare
orgoglio e credibilità alla nostra azienda.
Ringrazio per la loro presenza anche tutti gli studenti che ci
seguono oggi.
Nei vostri confronti provo un leggero imbarazzo.
Perché a voi chiedono anni di impegno e di fatica per raggiungere
la laurea, mentre io ci ho messo il tempo del viaggio da Torino
a Cassino, in elicottero.
Quello che posso assicurarvi è che ricevo questo riconoscimento
con la massima serietà e con la consapevolezza del peso
e della responsabilità che stanno dietro questo diploma.
Essere qui, all’Università di Cassino,
è anche un grande piacere per me.
E lo è per diversi motivi.
In primo luogo per i rapporti che legano la Fiat a questo ateneo.
C’è un proficuo rapporto di collaborazione, tra questa
Università e il nostro stabilimento, che è cresciuto
e si è consolidato negli ultimi anni.
A partire del 2004 sono state promosse molte iniziative di formazione
e di ricerca.
Insieme abbiamo avviato il primo master universitario della Facoltà
di Ingegneria sulla “Gestione e Produzione nel comparto
automobilistico”.
Insieme abbiamo attivato, l’anno scorso, il primo tirocinio
post laurea sul “Distretto dell’auto”.
E abbiamo organizzato convegni e seminari sulla progettazione
e industrializzazione di un’automobile.
Analoghe collaborazioni esistono sul fronte della ricerca e hanno
già prodotto risultati tecnici di grande rilievo.
Attualmente è in corso un altro progetto importante, centrato
sullo sviluppo di strumenti innovativi per migliorare l’efficienza
della logistica.
E’ un’attività che vede coinvolti anche i ricercatori
di Elasis, il nostro centro di eccellenza che ha sede a Pomigliano
d’Arco, e quelli del Centro Ricerche Fiat di Torino.
Tutti questi fatti dimostrano ancora una volta quanto siano preziosi
i legami che possono nascere grazie ad un approccio dialettico
e collaborativo.
Il piacere di essere qui oggi è legato
inoltre al forte rapporto che la Fiat ha con questo territorio
e con il Mezzogiorno d’Italia.
Proprio qui a Cassino abbiamo uno dei più avanzati stabilimenti
del nostro Gruppo, che dà lavoro a oltre 3.800 persone.
E’ specializzato nella produzione di vetture del segmento
C e quest’anno arriverà a produrre circa 160.000
auto.
Dal punto di vista tecnologico è il più automatizzato
della Fiat.
L’impianto di Cassino ha sofferto molto in passato per la
mancanza di volumi.
Oggi possiamo dire che sta vivendo una fase di rinascita, dal
punto di vista produttivo e occupazionale.
Da inizio anno, con l’avviamento della nuova Bravo, abbiamo
assunto centinaia di giovani.
Nel 2008, con l’arrivo della nuova Delta HPE, questa situazione
sarà consolidata.
Abbiamo stanziato 1,2 miliardi di euro in tre anni per questo
stabilimento.
In parte si tratta di investimenti già attuati nel 2006
e nel 2007, ma più della metà delle risorse verrà
investita nell’arco del prossimo anno per permettere a Cassino
di incrementare la capacità produttiva.
Quello di rilanciare tutti i nostri impianti e di portarli al
livello dei migliori concorrenti internazionali è un impegno
che abbiamo preso fin dall’inizio e che intendiamo portare
avanti con coerenza e serietà.
Intendiamo farlo specialmente al Sud.
Dove la Fiat ha 11 stabilimenti, 8 centri di ricerca e 33.000
dipendenti, pari al 40% dell’occupazione italiana del Gruppo.
A queste persone dobbiamo naturalmente aggiungere altre migliaia
di lavoratori che sono associati all’indotto.
Sentiamo il dovere, come principale gruppo industriale italiano,
di continuare a investire nelle regioni del Mezzogiorno, che rappresentano
una preziosa risorsa per lo sviluppo di tutto il Paese; una risorsa
di lavoro e di cultura che conviene a tutti valorizzare.
