|
|
Prefazione
di Eugenio Maria Beranger
La monografia di Raffaele Nardoianni su Piedimonte San Germano
è ben nota a quanti, sia in ambiente provinciale si osservi
l'ampio uso della stessa ad opera di Costantino Jadecola in Guerra
liberazione dopoguerra in Ciociaria 1943-45, [Frosinone 1985];
Linea Gustav, Sora 1994 e Mal'aria. Il secondo dopoguerra in provincia
di Frosinone, Sora [1998] - sia in quello nazionale (esemplari
dell'opera del N. sono consultabili presso la Biblioteca Ferruccio
Parri di Milano, la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze e
la Biblioteca Nazionale Centrale "Vittorio Emanuele II"
di Roma) si occupano delle vicende connesse con la seconda Guerra
mondiale ed i nove lunghi mesi durante i quali, da un lato gli
Alleati e reparti del neo-costituito Esercito del Regno del Sud
e, dall'altro, i Tedeschi e uomini inquadrati nelle Forze Armate
della Repubblica Sociale Italiana o giovani volontari che risposero
al richiamo dell'onore e della fedeltà al Fascismo, aspramente,
combatterono in quello che possiamo considerare l'ultimo grande
esempio di guerra di posizione.
L'opera uscì per la prima volta nel 1950 a Cassino per
i tipi della Tipografia Carlo Malatesta per essere, poi, ristampata
dalla stessa Tipografia nel 1974 preceduta dalla presentazione
di mons. Giovan Battista Colafrancesco, il religioso che, nell'immediato
dopoguerra, coraggiosamente a lungo si batté per garantire
alla popolazione aquinate gli indispensabili aiuti umanitari necessari
per sopravvivere alla bufera del conflitto ed iniziare, così,
a progettare la ricostruzione e per ricordare, fra mille difficoltà
ed incomprensioni, alle Autorità statali la necessità
di intervenire con opportuni restauri sul ricco patrimonio archeologico
ed artistico della patria di Giovenale.
Guida in queste pagine introduttive saranno proprio due concetti
espressi dal Colafrancesco, la necessità per ogni scrittore
"di dire, perché dicendo plachiamo noi stessi e siamo
strumento di bene agli altri" e l'alto valore educativo di
ogni lavoro di ricerca che, in primis, deve spingere i più
giovani "a non demeritare di quanti li hanno preceduti, creando
per essi le condizioni di una vita più umana e meno amara".
Prima di evidenziare i meriti principali della monografia, qui
riproposta all'attenzione di un pubblico più vasto, non
posso non ricordare come essa costituisca con gli studi di Crescenzo
Marsella e di Pietro Vassalli, uno tra i primi esempi di volume
dedicato all'argomento uscito nella Provincia di Frosinone. Bisognerà,
infatti, attendere fino agli anni '70 del cessato secolo per poter
assistere alla pubblicazione di monografie - sovente di modesto
valore documentario - dedicate a questo argomento e ad alcune
iniziative di ricerca patrocinate dall'Amministrazione Provinciale
di Frosinone, dall'Assessorato alla Cultura della Regione Lazio,
dall'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, dal Centro di
Studi Sorani "Vincenzo Patriarca", dall'Istituto di
Storia e di Arte del Lazio Meridionale. Centro di Anagni e dall'Istituto
romano per la Storia d'Italia dal Fascismo alla resistenza (ora
Istituto per la Storia d'Italia).
