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SAVOIA E LA SOLUZIONE FINALE
(Rinascita 08/12/2007)
di Fernando Riccardi
Alcuni eventi della nostra storia sono stati artatamente nascosti,
sepolti sotto una spessa coltre di oblio, quasi cancellati. Come
la triste sorte riservata a migliaia di meridionali rinchiusi
nei campi di concentramento del nord Italia all’indomani
del 1860. Ho letto con molto interesse l’articolo di Sauro
Ripamonti (‘Rinascita’, 4 dicembre 2007, p. 13) che
illustra, sia pure per sommi capi, la drammatica vicenda che una
storiografia partigiana ha completamente rimosso. A chi volesse
saperne di più consiglio l’ottimo libro di Fulvio
Izzo dal titolo ‘I lager dei Savoia’ (Edizioni Controcorrente,
Napoli 1999). A quella brutta pagina di storia voglio aggiungere
alcuni tasselli. Dopo la caduta repentina del regno borbonico,
il governo sabaudo si trovò, tra le altre cose, a dover
fare i conti con una massa ingente di militari sbandati. L’esercito
napoletano, infatti, con un provvedimento inutile e dannoso, era
stato sciolto e in tanti si trovarono disperati e senza lavoro.
Né le varie campagne di arruolamento varate dai piemontesi
si rivelarono fruttuose: alle chiamate alle armi, infatti, si
registrò sempre un altissimo numero di renitenti. Il governo
sabaudo, trovandosi di fronte ad una vera e propria emergenza
che rischiava di esplodere (tutto il meridione era infiammato
dalla rivolta brigantesca), in un primo momento, si limitò
a rinchiudere tali prigionieri nelle malsane carceri del sud Italia.
Subito dopo, però, intuendo la pericolosità della
situazione, escogitò un ‘piano di evacuazione’
trasferendo gli ex soldati napoletani al nord, lontano, quindi,
dai focolai di rivolta. Il porto di arrivo dei bastimenti era
soprattutto Genova. Da qui i prigionieri venivano subito avviati
nelle località di destinazione: Fenestrelle, piccola località
della valle del Chisone, dove esisteva una imponente fortezza,
San Maurizio Canavese, alle porte di Torino e poi Alessandria,
Milano, Bergamo. Qualcuno fu rinchiuso a Genova, nel forte di
San Benigno. Migliaia di altri meridionali (ex ufficiali e soldati,
briganti, renitenti alla leva, oppositori politici o presunti
tali, vagabondi, camorristi) vennero confinati in varie isole
della Penisola: Gorgona, Elba, Giglio, Capraia, Ponza. Più
di 12.000, soprattutto ufficiali e veterani borbonici, che si
erano rifiutati di arruolarsi nell’esercito sabaudo, furono
trasferiti in Sardegna, sulle isole napoletane o nella Maremma
Toscana, sottoposti a domicilio coatto, come prevedeva la famigerata
‘legge Pica’. Nei campi di raccolta e nelle prigioni,
costrette ad accogliere molte più persone di quante ne
potessero contenere, le condizioni igienico-sanitarie e ambientali
erano indecenti. Trattati come animali, ammassati nei bastimenti,
senza mangiare e bere per giorni, i poveri meridionali, colpevoli
soltanto di essere rimasti fedeli al loro Re, vennero sbattuti
in terre che non conoscevano, fredde, in campi di concentramento
inospitali, lontano dai loro affetti. Molti non riuscirono a sopportare
la disperazione e il disagio e decisero di mettere fine alla loro
grama esistenza ricorrendo al suicidio. Ciò malgrado, pur
costretti a subire una prigionia atroce, seppero conservare una
straordinaria dignità. Allettati da proposte ammalianti,
in pochi decisero di entrare nell’esercito piemontese, specie
per non venire meno al giuramento di fedeltà prestato al
momento dell’arruolamento nelle forze armate borboniche.
