CASSINO TANTO TEMPO FA..

di Francesco De Napoli

Tante, troppe furono le vite stroncate, le persone care cadute sotto le bombe a Cassino e Montecassino. Nel rivivere lo strazio dell’amico “addormentato per sempre su un libro antico”, Gino Salveti si chiede “se siamo veramente vivi, se questa nostra di oggi è morte apparente o apparente vita, se vivendo mai abbiamo potuto dissipare l’antica immagine della città distrutta”.
In una struggente alternanza di oniriche rievocazioni, l’immagine della Città Martire è teneramente idealizzata, forse trasfigurata, con la maestria di aperture che rifulgono d’un sapore felliniano, dove però è la tragedia ad annullare il senso primevo del buffo e del grottesco. Seguendo quasi un cerimoniale iniziatico, il lettore viene introdotto in antiche consuetudini istintive e dimesse, quando, in un tempo non troppo lontano, i rapporti primari della vita comunitaria possedevano il calore, la festosa intimità della schiettezza e della gioia.
Limpide le descrizioni delle prime avvisaglie d’amore, come la contemplazione del misterioso “oggetto del desiderio”: una irraggiungibile fanciulla. Un’estasi ogni volta soffocata da echi assai meno seducenti, tra sfilate di “bianche voci di piissime donne” e, sullo sfondo, dalle aberrazioni del Ventennio. Salveti è colto da una irrefrenabile “diplopia dell’essere”, dallo sgomento di sapersi coinvolto in un gioco crudele, mentre lo “sdoppiamento perenne dell’io” proietta sulla realtà i fantasmi e gli orrori della guerra.
L’arrivo in paese di attraenti ragazze forestiere, spesso figlie di ferrovieri, serviva a rendere più sopportabili i sacrifici imposti dalla dittatura. Sono pagine memorabili, in cui la narrazione si fa incredibilmente lieve, magica e sognante. Ad illuminarla sono i giochi dell’amore. Perché, pur facendo “strage di cuori”, l’agognata giovinetta “è seria, e la conquista è difficile”.
“E’ seria troppo”, risolve un distrutto Salveti, mutando rapidamente registro: “L’abbiamo vista nel pomeriggio del 10 settembre su un letto di morte”.
Furente e bruciante irrisione, castigo d’una condanna ingiusta, crudele.
Com’è possibile “chiamare alle armi una povera ragazza di sedici anni?” E quelle ombre che il compianto scrittore amava rimirare in classe - rapito da volti familiari eppure sfuggenti, ignoti - erano suoi alunni o antichi compagni di scuola?
Gino Salveti percorre - e precorre - gli eventi e la storia con l’aspra intermittenza d’un generoso singulto poetico. L’elegante freschezza della sua voce scuote in profondità. Egli non ci chiede altro che di voltarci per un istante - oggi che la memoria si sottrae al confronto con il passato - e meditare, come in preghiera, su un incancellabile dolore. Per comprendere il presente e, insieme, costruire un futuro migliore.


Gino Salveti, “Cassino, tanto tempo fa…” Cassino, Ciolfi Editore, 2006, pag. 112.


 

 

 

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