Ma c’è un altro motivo per cui mi
fa molto piacere essere qui: siete voi e quello che rappresentate.
L’Università di Cassino è un esempio eccellente
di quali risultati si possono raggiungere quando ci sono qualità,
obiettivi chiari e persone incredibilmente motivate.
Questo è un ateneo giovane, che ha appena 28 anni, eppure
è diventata l’Università di riferimento per
tutto il basso Lazio, nonostante la vicinanza a quelle più
grandi di Roma e di Napoli.
Ma più che sulle dimensioni o sul rapido sviluppo che state
vivendo, credo che il vostro punto di merito sia quello di aver
favorito e guidato la trasformazione locale.
Lo ha ricordato il rettore in apertura di questa giornata.
Anch’io sono rimasto colpito da alcuni dati raccolti da
AlmaLaurea e, in particolare, dalla statistica che riguarda la
provenienza sociale degli studenti.
I laureati di Cassino sono per circa il 35% figli di operai contro
una media nazionale che supera di poco il 20%.
Credo che basti questo dato per capire l’importanza dell’Università
di Cassino sul territorio e del vostro ruolo.
Un ruolo che è prima di tutto culturale e sociale.
Il modello meritocratico che avete introdotto è un elemento
fondamentale per premiare i giovani di talento e non quelli favoriti
dal ceto.
Come disse Francesco Saverio Nitti nei suoi Scritti sulla Questione
Meridionale:
“La storia dei popoli è una storia di educazione
più che di emancipazione. Non esistono forze misteriose
da cui emanciparsi, ma esistono princìpi da imparare, abitudini
da introdurre, attività da sviluppare”.
La società meridionale si sta trasformando, sta dimostrando
più consapevolezza della necessità di prendere in
mano il proprio destino, con meno tutele e più iniziativa.
Nel favorire e guidare questa trasformazione, sono convinto che
molto possa venire da voi e dall’esempio che state dando,
quello di una realtà aperta al territorio e alla cultura
d’impresa.
In aree che più di altre hanno dovuto lottare per affermare
la propria imprenditorialità, il legame tra Università
e mondo del lavoro conta moltissimo.
Essere ogni giorno a contatto con le sfide della competizione,
avere responsabilità dirette e venire premiati per il merito
sono uno straordinario strumento di crescita personale e un elemento
di rapida evoluzione dell’ambiente sociale e civile.
Non credo che oggi vi aspettiate da me una vera
lezione.
Non sono un professore. Faccio un altro mestiere, che è
molto più umile.
Io sono un uomo di industria.
Quello che posso fare oggi è portarvi l’esperienza
della Fiat, del cambiamento avviato negli ultimi anni e di ciò
che intendiamo fare nel futuro.
Non vi sommergerò di cifre, ma alcuni dati sono utili per
avere un’idea della portata che la trasformazione culturale
avviata Fiat ha avuto sui nostri risultati.
Nel 2004 la perdita netta del Gruppo era stata di 1,6 miliardi
di euro; nel 2006 abbiamo chiuso con un utile netto di 1,2 miliardi.
E nel primo semestre del 2007 i profitti netti del Gruppo sono
saliti a un miliardo, più che raddoppiati rispetto all’anno
scorso.
Questi risultati ci hanno permesso di spostare l’obiettivo
per l’intero 2007 nella parte alta del range, inizialmente
fissato tra 1,6 e 1,8 miliardi di euro.
Ma non ci sono rimedi miracolosi dietro questi numeri.
Ci sono senza dubbio alcuni principi di gestione.
Se dovessi individuare i più importanti, direi che il primo
è porsi obiettivi chiari e realistici.
Fiat lo ha fatto una prima volta presentando il piano industriale
alla comunità finanziaria nel luglio del 2004.
In quell’occasione sono stati fissati target molto precisi,
per ogni area di attività.
Raggiunti questi obiettivi, e in alcuni casi anche superati, Fiat
se ne è posti altri, altrettanto chiari e quantificabili.
Sono quelli che abbiamo illustrato a novembre dell’anno
scorso e che, in maniera dettagliata anno per anno, guideranno
l’Azienda fino al 2010.