Tornando all'esame del volume colpisce, in primo luogo, la dedica
da parte del N. al fratello Filippo, morto durante l'incursione
aerea alleata su Anagni del 19 marzo 1944 che causò ben
centocinque vittime e la distruzione di considerevoli settori
del tessuto urbanistico di questo centro dalle antiche e nobili
origini. Al dilà del legame affettivo la dedica, a mio
giudizio, costituisce un profondo messaggio culturale estendendosi
idealmente a tutti i veri e dimenticati protagonisti di quei nove
mesi di guerra: gli anziani, le donne, i bambini ed i pochissimi
uomini rimasti nell’area Cassinate - in quanto non impegnati
a servire la Patria nei varî fronti di combattimento - obbligati
dagli eventi bellici ad abbandonare le proprie case, i propri
terreni, in una parola il proprio mondo di affetti. Essi si disperderanno
sui monti circostanti o conosceranno l'esilio romano nel triste
Centro di Raccolta per Sfollati di Cesano o le lontane terre emiliane,
lombarde e venete dando così vita a quella diaspora, incredibilmente
ignorata dal mondo degli storici, che, accanto ai nostri conterranei,
vide protagonisti cospicui gruppi di abruzzesi, calabresi, campani,
molisani, pugliesi e siciliani.
Mentre su questo argomento ritornerò infra con maggiore
dovizia di particolari, ritengo opportuno segnalare come il N.,
con abili pennellate, abbia descritto il clima vissuto dal paese
immediatamente dopo l'8 settembre 1943 quando Piedimonte fu trasformato
in un presidio germanico di primo piano nel quale, accanto all'aspetto
militare, era, stranamente, ben vivo quello mercantile. Sulla
piazza principale, infatti, i militari tedeschi vendevano ogni
bene di consumo e di mercanzia razziati nei paesi campani in corso
di evacuazione; tali merci venivano in pochissimo tempo esaurite
risultando acquistate da accaparratori dei paesi circostanti che
poi alimentarono quel triste fenomeno rappresentato dalla borsa
nera registrato in tutta la Penisola e perdurato fino ai primi
mesi del 1946.
Nel contempo la popolazione incominciava a convivere con i militari
germanici, onnipotenti alleati-padroni, che, però, non
si macchiarono mai - al contrario delle truppe coloniali francesi
che in questo ripeterono quanto già fatto nel 1918 sul
fronte tedesco - di atti di violenza sulle donne. Va tenuto presente
che le Autorità Germaniche consideravano la fascia gravitante
sulla Linea Gustav come un vera e propria zona di occupazione
limitando al minimo il potere ed il ruolo dell'Amministrazione
civile della R.S.I. Quest'ultima, nonostante la grande penuria
di capitali e con i pochissimi uomini a disposizione, cercò,
invano, di restaurare l'ossatura della macchina burocratica statale
travolta dalla bufera determinata dal crollo del Fascismo e dalla
susseguente precipitosa fuga dagli Uffici dei funzionari e degli
impiegati di ogni ordine e grado.
In contemporanea in molti strati della popolazione della Provincia
di Frosinone si assiste a quel fenomeno tipicamente italiano dell'attendismo,
cioè quel non volersi apertamente schierare né con
uno schieramento né con l'altro nella certezza, al momento
opportuno, di poter salire sul carro del vincitore.
Piedimonte, al pari di tanti altri centri del Cassinate, vide
nel giro di pochissimi giorni cambiare radicalmente il suo aspetto.
Da un lato i tedeschi predisponevo tutte quelle strutture necessarie
per resistere all'impatto con il nemico ponendo particolare attenzione
alla realizzazione delle cucine da campo ove predisporre i ranci
per le truppe combattenti in prima linea; dall'altro gli indigeni
provvidero ad individuare opportuni nascondigli ove depositare
i beni più preziosi posseduti e salvarli così da
ogni tipo di razzia. La maggior parte di questi "tesoretti"
rimasero sepolti dalle macerie o vennero successivamente individuati
dai germanici non di rado aiutati da elementi locali o saccheggiati
da sciacalli specializzati in questo tipo di depredazione.
