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IL PENSIERO DI ANTONIO LABRIOLA
Nel centenario della morte
del filosofo cassinate
di Antonio Areddu
Antonio
Labriola, nato a San Germano (antica denominazione di Cassino)
nel 1843, compie gli tudi inferiori nell’Abbazia di Montecassino
per trasferirsi poi a Napoli onde frequentare presso la Regia
Università la Facolta di Lettere e Filosofia. Qui fu allievo
di Bertrando Spaventa, il filosofo che diffuse in Italia l'idealismo
e lo storicismo di Hegel. Il primo scritto di Labriola,
risalente al 1862 fu, infatti, d’impostazione hegeliana:
Una risposta alla prolusione di Zeller.
Molte sono le difficoltà lavorative a cui andò incontro
il giovane cassinate: non riesce a farsi assumere come bibliotecario
e, solo in seguito alla raccomandazione di Silvio Spaventa (ministro
degli Interni), è nominato applicato di Pubblica Sicurezza.
Nei primi anni ‘70 del secolo XIX Labriola scrive su molti
giornali d’impostazione liberale occupandosi principalmente
delle classi subalterne e dell’educazione nazionale. Sono
di questo periodo gli scritti più strettamente filosofici
Origine e natura delle passioni secondo l'Etica di Spinoza edito
nel 1866, La dottrina di Socrate secondo Senofonte, Platone ed
Aristotele, Napoli 1871, Della libertà morale e Morale
e religione, entrambi stampati a Napoli nel 1873.
Nel 1872 stenderà un breve ritratto di ciò che deve
essere un filosofo: «Ricercare, assiduamente e premurosamente,
il vero, pur essendo persuasi che si rimarrà sino in fin
della vita col sentimento di chi non può mai ritrovarlo;
amare profondamente il bene volerlo fortemente, pur sconfortati
dall’esempio continuo del male, anzi appunto, perché
sconfortati; vagheggiare e desiderare il bello, pur sapendo di
vivere in un mondo non che brutto, volgare e fastidioso; obbedire
sempre alla voce della coscienza, pur convinti, per via dell’esperienza,
che così facendo non sì è né più
fortunati, né più stimati degli accorti e dei prudenti;
rispettare in ogni persona “L’Umanità”,
quantunque in nessuna si trovi espressa l’eccellenza e la
nobiltà di quella;
pensare e parlare d’ogni cosa con serietà, senza
mai dimenticare che tutte le cose particolari, non che caduche,
sono vane e risibili; sentirsi tranquilli nella contraddizione,
sereni nell’isolamento, contenti nella negazione, ecco il
filosofo».
Nel 1874 diventò docente di Filosofia morale e di Pedagogia
presso la Regia Università di Roma, per poi insegnare,
sempre nello stesso Ateneo Filosofia teoretica, Filosofia della
Storia e Pedagogia. Risale a questo periodo l’avvicinamento
di Labriola alla pedagogia scientifica di F. Herbart, la cui impostazione
era legata alla ricerca filosofica del senso del divenire storico
nella psicologia collettiva, da attestare in base a documenti
(quindi da un punto di vista filologico) e avendo, come terminus
a quo, gli effetti delle esperienze concrete, senza quindi nessuna
forma di apriorismo.
Alla metà anni ‘80, Labriola comincia a mutare opinione
anche sul Risorgimento, ipotizzando che esso poteva rappresentare
una rivoluzione democratica nel momento in cui si fosse dato spazio
e posiibilità di manovra alle masse popolari. Così
egli si avvicina al radicale Felice Cavallotti e, quindi, al socialista
Filippo Turati. Labriola, in particolare, critica lo Stato moderno
compromesso con la borghesia bugiarda e corrotta. Il suo scambio
epistolare con Benedetto Croce inizia fin dal 1885 e riflette
lo spirito sagace del cassinate. Il Labriola, in una lettera del
3 novembre 1886, così scriverà al più famoso
cittadino di Pescasseroli (AQ): «Non spaventeggiate: cioè
non vi mettete in capo di dover essere un uomo forte, che quella
è la via per diventare imbecilli. E poi ad essere forti
prima di essere savi si rischia di cascare in tentazione. Annoiatevi,
e fate il vostro dovere: fate il vostro dovere e annoiatevi. Questo
è il vostro destino e non avete il diritto di protestare
contro il destino. Mettete nel galateo dei vostri doveri l’obbligo
di amare il prof. Labriola, monaco buddista in abito da biricchino,
che vi dà consigli tanto savi, come un altro vi darebbe
le castagne. Venite a Roma: pellegrinaggio necessario di tutti
gli uomini d’ingegno, che vogliono giovarsi dello studio
dell’imbecillità umana. E passeggerete con me, che
vi recito il rosario delle maledizioni come un dovere di carità
cristiana». Così Labriola definisce Croce nei suoi
scritti “un indifferente alle lotte della
vita”, “un epicureo contemplante”, un “letterato”,
e “terribilmente napoletano, ossia animale extra e antipolitico”.