Strettamente collegata alla definizione dei target è la
necessità di compiere scelte coerenti e mirate al raggiungimento
di questi obiettivi, in modo da non disperdere energie e risorse.
Fiat ha concentrato i propri sforzi nella razionalizzazione dei
processi e nella riduzione dei costi in aree non essenziali.
Gli investimenti sono stati indirizzati a sostenere un consistente
programma di rinnovamento della gamma di prodotto, per ogni linea
di business.
Parallelamente è stata seguita una strategia di accordi
mirati.
Dopo lo scioglimento dell’alleanza con la General Motors,
che limitava la nostra libertà di movimento, abbiamo raggiunto
intese commerciali e industriali con importanti partner, che ci
permettono di contenere i costi di sviluppo di alcuni prodotti
e di aprire nuovi mercati.
Ma lasciatemi dire che questi principi, da soli,
vanno bene per i libri di scuola.
Ogni storia di successo si basa sulla capacità di imprimere
una svolta culturale prima che tecnica ad un certo ordine di cose.
Anche la Fiat deve i propri risultati a una profonda trasformazione
culturale fondata sulla ridefinizione del concetto di Leadership,
che poggia su cinque pilastri fondamentali.
Il primo è che siamo una meritocrazia.
Si tratta di un principio chiaro e riconosciuto a tutti i livelli.
Il diritto a guidare l’azienda è un privilegio e
come tale è concesso soltanto a coloro che dimostrano di
essere leader e che producono risultati concreti in termini di
prestazioni di business.
La scelta di queste persone è compiuta attraverso una valutazione
approfondita delle loro qualità di leadership.
La leadership è insieme la capacità di gestire il
cambiamento e di guidare le persone e rappresenta il secondo elemento
chiave della nuova filosofia della Fiat: il cambiamento è
indispensabile e ricco di opportunità e i veri leader hanno
una straordinaria capacità di gestire e far crescere le
persone.
Tuttavia è l’esercizio di queste capacità
sul mercato che alla fine conta.
Per assicurarsi la crescita, occorre andare più veloci
del mercato
Ecco perché il terzo pilastro della nuova realtà
Fiat si fonda sulla necessità di fare proprio il concetto
di competizione, che oggi in Fiat non è più vista
come un rischio ma come una vera opportunità.
Non ci illudiamo che si tratti di un compito facile. Mantenere
le posizioni acquisite o conquistare nuove quote di mercato, è
dura.
Eppure non possiamo accontentarci di essere mediocri.
Ed è per questo che la Fiat si è anche posta come
obiettivo ambizioso, come quarto elemento portante della sua nuova
filosofia, di raggiungere risultati operativi in linea con la
migliore concorrenza.
C’è un quinto e ultimo valore fondamentale che regge
la nuova Fiat: mantenere le promesse.
La credibilità di un’azienda, come di qualsiasi organizzazione,
si misura sulla capacità di raggiungere gli obiettivi che
ha annunciato.
Fiat ha dimostrato di essere un gruppo credibile.
5 semplici principi, e niente altro.
Ma il lavoro non è finito. Anzi, è appena cominciato.
Con il 2007 la nostra azienda è entrata in una seconda
fase, quella della crescita, che si svilupperà, anno per
anno, nei prossimi quattro anni.
Anche in questo caso gli obiettivi sono rigorosi.
Il percorso che abbiamo disegnato ci porterà nel 2010 ad
avere un gruppo con un fatturato di circa 70 miliardi di euro
e un utile della gestione ordinaria di 5 miliardi, pari a 100
volte quello ottenuto nel 2004.
Siamo impegnati a costruire un grande gruppo internazionale, che
non ha precedenti nella storia della Fiat.
Come intendiamo farlo è questione altrettanto
importante del “che cosa” vogliamo fare.
Mi riferisco ai valori che sono alla base del nostro Gruppo.
E’ un tema di cui ho parlato anche di recente.