Il testo del Nardoianni si rivela preziosissimo nella descrizione
dei due sfollamenti risalenti rispettivamente al 27 novembre 1943
ed alla metà del marzo 1944. Nella prima circostanza siamo
all'interno dell'attuazione del piano concordato tra l'Autorità
Militare Germanica (Koruk 604) ed il Capo della Provincia Arturo
Rocchi che prevedeva, dapprima, il graduale spostamento delle
popolazioni dell'area cassinate verso i tre Centri di Raccolta
di Sfollati costituiti a Ceprano, Ferentino ed Alatri e, quindi,
attraverso la strada ferrata il loro trasferimento verso le località
del Nord deputate al loro "assorbimento". Nei piani
iniziali erano previste partenze giornaliere di circa 1.000 persone
concentrate nello scalo ferroviario di Ferentino e scelte secondo
motivazioni strategiche ben definite, con l'ausilio dell'intervento
di carattere rassicurativo nei confronti delle popolazioni da
allontanare ad opera delle autorità della R.S.I. Ma il
precipitare della situazione militare, l'assoluta carenza di carburante,
la difficoltà nel reperire i mezzi di comunicazione da
utilizzare per il trasferimento ai tre Centri di Raccolta nonché
per garantire l'approvvigionamento alimentare dei trasferiti fecero,
ben presto, naufragare questo piano.
Le popolazioni, decisamente contrarie ad ogni loro spostamento
e pronte a vivere in condizioni miserevoli ed anche a morire pur
di non abbandonare le terre dei propri avi, vennero, in maniera
più o meno coercitiva, concentrate nella piazza principale
dei singoli paesi e fatte salire su torpedoni militari dopo aver
avuto poche ore a disposizione per preparare un minimo di bagaglio
e qualche provvista alimentare.
A Piedimonte tale concentramento di evacuandi fu organizzato in
Piazza Vittorio Veneto in un'atmosfera pesantissima descritta
in maniera precisa e circostanziata dal Nardoianni che, opportunamente,
evidenzia il dramma dei malati e degli anziani, lo smembramento
dei nuclei familiari spesso durato per parecchi giorni e, soprattutto,
il clima di assoluta incertezza verso il futuro più immediato
reso ancora più difficile dall'assenza dei capi famiglia.
Quest'ultimo fatto esaltò il ruolo guida della donna "ciociara"
come nume tutelare della famiglia ricordato, tra l'altro, nel
monumento ad essa dedicato a Castro dei Volsci inaugurato il 3
giugno 1964 "a perenne testimonianza dell'eroico e mirabile
sacrificio che, durante la seconda guerra mondiale, le madri di
Castro ed i comuni limitrofi misero in atto dinanzi al turpe scempio,
che le famigerate truppe del generale Juin riservarono alle loro
figliole".
Una piccola parte dei cittadini riuscì ad eludere la sorveglianza
delle sentinelle teutoniche ed a rifugiarsi sulle montagne circostanti
ove non pochi di loro potevano contare su case rurali in muratura
o sulle più semplici architetture a secco o in frasche
ben mimetizzate con l'ambiente. Il viaggio della maggioranza degli
esuli, effettuato per strade secondarie e di alta collina, si
concluse dopo alcune ore ad Alatri dove gli sfollati, fatti scendere
nella piazza antistante la chiesa dedicata a S. Maria Maggiore,
vennero abbandonati al loro destino non essendo stati qui tempestivamente
predisposti i necessari locali per la loro accoglienza.
Unica a levarsi in difesa di questa colonia di sventurati fu l'alta
e ferma voce del vescovo mons. Edoardo Facchini, nativo di Carnello
(Sora); egli non esitò, nello stesso giorno, a stigmatizzare
pubblicamente il comportamento germanico invitando, altresì,
gli abitanti di Alatri ad accogliere questi profughi nello spirito
del messaggio evangelico. Mons. Facchini - ergendosi, come nell'Urbe
lo fu Pio XII, a vero e proprio defensor civitatis - seppe più
volte con energia intervenire presso le Autorità germaniche
e della R.S.I. in favore dei numerosi sfollati giunti volontariamente
o in maniera coercitiva ad Alatri. Ricordo ai più giovani
come questo abitato ernico, dopo l'abbandono di Frosinone gravemente
danneggiata dalle bombe alleate e di Fiuggi, ospitò per
alcuni mesi gli Uffici Statali della Provincia qui trasferiti
dai germanici con un vero e proprio colpo di mano.
