Nairobi, 4 gennaio 2008, h. 16 .00

Diplomazia al lavoro mentre la gente comincia ad aver fame.


Il prezzo di un pomodoro è salito da 1 scellino a 2,5. Una cipolla da 1 a 3. La sukuma, il cibo più comune tra i keniani, da 10 a 50. Stessa sorte per i cavoli, e così via. Raddoppia il prezzo della benzina e triplica quello dei taxi, mentre i matatu, i mini-bus locali gestiti da mafie vicine al partito del presidente, continuano a non circolare. Riapre la borsa di Nairobi, dopo la chiusura decisa ieri mattina per eccesso di ribasso dello scellino e il rinvio delle aste su tè e caffè, cui ha fatto seguito la riduzione dell’esportazione di fiori da parte dell’Olanda (il Kenya è il principale produttore di rose al mondo e il terzo in generale per fiori recisi). La Banca mondiale continua a lanciare moniti d’allarme sugli effetti economici che la crisi porta in Kenya e nelle fragili economie africane circostanti.

Oggi, a Kibera, la gente cammina avanti e indietro come quasi in un giorno normale, con molti capannelli di persone che parlano e discutono degli eventi e rilascia interviste ai numerosi operatori dei media presenti dichiarandosi pronta a morire per Raila Odinga Presidente. “No Raila No Peace” è uno degli slogan portanti di questi giorni. La polizia è ancora lì, un po’ meno numerosa di ieri, ma presente, vigile e ben armata. Alcuni ragazzi caricano su una carriola una donna con una gamba ingessata e la trasportano dentro l’imbuto. L’ingresso di Kibera, infatti, è un ampio spazio verde che va mano a mano restringendosi verso l’interno del cuore della baraccopoli più grande d’Africa. Vi abitano circa 800.000 persone, in maggioranza Luo, l’etnia di Raila Odinga, il leader “orange” che reclama la vittoria sancita dal voto popolare del 27 dicembre, poi soggetto a brogli da parte di Kibaki e il suo entourage. Ieri, sempre a Kibera, la polizia faceva da tappo alla folla che avanzava verso l’uscita dello slum per guadagnare la strada per marciare verso Uhuru Park, dove era stato indetta la protesta dell’opposizione. Intimiditi dal lancio di lacrimogeni, come formiche e topi tutti correvano indietro infilandosi nel becco dell’imbuto, straripando poi nei viottoli tra le lamiere delle loro baracche. Intanto, in altre province del paese e in alcune aree di Nairobi, Croce Rossa e Unicef cominciano la distribuzione di beni di prima necessità tra la popolazione affetta dalle violenze. Si contano già oltre centomila sfollati, con camion carichi di cibo che marcisce alla frontiera ugandese, che rimane bloccata per arginare il flusso di keniani in fuga da Kisumu e da altre province della Rift Valley. La benzina comincia a scarseggiare in Kenya e nei vicini Burundi, Ruanda e Uganda. Problemi anche per i rifornimenti delle missioni umanitarie dell’Onu in Sudan e in Ciad, data l’importanza strategica del porto di Mombasa, in questi giorni sottoposto a numerosi blocchi e restrizioni. A Mombasa, la capitale turistica keniana, questa mattina la polizia ha sparato lacrimogeni contro un gruppo di circa duecento musulmani raccolti in protesta dopo la preghiera del venerdì. È noto, infatti, il generico sostegno della comunità musulmana a Raila Odinga, che ha siglato con loro uno specifico memorandum of understanding durante la campagna elettorale. Al momento, sono 351 i morti contati e numerose migliaia i feriti. Ma le cifre si rincorrono e si accavallano ed è impossibile fare una stima precisa, che sembrerebbe comunque ben maggiore di quella enunciata.