Quindici giorni fa, nel corso di un convegno che si è tenuto
in Puglia, a Mattinata, ho fatto alcune considerazioni sul mercato
e sulla responsabilità delle imprese.
Pensavo si trattasse di un incontro privato con il Presidente
del Consiglio Romano Prodi e un gruppo di professori di economia.
E’ stata una cosa molto privata che in qualche modo e’
apparsa sulla prima pagina di un quotidiano, e ha dato via ad
un ampio dibattito e molte interpretazioni.
Qualcuno ne ha letto un manifesto del capitalismo perfetto.
Sarebbe stato arrogante da parte mia e vi assicuro che non lo
era.
Si è trattato di semplici considerazioni basate sull’esperienza
di anni da amministratore delegato che ha vissuto e lavorato in
varie parti del mondo.
Semplici considerazioni pratiche.
La prima è che nei processi di crescita materiale e civile,
non si possono scindere le componenti etiche da quelle economiche.
Negli ultimi tre anni abbiamo lavorato molto per ricostruire il
dna del Gruppo Fiat e per rafforzare le nostre radici.
Sono le radici dell’onestà e della correttezza nei
rapporti, sia all’interno sia all’esterno dell’azienda.
Sono le radici della trasparenza e del rispetto.
Si tratta di un impegno concreto, che abbiamo in primo luogo verso
le nostre persone.
Perché se un’impresa vuole avere e gestire un futuro,
deve garantire la propria attenzione a chi lavora ogni giorno
per costruirlo.
Dobbiamo essere consapevoli che non bastano gli investimenti in
macchinari e impianti a spiegare i risultati di un’azienda.
Le performance economiche dipendono in gran parte dalla qualità
delle persone e dalla qualità della loro vita lavorativa.
In Fiat ci stiamo muovendo sulla base di questi principi.
Abbiamo introdotto e stiamo sviluppando una gestione delle risorse
umane basata sul riconoscimento del merito, sulla valorizzazione
dei talenti e sullo sviluppo delle capacità e delle competenze
individuali.
Abbiamo investito risorse per migliorare gli ambienti di lavoro,
negli uffici e specialmente nelle fabbriche, e per offrire nuovi
servizi.
Gli stessi valori intendiamo avere nei confronti
del mondo esterno.
Il successo si giudica anche dal modo in cui è stato raggiunto.
“Responsabilità sociale” è un’espressione
che va molto di moda in questi tempi.
Io preferisco parlare più concretamente di “assunzione
di responsabilità”.
Il che significa che nessuna persona, nessuna organizzazione può
vivere isolata nel proprio universo.
Dobbiamo essere consapevoli dell’impatto, del contributo
e della relazione con il mondo esterno.
Dobbiamo essere consapevoli che le nostre scelte e il nostro comportamento
influenzano la società.
Una detto cinese, per descrivere gli effetti della globalizzazione,
diceva che “una foglia che cade a Pechino può causare
un ciclone in India”.
Credo che questo valga a prescindere dalla globalizzazione.
Ogni nostra mossa provoca un effetto e non è al vantaggio
immediato che dobbiamo guardare.
Lo dico allo stesso tempo da individuo e da amministratore delegato
di una grande azienda.
Perché anche in un’impresa, i valori su cui è
fondata sono importanti quanto i progetti industriali e la solidità
finanziaria.
Avere dei riferimenti forti aiuta a compiere le scelte giuste.
E permette alla società di progredire.
Si tratta di un impegno che non può essere demandato ad
altri.
In questo senso la Fiat, come la più grande azienda industriale
di questo Paese, può essere da esempio nella diffusione
di un comportamento che sia sinonimo di onestà, rispetto,
credibilità e collaborazione.
Intendiamo assumerci la responsabilità delle nostre scelte.
Questo vuol dire che lo sviluppo della Fiat sarà perseguito
tenendo conto, e gestendo in maniera efficace ed equa, le conseguenze
che esso può avere sulla comunità.