Alcuni di questi profughi rifiutarono la permanenza ad Alatri
ed il loro allontanamento forzoso alla base del quale vi erano
obiettivamente esigenze strategico-militari ed anche motivazioni
umanitarie - sarebbe stata infatti impossibile la permanenza di
considerevoli gruppi di civili nell'immediata prossimità
di un fronte così importante come indubbiamente fu la Linea
Gustav - e ben presto meditarono di far ritorno alla propria Terra.
Essa, infatti, fu raggiunta alla spicciolata dopo alcuni giorni
passati calcando sentieri di montagna e tenendosi sempre ben distanti
dai centri abitati e dalle arterie battute dai militari teutonici.
Arrivati a Piedimonte essi puntarono direttamente verso il confine
con Terelle e la contrada Forca Cerasa. Qui questa piccola comunità
visse per alcuni mesi nel più completo isolamento; si condivideva
il cibo ed almeno nei primi tempi non mancava la carne in quanto
gli animali venivano macellati per evitare le razzie germaniche.
Si viveva nella più completa promiscuità ed in condizioni
sanitarie alquanto precarie e, soprattutto, si era in continua
apprensione per i temuti rastrellamenti teutonici aventi come
fine la individuazione di uomini, dai quindici ai settanta anni,
da impiegare nella predisposizione delle trincee e degli apprestamenti
difensivi nella zona di Cassino. A questi cittadini non venne,
però, mai meno il conforto religioso e spirituale del proprio
parroco: don Gaetano de Paola che condivise con gli stessi la
tristezza e l'incertezza di quei giorni, la durezza di una vita
priva di qualsiasi comodità ed il vivere costantemente
braccati.
La situazione degli sfollati sulle montagne prossime a Terelle
precipitò all'indomani del terroristico bombardamento alleato
su Montecassino (15 febbraio 1944); ad essi fu, immediatamente,
proibito di restare nella zona sia per evitare episodi di spionaggio
sia per porre un freno al fenomeno del rientro nelle file del
nemico dei numerosi prigionieri di guerra sfuggiti dai campi di
concentramento di Avezzano e di Sulmona. I tedeschi temevano anche
la presenza dei non pochi immigrati tornati dalla Francia o con
esperienze di vita nel mondo anglosassone e che, pertanto, ben
conoscendo la lingua del nemico potevano fornire allo stesso preziosissime
informazioni.
Questi esuli scelsero come nuova meta alcuni Comuni della Media
Valle del Liri più isolati e tagliati fuori dalle arterie
di fondovalle quali Roccadarce, Santopadre e, soprattutto, Arpino
centro che ospitava un Ospedale Militare creato all'inizio del
conflitto per curare i numerosi nostri soldati combattenti in
Albania ed in Grecia e colpiti dall'infezione malarica.
Il Nardoianni si rivela fonte insostituibile nella descrizione
dell'arrivo dei pedemontani a Roccasecca avvenuto proprio in concomitanza
dello svolgimento dello sgombero coattivo della Patria di S. Tommaso
(purtroppo il N. non indica la data dell'episodio, però
quasi sicuramente da identificarsi con il 19 marzo). La colonna
dei profughi venne intercettata dai tedeschi alla periferia di
questo abitato e immediatamente concentrata nella chiesa di S.
Francesco e nell'annesso convento dei Padri Antoniani trasformati
in un provvisorio luogo di raduno dei rastrellati.