Con il passare dei mesi la gran parte degli ex soldati napoletani
venne trasferita nei lager del nord Italia. In tal modo i governanti
piemontesi speravano di aver risolto in maniera definitiva il
problema allontanando dai focolai della rivolta tante migliaia
di persone. Non avevano, però, considerato un altro problema:
i prigionieri napoletani ammassati nelle prigioni del nord, con
il trascorrere del tempo, erano diventati in numero così
ingente da rendere arduo il mantenimento dell’ordine pubblico.
Nelle prigioni scoppiavano di continuo rivolte, sommosse, tentativi
di fuga. E allora la fervida fantasia dei governanti sabaudi studiò
una astuta ‘soluzione finale’. Nel tentativo di svuotare
le prigioni del Regno da quella massa pericolosa di nostalgici
borbonici, si pensò bene di ‘sistemarli’ in
un posto dove non avrebbero dato più fastidio. Il progetto
era quello di ottenere dal governo portoghese la concessione di
un’isola disabitata nel bel mezzo dell’Oceano Atlantico
dove ‘depositare’ i prigionieri napoletani. I lusitani,
però, opposero un netto rifiuto e l’infame disegno
non poté andare in porto. Nel novembre del 1862 l’ambasciatore
italiano a Lisbona, tale Della Minerva, relazionando al ministro
degli esteri Durando, così scriveva: “… la
divulgazione di un dispaccio telegrafico… ove si parla…
di un negoziato fra l’Italia e il Portogallo per la cessione
di un’isola dell’Oceano al fine di deportarvi i galeotti,
ha suscitato una tale ripugnanza nell’opinione pubblica
e nella stampa che il ministero ha già fatto smentire questa
notizia. Penso che per il momento sarà meglio soprassedere
a questo progetto per potere avere più appresso una maggiore
possibilità di successo” . Ma se per i portoghesi
il progetto era ‘ripugnante’, non così stavano
le cose per i governanti piemontesi. Nel 1868 le grandi ‘menti’
savoiarde tornarono alla carica. Menabrea, Presidente del Consiglio
e ministro degli esteri, affidò ai suoi funzionari il compito
di contattare la Repubblica Argentina. Era stata persino individuata
la regione nella quale sarebbe dovuto sorgere lo stabilimento
penale: la Patagonia, una landa desertica e inospitale che si
prestava meravigliosamente alla bisogna. Ma, ancora una volta,
il progetto naufragò prima ancora di nascere: il governo
argentino, infatti, comunicò ufficialmente di non poter
venire incontro alla singolare richiesta italiana. E così
i prigionieri napoletani, parecchie decine di migliaia, rimasero
stipati nelle luride carceri del nord in condizioni di vivibilità
disumane e raccapriccianti. Ecco, dunque, un altro elemento che
va a fare luce su una vicenda che in pochi conoscono. L’operazione
di ‘damnatio memoriae’ che storici compiacenti e prezzolati
hanno messo in atto con ferrea determinazione, non ha tenuto conto,
però, della esigenza di verità che accompagna ogni
umano anelito. E così ricercatori instancabili, alieni
da qualsivoglia logica di schieramento, desiderosi soltanto di
far conoscere vicende sepolte sotto la densa polvere del tempo,
hanno, pian piano, scalfito quella dura corazza, iniziando ad
estrapolare dagli archivi documenti inequivocabili. E’ venuta
fuori, in tal modo, un’altra storia, una storia diversa,
inedita, sicuramente meno fulgida e patinata. Una storia che non
vuole mettere in discussione alcunché né sminuire
la statura di personaggi che hanno fatto il nostro paese. Né,
tanto meno, inseguire sogni nostalgici o anacronistiche restaurazioni.
Si tratta, invece, di raccontare gli accadimenti così come
si sono verificati, senza avere più timore di soffermarsi
su episodi che possono apparire spiacevoli o discutibili. E’
questa la forza di un paese, di una democrazia che vuole essere
compiuta. Ma l’Italia è davvero tale?
(“Rinascita”, 8/12/2007)
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