Quando studiavo filosofia all'università sono rimasto colpito
da questa frase da La Gaia Scienza di Nietschze :
Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un dèmone strisciasse
furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse:
"Questa vita, come tu ora la vivi e l'hai vissuta, dovrai
viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci
sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni
piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola
e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e
tutte nella stessa sequenza e successione - e così pure
questo chiaro di luna tra gli alberi, e anche questo momento e
io stesso. L'eterna clessidra dell'esistenza viene sempre di nuovo
capovolta e tu con essa, granello di polvere!”
Da allora ho sempre con me le immagini associate
a queste parole. Mi ricordano la necessità di prendere
decisioni con cura, diligenza e rigore, e con piena coscienza
delle conseguenze che ne possono derivare.
Alla fine di tutto, la nostra libertà è un insieme
di scelte impegnative.
Qualcuno di voi ricorderà il filmato istituzionale con
cui abbiamo accompagnato il lancio della 500 e che è andato
in onda su tutte le reti televisive nazionali nel mese di luglio.
Ogni filmato era uno spaccato di vita dell’Italia degli
ultimi 50 anni.
Ma non era un semplice spot.
Rifletteva il fatto che la Fiat è parte della storia di
questo Paese ed è stata una presenza che ha sempre significato
qualcosa.
Riassumeva il senso di responsabilità con cui intendiamo
muoverci, i nostri valori, lo spirito e la filosofia che animano
la nuova Fiat.
C’è un’altra considerazione
che ho fatto al convegno di Mattinata e che ha fatto molto discutere.
Riguarda il contesto in cui le aziende si muovono.
Credo sia un dato di fatto che, fortunatamente o sfortunatamente,
tra le cose che non riusciamo a controllare ci sono il ritmo e
la direzione del mercato.
Quello che possiamo fare è preparare l’organizzazione
perché sia in grado di stare dietro alla velocità
del mercato e, se possibile, di correre ancora più veloce.
I modelli statici del passato, che hanno promosso la sostenibilità
del vantaggio competitivo come base sulla quale si può
assicurare la sopravvivenza a lungo termine dei business non sono
molto utili quando affrontano la turbolenza e la velocità
del mercato globale competitivo di oggi.
Questo tipo di vantaggio si estingue molto presto.
Prestazioni superiori, o semplicemente la sopravvivenza, appartengono
solo a chi ha il coraggio e la resistenza di cambiare in continuazione
la propria posizione per trovarsi un passo avanti. L’obiettivo
finale per assicurare la sopravvivenza è di pareggiare
la velocità del mercato.
Questa realtà richiede una ridefinizione del concetto di
leadership.
Ogni anno istituzioni come questa preparano migliaia di uomini
e di donne nella scienza del management. Quello che in qualche
modo è stato perso in questa preparazione è che
la leadership non è solo questione di processi o di misure.
La leadership, in sintesi, è una vocazione nobile –
è qualche cosa che arricchisce la vita delle persone.
La leadership è un privilegio.
Organizzazioni create negli ultimi duecento anni sono state il
prodotto di due ampie premesse.
La prima è che senza regole, politiche e procedure estese
le persone reagiscono in maniera irresponsabile.
La seconda è che il modo migliore di organizzare un’azienda
è creare semplici lavori collegati tra loro da processi
complessi.
La prima distrugge la fiducia, la seconda ruba alle persone coinvolte
qualsiasi percezione di valore personale.
Gestire organizzazioni in base a questi principi non è
leadership.
Nella propria autobiografia Henry Ford scrisse che “un’impresa
è una collezione di persone che si trovano insieme a svolgere
un lavoro. Non è necessario che ogni singola sezione sappia
che cosa sta facendo l’altra”.
E poco dopo aggiunse che “Noi attribuiamo la massima importanza
alla responsabilità individuale”.
Credo che ci fosse in Ford, che pure fu uno dei più grandi
capitani d’industria, un concetto molto diverso di responsabilità
e soprattutto di leadership.
Era una specie di dovere a sé stante, qualcosa senza coinvolgimento
attivo, senza una partecipazione cosciente e costruttiva.
Ciò di cui un’impresa competitiva ha bisogno è
esattamente il contrario.