L'utilizzo degli edifici religiosi in occasione dello sfollamento
delle province di Frosinone e Littoria è un tema affascinante
e quasi del tutto inedito; in questa sede ci limitiamo a segnalare
tre complessi due dei quali utilizzati dai tedeschi: il convento
dei Padri Carmelitani a Ceprano e l'Abbazia di Fossanova a Priverno
ed uno apertosi di sua sponte alla marea degli sfollati dell'area
alatrina (la Certosa di Trisulti a Collepardo). Anche in questa
circostanza dettagliato è il quadro fornitoci dal Nardoiannni:
all'interno del complesso non solo si respirava una profonda aria
di disperazione e rassegnazione ma avvenivano piccoli baratti
e contrattazioni dei pochi generi alimentari ancora disponibili.
Alla luce di fuochi improvvisati con la legna raccolta nei pressi
della chiesa molti sfollati affidavano il loro destino alla preghiera
spontanea o letta, personale o di gruppo.
La tradizionale devozione mariana delle nostre popolazioni raggiunse
in questa, come in analoghe circostanze, punte altissime: le preci
erano rivolte soprattutto alla Madonna di Canneto e ciò
senza dubbio spiega, nel lustro 1945-1950, l'eccezionale afflusso
di pellegrini al Santuario posto alle sorgenti del Melfa ed alla
Peregrinatio Mariae del 1948. In tale occasione la prodigiosa
statua lignea della Vergine fu portata in processione per tutti
i paesi della Diocesi di Sora Aquino e Pontecorvo per essere,
poi, intronizzata davanti ad una massa di fedeli veramente imponente
nella Cattedrale di Sora.
I due gruppi di pedemontani e roccaseccani vennero alla fine fatti
salire su torpedoni militari e trasferiti in un Collegio di Ferentino,
quasi sicuramente da individuarsi con il Martino Filetico, ove
i profughi giacevano per lo più sdraiati per terra su un
esile strato di paglia sommerso dalla più totale sporcizia.
Interessante è la testimonianza del clima che regnava in
questo edificio sorvegliato non certo in maniera molto oculata
da alcuni militari tedeschi e da uomini della Guardia Nazionale
Repubblicana. Questi, aderendo alle offerte di denaro e di alcuni
oggetti preziosi avanzata da alcuni "accantonati", resero
possibile la fuga di un gruppo di cittadini di Piedimonte conclusasi
ad Anagni nella contrada Prato dove erano già stanziati
altri sfollati dal nostro Mezzogiorno.
Ma quale fu la sorte dei profughi che non riuscirono a corrompere
le sentinelle sopra citate? Da Ferentino furono trasferiti nel
Centro di Raccolta Breda sito al km. 14,500 della Via Casilina
e realizzato nell'area di uno Stabilimento Militare in gran parte
devastato dopo l'8 settembre 1943 ma, in alcuni settori, ancora
utilizzato dai tedeschi per la riparazione degli automezzi militari
incidentati o colpiti sul fronte di Cassino e, proprio per questo,
più volte mitragliato dagli aerei alleati. Da qui, dopo
le necessarie operazioni di disinfestazione, vennero avviati nel
Centro di Cesano di Roma e, quindi, nei Centri intermedi siti
nell'Umbria ed in Toscana (Amelia, Chiusi, Narni, Torrita Tiberina
etc.) ed infine nel Nord.
Alcuni profughi riuscirono, nonostante i controlli germanici ampiamente
giustificati dalla gravissima difficoltà se non dall'impossibilità
di garantire l'approvvigionamento alimentare della Capitale, a
nascondersi nel "grande e molle ventre" di Roma trovando
ospitalità presso famigliari, amici, istituti religiosi
e rischiando, quotidianamente, di cadere nelle maglie delle retate
tedesche. Durante tale permanenza nell'Urbe, con molta probabilità,
i profughi di Piedimonte al pari di quelli della limitrofa Roccasecca
ed i tanti altri centri dell'Alta Terra di Lavoro, dovettero,
ancor più, stringersi intorno ai propri religiosi. Questi
ogni domenica celebravano una messa per la comunità divenuta
ormai "romana" al termine della quale si intrattenevano
con i fedeli, rincuorando i più bisognosi, cercando loro
un'occupazione, mantenendo soprattutto unito il tessuto comunitativo
devastato da eventi eccezionali - quali quelli verificatisi tra
il luglio del 1943 e la primavera del 1944 - e gettando le basi
per un pronto ritorno in Patria e per una ripresa, a guerra terminata,
su nuove basi della vita sociale.
