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LA
GUERRA CAFONA E LE RAGIONI DEL SUD
(Rinascita 31/10/2007)
di Fernando Riccardi
Da qualche tempo a questa parte i contributi sul brigantaggio
hanno fatto registrare una clamorosa impennata. Sarà il
fascino che traspira dalla materia, sarà che il fenomeno
resta uno dei più controversi della storia italiana dell’Ottocento,
sarà il desiderio di colmare una grave lacuna che ancora
oggi persiste, fatto sta che sono sempre più numerosi gli
scritti che prendono in considerazione il brigantaggio e le sue
implicazioni di natura sociale, politica e ideologica. Per anni
dei briganti si è parlato poco e non sempre a proposito.
I primi studi seri sul tema sono quelli di Franco Molfese (1964)
che, malgrado sia trascorso del tempo, conservano ancora una straordinaria
validità. Nelle regioni centro-meridionali del nostro paese
il fenomeno assunse, all’indomani dell’unificazione,
una dimensione notevole che preoccupò non poco i nuovi
governanti piemontesi non sempre in grado di varare misure adeguate.
Soltanto dopo un decennio di aspre lotte, dal 1860 al 1870, con
un numero elevato di vittime (basti pensare che le perdite subite
dall’esercito sabaudo superarono di gran lunga quelle fatte
registrare nel corso di tutte le guerre di indipendenza messe
assieme), il meridione poté dirsi ‘bonificato’
da quella che è passata alla storia come una ‘triste
piaga’. Ma come andarono le cose? Furono davvero tutti briganti
quelli che a centinaia di migliaia presero le armi contro i soldati
piemontesi? Ci fu una qualche implicazione di natura politica
e ideologica alla base della ‘rivolta cafona del Sud’?
Oppure si trattò soltanto di un fenomeno delinquenziale?
Questi e tanti altri interrogativi, dopo decenni di silenzio,
finalmente iniziano ad essere posti con sempre maggiore insistenza.
Perché vennero fuori i briganti? Cosa li spinse a ribellarsi
così violentemente al nuovo ordine di cose? Perché
la guerriglia post-unitaria durò così a lungo? Si
dirà: il brigantaggio nelle province del meridione d’Italia
è esistito praticamente da sempre, fin dai tempi più
remoti. Ma, allora, perché scoppiò in maniera così
virulenta solo dopo il 1860? Si può ridurre a mera attività
delinquenziale quel fuoco inarrestabile che bruciò nel
sud della Penisola per dieci lunghi anni? E se si trattava solo
di malfattori, perché far ricorso all’esercito regolare
e alle leggi speciali? Cosa fece il nuovo governo per sanare tale
‘piaga’ oltre ad armare i soldati e ad inasprire l’opera
di repressione? Ci si è mai soffermati ad analizzare a
fondo le cause che provocarono la dilagante rivolta? Forse, al
riguardo, non tutto è stato raccontato. Forse la vera storia
del brigantaggio non è stata ancora scritta. Da qualche
tempo, però, si è iniziato ad indagare in maniera
più seria e meno preconcetta su questi eventi, alcuni del
tutto sconosciuti, andando magari a rispolverare le ingiallite
carte custodite negli archivi di ogni ordine e grado. Già
Indro Montanelli, nella sua monumentale ‘Storia d’Italia’,
parlando del brigantaggio nella parte meridionale del nostro paese,
così chiosava: “Massari caldeggiò come misura
d’emergenza un inasprimento della repressione che un deputato
abruzzese, Giuseppe Pica, tradusse in legge. Questa proclamava
tutto il Sud, salvo poche province, in stato di brigantaggio e
per i reati che rientravano sotto questa voce trasferiva la competenza
dai tribunali ordinari a quelli militari. Per quanto arbitraria
questa legge si rivelò tuttavia efficace. Alla fine del
1865 il brigantaggio era effettivamente debellato. Purtroppo non
ne furono debellate le cause e le conseguenze. Qualche decennio
dopo Nitti scriveva che per il cafone non c’era alternativa:
o emigrante o brigante. Ma spesso diventava insieme l’una
cosa e l’altra: il gangsterismo italo-americano lo dimostra”.
Tale disamina, specie quando parla di “cause e conseguenze
non debellate”, è assai significativa: è facile
intuire, infatti, che ci si accanì in quegli anni nel reprimere
sic et simpliciter il fenomeno senza comprendere a pieno le cause
che lo avevano generato. E così facendo si aiutò
il bri-gantaggio a prosperare e a rimanere in vita per lungo tempo,
anche quando la fase, per così dire politica, era definitivamente
tramontata. E se l’analisi di Montanelli, come sempre lucida
e schietta, risale a qualche anno addietro, molto più recente
è un’altra rivisitazione degli eventi che questa
volta fa capo a Paolo Mieli, direttore responsabile del ‘Corriere
della Sera’. Rispondendo ad un lettore di Torre del Greco,
Mieli, non molto tempo fa, si soffermava a lungo sulla positiva
analisi che il prof. Gianni Donno aveva fatto sulla commissione
d’inchiesta sul brigantaggio, più nota come Commissione
Massari dal nome del parlamentare che la presiedeva. Questi i
punti salienti dell’intervento: “La commissione fu
istituita alla fine di dicembre del 1862, entrò in carica
ai primi di gennaio del 1863 e… portò a termine un’eccellente
inchiesta sull’Italia meridionale. Notevoli erano ancora
i pregiudizi dei commissari tra i quali c’era il generale
garibaldino Nino Bixio. Padre Carlo Piccirilli sulla ‘Civiltà
Cattolica’, protestò: ‘Questo che voi chiamate
col nome ingiurioso di brigantaggio, non è che una vera
reazione dell’oppresso contro l’oppressore, della
vittima contro il carnefice, del derubato contro il ladro’.
