TOMMASO LANDOLFI, UN NARRATORE EUROPEO

A venticinque anni dalla morte, la figlia Idolina racconta il grande scrittore di Pico

di Idolina Landolfi


Ricorre quest’anno il venticinquennale della morte di Tommaso Landolfi, scrittore ormai considerato all’unanimità dalla critica un classico del Novecento, e non solo europeo. Scrittore legatissimo ai luoghi d’origine (Pico, allora in provincia di Caserta), alla dimora natale, il seicentesco palazzo nel centro storico del paese. Dimora che è essa stessa protagonista di molti e molti racconti. «Ultimo forse rappresentante genuino della gloriosa nobiltà meridionale», leggiamo nella BIERE DU PECHEUR, un’opera del 1953, «io sto da solo in questa casa crollata più che per metà, e che seguita a crollare un poco ogni giorno, in cui il vento si insinua gemendo, sufolando, facendo garrire le pendule tappezzerie […]».
Trascorre tra Pico, Roma e la Toscana gli anni dell’infanzia (segnata dalla morte della madre quando lui aveva meno di due anni) e dell’adolescenza. Prima a Roma, quindi a Firenze compie gli studi universitari, coltivando la sua già vasta cultura, sostenuta da un’intelligenza lucida e dialettica. Nel 1932 si laurea in lingua e letteratura russa, con una tesi su Anna Achmatova. E dal russo, così come dal francese e dal tedesco, sarà traduttore magistrale, oltre che profondo conoscitore delle letterature in tali lingue. Affiancatosi alla brigata di intellettuali che si riunivano tra le due guerre nel fiorentino caffè delle Giubbe Rosse, prende a collaborare a periodici quali «Letteratura» e «Campo di Marte», e ai romani «Occidente», «L’Europa Orientale», «L’Italia letteraria», «Oggi». Più consistenti e continuative le collaborazioni al «Mondo» di Mario Pannunzio (anni Cinquanta) e al «Corriere della Sera» (anni Sessanta e Settanta). Nel 1937 l’esordio, col volume di racconti Dialogo dei massimi sistemi. Ad esso seguiranno altri volumi di racconti, romanzi, testi teatrali e poetici, raccolte di articoli critici: più di cinquanta le opere, tra le sue e le traduzioni. Per esse riceverà i maggiori premi letterari italiani, dallo Strega al Campiello, al Viareggio, al Bagutta, al Pirandello e così via.
Spirito libero e aristocratico, è naturale oppositore del regime fascista; subisce un mese di carcere alle Murate, a Firenze. Sporadici, nell’arco dell’intera vita, i soggiorni all’estero, nelle capitali d’Europa; più lunghi i periodi trascorsi a San Remo o a Venezia, le «città del gioco», dov’è attirato dalla sua grande passione, parallela o sovrapponibile a quella per la scrittura. Sul gioco d’azzardo, sul significato universale di cui egli lo investe, scrive pagine intense, facendone il centro di una speculazione assai più ampia. Col tardo matrimonio Landolfi si stabilisce nella riviera ligure, ad Arma di Taggia e poi a San Remo; sempre frequenti, tuttavia, e lunghi, i ritiri al paese natale, nella casa avita che è la protagonista di tanti suoi racconti, e dove soprattutto egli lavora: «Punto primo: la penna che laggiù [a Pico] correva qui s’impunta e per avviarla ci vuol la mano di Dio. Non è un’immagine, parlo della penna in carne e ossa; anche l’anno passato, qui, faceva il medesimo lavoro, e tornata laggiù riprese a correre. A che si debba il fatto, se all’inchiostro, all’aria del luogo o a più seri e segreti motivi, non so» (Rien va). Scrittore scrivo e appartato, insofferente delle mode e dei meccanismi preposti al raggiungimento della fama e del successo, è considerato, come abbiamo detto, fra i massimi della nostra epoca.

Il Cronista n.0/2004