La leadership delle persone e del cambiamento sono diventate la
base della ripresa della nuova Fiat.
Abbiamo trascorso un periodo iniziale di valutazione del management
e abbiamo determinato in maniera relativamente veloce che avevamo
nell’organizzazione le competenze ed i valori idonei per
apportare la necessaria trasformazione culturale nel Gruppo.
Poi abbiamo proceduto a smantellare le tradizionali strutture
gerarchiche che per un secolo sono state al centro della filosofia
manageriale di Fiat.
Il controllo dall’alto è stato sostituito dalla responsabilità
per produttività e risultati.
Strutture flessibili e piatte adesso sono la norma all’interno
della nostra azienda.
Sono state portate in primo piano, a diretto contatto con il mercato
e con le opportunità di business, persone che, per esperienze
professionali e carattere, sono in grado di farsi loro stesse
promotrici di una diversa mentalità.
Sono persone che interagiscono continuamente per raggiungere obiettivi
chiari e quantificati.
A questi leader è stato dato un ampio margine di libertà
operativa.
La loro fiducia in Fiat ha ridato fiducia a Fiat, che così
ha ritrovato l’energia per riconquistare credibilità
sul mercato.
Il prodotto, la sua qualità, la nostra relazione con i
clienti ed il posizionamento e lo sviluppo dei nostri marchi sono
diventati il centro delle nostre attività.
Queste cose danno sostegno e significato al nostro impegno nella
tecnologia e allo sviluppo dell’ingegneria.
Velocità, semplicità e fiducia in se stessi sono
fondamentali.
E nonostante questo disegno organizzativo più flessibile,
gli stessi processi hanno rigore e disciplina. E i risultati sono
quantificabili e misurabili.
La Fiat di oggi guarda alla competizione con occhi diversi: la
vede come un’opportunità da cogliere e da alimentare.
Per quanto ci riguarda, abbiamo lavorato e stiamo ancora lavorando
per garantire alla Fiat i leader giusti per affrontare questa
sfida.
Ho detto prima che fortunatamente o sfortunatamente
non possiamo controllare il mercato.
Toglierei “sfortunatamente”.
Ogni organizzazione sana, snella, guidata da un buon gruppo di
leader può dare il meglio di sé in un mercato libero
e aperto.
Perché è costretta ogni giorno a osare e ad avere
coraggio.
E’ costretta ogni giorno a guadagnare le proprie posizioni,
a fare di più e meglio dei concorrenti.
Un ambiente protetto, chiuso in se stesso, rallenta la molla verso
il cambiamento. E spegne la voglia e l’abilità di
competere.
Ma senza la voglia di competere, senza il coraggio di cambiare
non si va molto lontani.
“Il futuro – ha scritto Karl Popper parlando di libertà
e di responsabilità individuale – è molto
aperto e dipende da noi, da noi tutti. Dipende da ciò che
voi ed io e molte altre persone facciamo e faremo. E quello che
facciamo e faremo dipende a sua volta dal nostro pensiero e dai
nostri desideri, dalle nostre speranze e dai nostri timori”.
Soprattutto – Popper lo diceva agli intellettuali,
ma credo valga per tutti – quel che dobbiamo fare è
avere il coraggio, la forza e l’onestà di cambiare.
Questo è anche il modo migliore per costruirci un futuro
all’altezza delle nostre aspettative di progresso economico
e civile.
La storia della Fiat dimostra che cambiare si può e che
il cambiamento è positivo per tutti.
E dopo tutto, la storia della Fiat è una storia sulla forza
della leadership e sulla mancanza di paura di un gruppo di leader
integri ed impegnati a raggiungere gli obiettivi.
Il loro coraggio, la loro determinazione e la consapevolezza che
le scelte giuste richiedono impegno e fermezza di volontà
non permettono a questi leader di vivere una vita più semplice
né meno stressante.
Ma la rende senza dubbio più intensa, autentica e gratificante.
E a noi dà la garanzia che stiamo costruendo un grande
futuro.
Grazie a tutti.
Cassino, 5 ottobre 2007
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