È ancora merito del Nardoianni l'aver descritto il primo
rientro dei profughi in Patria avvenuto già nei giorni
immediatamente successivi alla liberazione di Roma; dalla Capitale
si mossero così lunghe teorie di uomini disperati, ridotti
allo stremo e coperti di stracci che, con il cuore pieno di incertezza
per la sorte del proprio paese, vedevano sfilare davanti ai propri
occhi solo le devastazioni causate dalle guerra e le lunghe teorie
dei mezzi militari americani diretti al Nord. Un'immagine questa
quanto mai eloquente della schiacciante superiorità alleata
sul piano economico, tecnologico e del possesso delle materie
prime. Giunti, però, a Piedimonte le Autorità alleate
- sia per la presenza di campi minati sia per evitare problemi
di ordine pubblico che avrebbero, in qualche modo turbato, il
retrofronte - negarono loro l'autorizzazione non solo a ritornare
a vivere nelle proprie case ma a rivederle anche per un istante.
Iniziava così il terzo sfollamento, il più triste
ed il meno accettato, che vide protagonista il popolo di Piedimonte:
quello verso il Sud con mete principale Licata (Agrigento) e Pisticci
(Matera) centro, quest'ultimo, nel quale i profughi furono alloggiati
nei locali già destinati dal Regime fascista ad ospitare
i confinati politici.
Il rientro definitivo in Patria non fu facile ed all'inizio poteva
avvenire solo dietro presentazione di un certificato a firma del
sindaco comprovante il possesso da parte del richiedente di un
alloggio abitabile, un'ulteriore dimostrazione - qualora fosse
necessario - della fermezza con la quale gli Alleati governarono
nel Lazio meridionale i mesi successivi alla liberazione. Ma ormai,
parafrasando il titolo del capitoletto di p. 72 iniziava "L'alba
della nuova vita" nella quale un ruolo di primo piano fu
rivestito dagli aiuti provenienti dall'America e dalla Pontificia
Opera di Assistenza (P.O.A.). Alla distruzione pressoché
totale del patrimonio edilizio ed allo stravolgimento del tessuto
sociale che sfocerà, di lì a poco, in una nuova
e grande ondata migratoria si aggiunse la piaga della malaria
conseguente all'allagamento della piana di Cassino causato dai
tedeschi per ritardare l'avanzata del nemico ed il clima di insicurezza
che si viveva sia lungo la Via Casilina che lungo la Roma-Cassino.
In entrambe le arterie erano, infatti, frequenti le rapine da
parte di bande armate operate ai danni di automezzi o di vagoni
trasportanti generi di prima necessità.
Le pagine conclusive del volume, opportunamente riproposto in
occasione del 60° anniversario della liberazione di Piedimonte
San Germano e per il quale ci auguriamo una razionale distribuzione
nelle più importanti Biblioteche italiane, ospita l'"Albo
dei Caduti" includente ben ottantasette civili rimasti vittime
dei bombardamenti alleati, delle rappresaglie tedesche, dell'esilio
a Roma ed al Nord e dello scoppio dei numerosissimi residuati
bellici. Ma il loro numero è sicuramente maggiore rispetto
a quello pubblicato e meriterebbe, proprio partendo dalle indicazioni
del Nardoianni, uno studio specifico condotto in contemporanea
con l'individuazione dei Comuni che accolsero al Nord gli esuli
di Piedimonte al pari di tanti altri civili degli ex Circondari
di Sora e Gaeta.
|