Un po’ di calma oggi a Nairobi. Ma è solo apparenza. Rimane alta la tensione nelle baraccopoli di Mathare, Korogocho e Libera, dove ieri sera è stata bruciata una Chiesa anglicana. Stessa sorte, le fiamme dopo il saccheggio, per i pochi negozi ancora rimasti appartenenti a keniani kikuyu, con una persona morta carbonizzata. Ma la manifestazione prevista ieri, e poi in giornata rimandata all’8 gennaio, poi di nuovo annunciata per sabato e, infine, ieri sera, indetta per oggi, non si terrà. Uhuru Park rimane massicciamente presidiato dalle forze di polizia e i supporters dell’Odm riprendono fiato dopo giorni senza pausa di riots e violenza indiscriminata, con un alto numero si stupri riportati negli ospedali della capitale. Sembrerebbe chiaro che per il momento né l’Odm né il governo stiano cercando lo scontro di piazza consapevoli che ne risulterebbe una carneficina, una probabile guerra civile e, ancora, il naufragio di qualsiasi possibile mediazione e soluzione della crisi.

La diplomazia è al lavoro e sono tanti i canali di comunicazione aperti. Stasera arriva in Kenya il vice-segretario di Stato americano per gli affari africani, Jeudyi Frazer, mentre da Bruxelles continuano i moniti per il dialogo e la conciliazione da parte di Javier Solana. In arrivo oggi una delegazione di ex leaders africani con in testa Kenneth Kaunda dello Zambia, Benjamin Mkapa della Tanzania, Ketumire Masire del Botswana e l’ex segretario generale del Commonwealth Enaka Anyaoku. Intanto, l’arcivescovo sudafricano, già premio nobel per la pace, Desmong Tutu, ha incontrato ieri Odinga e nella mattinata di oggi Kibaki, che ieri aveva rifiutato l’incontro. Difatti, gli uomini del presidente ribadiscono che allo stato attuale nessuna mediazione è necessaria e che le violenze siano dovute all’irresponsabilità di politici che strumentalizzano la piazza per propri interessi. Kibaki, nel discorso di ieri alla nazione, ha detto di essere pronto al dialogo solo quando cesseranno le violenze, mentre ha già negato i “buoni uffici” al Presidente di turno dell’Unione Africana, il ghanese Kufour. In compenso, ha incassato le congratulazioni (le uniche fino ad ora!) del presidente dell’Uganda, Museveni, al potere da quindici anni e rieletto nel febbraio 2006 in elezioni contestate e, a dir poco, dubbie. Molto meno, invece, sembrerebbero essere al momento i punti negoziabili. Il segretario generale dell’Odm, Anyang Nyongo, chiede la ripetizione delle elezioni entro tre mesi. Già ieri, Odinga, si era detto disposto ad un governo di unità nazionale a condizione che duri massimo tre mesi e porti a nuove elezioni presidenziali. Il portavoce del governo, Alfred Mutua, respinge l’ipotesi di ri-elezioni, a meno che non sia l’High Court a disciplinarlo. Chiaramente, venuta meno la fiducia nella Commissione Elettorale nazionale, altrettanto nulla è ora la fiducia in organi tecnici. L’unica soluzione è nella politica e nella diplomazia, mentre l’elettorato “orange” non è pronto ad accettare un compromesso e si sente espropriato del proprio voto. Odinga ha bisogno di mantenere alta la tensione e la pressione sul governo, sui media e sulla comunità internazionale, forte anche del giudizio espresso dalla missione dell’Unione Europea che ha definito non credibili i dati delle elezioni presidenziali, troppo distanti da quelli parlamentari che attribuiscono una schiacciante maggioranza al suo Orange Democratic Movenment. Le cancellerie europee, oltre agli ex coloni inglesi che sono da principio naturalmente coinvolti negli affari keniani esprimendo riserve sul verdetto del voto presidenziale, cominciano a parlare: insistente invito al dialogo e riconciliazione nazionale viene dal ministro degli esteri tedesco, il cui ambasciatore è molto noto e stimato nelle baraccopoli keniane. Molto più in là si è spinto Kouchner, capo della diplomazia francese, che ha parlato apertamente di elezioni truccate. Mentre D’Alema parla di un’Italia che conta nel mondo e si occupa delle beghe della politica nostrana, invece, il governo italiano lascia la parola ai tour operators e ai connazionali residenti in Kenya, preoccupati per le ricadute della crisi sul turismo. La posizione dell’Italia a favore di un compromesso è stata poi espressa stamattina dalla vice-ministra Patrizia Sentinelli.

© Copyright 2007 - Il Cronista - Tutti i diritti riservati