E, se tralasciamo la veemenza dei toni, almeno in parte aveva
ragione. Tant’è che quando quell’inchiesta
fu discussa in Parlamento si ebbe un violento scontro tra Massari
che imputava il fenomeno del brigantaggio alle mene cospirative
di agenti borbonico-clericali, e il mazziniano Aurelio Saffi che,
invece, intravedeva le ragioni sociali di quelle sollevazioni
del Sud. Dopodiché furo-no le leggi eccezionali predisposte
dal deputato abruzzese Giuseppe Pica… La legge Pica avrebbe
dovuto restare in vigore dall’agosto al dicembre del 1863.
Invece fu prorogata in vari modi fino a tutto il 1865. Produsse
nel mezzogiorno innumerevoli abusi che furono denunciati in Parlamento
da Vito d’Ondes Reggio, un deputato siciliano e cattolico
appartenente alla destra. Per protesta contro quel che era accaduto
in seguito al varo della legge e contro il rifiuto opposto all’istituzione
di una nuova commissione d’indagine, Giuseppe Garibaldi
si dimise da deputato… Nella parte settentrionale della
Lucania… sta maturando l’idea di varare iniziative
per raccontare meglio la storia dei briganti che combatterono
da quelle parti: Carmine Crocco, Giuseppe Caruso, Nicola Summa
detto Ninco Nanco. Credo che sarà una buona occasione per
parlare nuovamente della commissione Massari nonché della
legge Pica. Senza dimenticare qualche buona ragione del Sud che
resistette all’unità e i numerosi torti che esso
subì in quella complessa stagione storica. Ma… se
lo potremo fare sarà anche grazie alla documentazione prodotta
dai nove parlamentari in quel viaggio di studio all’inizio
del 1863”. L’intervento appare estremamente chiaro,
così chiaro da non richiedere ulteriori delucidazioni.
E la fonte è al di sopra di ogni sospetto. Questa volta
non è uno studioso malato di nostalgia che propugna un
anacronistico ritorno al passato né un fervente ‘aficionados’
neo borbonico sempre pronto a lodare in maniera sperticata le
azioni della casa regnante a lui tanto cara: chi parla, oltre
che storico, è il direttore di un giornale tra i più
importanti del nostro paese. La qualcosa assume una particolare
rilevanza e dimostra una volta di più, qualora ce ne fosse
bisogno, quanto parziale sia stata la ricostruzione di alcune
vicende storiche. Come accaduto per il brigantaggio che non può
essere definito solo un’estrinsecazione delinquenziale ad
opera di una variegata masnada di furfanti. Il fenomeno, in vero,
è assai complesso e va indagato a 360 gradi, tenendo conto
di innumerevoli variabili. Proprio come ha iniziato a fare, quasi
mezzo secolo fa, Franco Molfese. Detto in maniera estremamente
sintetica, non si può parlare di brigantaggio se non lo
si mette in stretto collegamento con la realtà sociale,
culturale, politica ed economica del meridione d’Italia
in quel particolare periodo storico. I briganti, insomma, non
furono soltanto delinquenti congeniti e spietati tagliagole; il
più delle volte, anzi, si trattò di povera gente,
senza presente e, soprattutto, senza futuro, di poveri e cenciosi
contadini che volevano soltanto coltivare e rendere produttivo
un appezzamento di terra dal quale trarre il misero sostentamento
quotidiano. La cosa, del resto, era stata loro solennemente assicurata
da Garibaldi che, alla testa dei suoi uomini in camicia rossa,
risaliva lo Stivale. Ma le promesse rimasero tali, Garibaldi si
ritirò sdegnato a Caprera e la gran parte delle terre del
meridione finirono nelle mani della vorace classe borghese che,
proprio da quel momento, iniziò la sua inarrestabile ascesa.
Quei contadini che sotto i Borbone non se la passavano certo bene,
finirono per trovarsi molto peggio con i nuovi governanti piemontesi
che pensarono solo ad armare eserciti, imporre tasse e varare
leggi, spesso profondamente inique, senza mai analizzare a fondo
il contesto nel quale si trovarono ad operare. Tutto questo, però,
non è stato detto e non è sta-to scritto. O, almeno,
lo si è fatto in maniera episodica e del tutto insufficiente.
Si è preferito, invece, andare avanti con la solita, generica
analisi in virtù della quale il brigante del Sud continua
ad essere dipinto come un volgare delinquente al quale non si
poteva che schiacciare impietosamente la testa. E, invece, proprio
così non è stato. Si continui, perciò, a
far parlare i documenti, si proceda a riscrivere la storia di
alcuni episodi eliminando, magari, quella densa e a volte ridondante
patina di enfasi risorgimentale. In una conferenza tenutasi qualche
tempo fa in quel di Frosinone, il prof. Guido Pescosolido, uno
dei più insigni storici del nostro tempo, ha affermato
che “l’unità d’Italia impose costi e
grandi sacrifici”. Partiamo, dunque, proprio da qui; iniziamo
a parlare di quei costi e di quei sacrifici ed a vedere in quale
misura essi hanno pesato sulla schiena greve e onusta delle derelitte
genti del meridione. Salterà fuori un’altra storia,
una storia diversa, di quella che non si legge sui libri di testo,
forse meno aulica e lucente ma sicuramente più vera e,
soprattutto, meno artefatta.
“Rinascita”, 31/10/2007
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