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LO
SGUARDO NEGATO
Un’attenta
indagine sulla natura dell’audiovisivo nell’epoca
di una riproducibilità tecnica “spinta” –
che sembra ormai potere fare a meno del referente – e sulle
sue possibilità di suggerire significati multipli attraverso
l’alterazione del visibile anima le considerazioni che Giovanni
Curtis porta avanti ne Lo sguardo negato,
pubblicato per i tipi di ETS, pp.230
La disamina inizia con un’analisi delle possibilità
offerte dallo sviluppo del digitale riguardo la capacità
del cinema di mutare lo statuto delle proprie immagini e di cambiare,
di conseguenza, anche le dinamiche fruitive attivate dal pubblico.
Ne è un esempio, secondo l’autore, il procedere anti-narrativo
e anti-sequenziale portato avanti dal regista messicano Alejandro
Gonzales Inarritu nel film 21 grammi - Il peso
dell’anima (2003), grazie alle infinite risorse disponibili
in fase post-produttiva, per riassemblare la linearità
fisica e temporale del prodotto filmico; questo “gioco ricostruttivo”
è d’altronde reso possibile dalle accresciute competenze
di chi guarda il film, ora più che mai in grado di impattare
su forme cinematografiche e mediali complesse in virtù
di una socializzazione (a livello esperienziale prima che tecnico)
più consapevole alle rappresentazioni digitali.
Il libro prosegue con l’illustrazione dei diversi procedimenti
(ispessimento, sfocatura, defigurazione) con cui la visione viene
alterata. Pur nella loro diversa matrice tecnica e semio/comunicativa,
queste soluzioni sortiscono il medesimo effetto; infatti, attraverso
la loro – apparente – negazione della visibilità
dettata dalla loro indefinitezza, conferiscono all’immagine
un carattere polisemico. Ciò che vela, secondo Curtis,
ha la peculiarità di spingere il fruitore dell’opera
(filmica, letteraria, pittorica) ad un surplus interpretativo
ed immaginifico, in modo che possa decodificare i significati
connotativi “suggeriti” dall’autore.
Nel capitolo conclusivo, a suffragio ulteriore della tesi del
libro, viene analizzato uno dei film più noti di Jacques
Tati, Playtime (1967) nel quale, attraverso l’effluvio
informativo dato dall’utilizzo del piano sequenza e del
campo lungo, vengono elaborati più punti d’attenzione,
funzionali ad una visione d’insieme. In questo caso, l’alterazione
del visibile è data da un “eccesso di nitidezza”
che conduce ad un depotenziamento del particolare (in primis della
figura umana), metafora dell’inadeguatezza del protagonista
a rapportarsi con spazi, modelli e architetture inevitabilmente
moderne che tolgono ossigeno al lato affettivo dell’uomo
e alle sue forme di interazione non mediata.
Luca Ippoliti
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