Rivolgendosi ancora a Croce nel 1887 si esprimerà in questo
modo: «Fate un bel viaggio per intuire l’altro che
è fuori di voi, e poi voi stesso: studiate il vostro cuoco,
che sebbene sia tanto stupido, è pure il vostro simile,
e merita tutte le attenzioni, e tutti i riguardi della vostra
filosofia. Amministrando i vostri beni lavorateci un po’
attorno, perché la fortuna diventi in qualche maniera un
merito: e se non potete fare altro compatite gli storpi, i ciechi,
i matti, ed i birbanti, pensando, che voi siete in qualche maniera
come loro, o quasi. Perché il busillis sta qui: di avere
una religione senza Dio; il che se confina con l’assurdo,
niente toglie che sia vero». Ma il cassinate, ricordato
nella prima decade di ottobre a Cassino con un ben
organizzato Convegno, indica al giovane filosofo titoli di libri
ed inedite piste di ricerca da compiere oltre a metterlo in guardia
dal mondo accademico: «Hai ancora da imparare […]
con che razza di malviventi s’abbia a fare nel così
detto mondo dei letterati e scienziati».
Alla Regia Università di Roma dal 1880 al 1886 si occupa
proprio dello Stato, delle sue origini e delle sue funzioni; in
tutti questi anni accademici egli tratterà soltanto proprio
quest’unico tema.
Progressivamente il Labriola matura l'idea che la vera forza propulsiva
della Storia si basi nel movimento politico delle masse popolari
e, nel triennio 1887-90, ipotizza un processo di trasformazione
democratica dello Stato e della società civile proprio
a partire dalle comunità locali e critica, quindi, le forme
politiche radicali, settarie ed anarchiche che favorivano esclusivamente
solo una critica astratta ed elitaria. Questi pensieri sono espressi
in I problemi della filosofia della storia e del socialismo: prelezione
lette nell’Università di Roma il 28 febbraio 1887,
editi a Roma nel 1889.Dal 1890 il Labriola, maturata la convinzione
della funzione rivoluzionaria del movimento socialista, inizia
uno studio sistematico su Marx ed Engels ed entra in contatto
epistolare, oltre che con quest’ultimo, con Bernstein, Kautsky
e Sorel. Ben presto però entrerà in conflitto con
Turati sull’impostazione da dare all’allora nascente
Partito Socialista. Il primo è convinto che il Partito
dovesse essere riformista e pragmatico, il filosofo di Cassino
lo immagina pìù radicale e più combattivo
con una forte impostazione social positivista. In tale ottica
riesce a convincere Turati ad impegnare il Partito nella difesa
del Movimento dei Fasci siciliani.
I suoi Saggi sul materialismo storico per i quali rimandiamo il
nostro lettore alle edizioni critiche di Valentino Gerratana e
di Augusto Guerra lo fanno riconoscere come un diffusore del marxismo
teorico in Italia. Scrive nel 1895 Saggi intorno alla concezione
materialistica, I, In memoria del "Manifesto dei comunisti"
in cui sosteneva che lo scritto marxista era una previsione morfologica
fatta in base ad un’analisi “genetica” del capitalismo:
il filosofo optava per il termine "marxismo genetico"
invece che "dialettico", perché quest’ultimo
a lui appariva legato al positivismo. Del 1896 è lo scritto
Del materialismo storico. Dilucidazione preliminare, edito a Roma
dove emerge un’ aspra critica verso coloro che intendevano
il materialismo storico come un canone storiografico e, dopo aver
ricordato che la storia va intesa come un organismo sociale complesso,
arriva ad affermare che essa, per essere compresa, deve essere
letta non solo in chiave economicista ma anche attraverso la lente
degli strumenti della psicologia sociale (coscienza degli uomini).
Due anni più tardi, sempre a Roma, darà alle stampe
Discorrendo di socialismo e di filosofia, una raccolta di 12 lettere
inviate a George Sorel, dove forte è la critica al positivismo
e al darwinismo.
Infine ricordiamo lo scritto Da un secolo all'altro. Considerazioni
retrospettive e presagi, redatto tra il 1900 ed il 1901, e pubblicato
postumo a Bologna nel 1925 dal Croce. In esso Labriola fa sua
la tesi della rivoluzione proletaria che sarebbe potuta scoppiare
solamente dopo che il capitalismo avesse terminato il suo ciclo,
comprese anche le avventure coloniali. In tale ottica colpì
l’opinione pubblica la sua presa di posizione nel 1902 in
favore della politica coloniale italiana in Africa Mediterranea
ed Orientale.
Muore il 2 febbraio 1904 e viene sepolto nell’Urbe nel Cimitero
acattolico ubicato nel quartiere di Testaccio.
L’Autore di questo articolo ha, tra l’altro,
scritto Sulle lettere di Antonio
Labriola a Benedetto Croce 1885-1904 (Collana di Filosofia), Empoli
1987;
“Antonio Labriola e Benedetto Croce nelle vicende del marxismo
teorico
italiano, 1895-1900 (prima parte)” in Behemoth, X, 1995,
fasc. 19; “Antonio
Labriola e Benedetto Croce nelle vicende del marxismo teorico
italiano
1895-1900” (seconda parte)” in Behemoth, X, 1995,
fasc. 20; “Politica e
sovranità in Benedetto Croce” in Behemoth, XII, 1997,
fasc. 21; “Interventi su
morale e politica: neopopulismo e civismo” in Behemoth,
XIII, 1998, fasc. 24;
Cristianesimo e marxismo nel pensiero di Italo Mancini, Pistoia
[2001].
Il Cronista n.0/2004
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