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IL MATRIMONIO NELLA SOCIETÀ
DEI PASTORI IN PICINISCO
di Alessandrina De Rubeis
Nella
società dei pastori, sulla ho scritto l’articolo
“I nomadi dei monti” apparso sul n. 8-11 di questo
giornale, è interessante conoscere anche l’antico
rituale del matrimonio in uso fino a pochi anni fa. La signora
Lucia Crolla, che sono tornata ad intervistare, riferisce che
i genitori stipulavano il “contratto” di matrimonio
già quando i figli erano in tenera età. È
spontaneo pensare che lo scambio di “beni” e di “persone”,
che in tal modo si ratificava, servisse ad assicurare l’integrità
del patrimonio familiare nonché l’adattamento all’ambiente
della nuova famiglia che, in futuro, si sarebbe costituita e la
sopravvivenza del gruppo con tutto il suo retaggio di usi e costumi.
Nei matrimoni “combinati” non era insolito che i contraenti
avessero già vincoli di parentela e lo stanziamento di
quattro grossi nuclei nelle frazioni pastorali di Picinisco può
essere indicativo di ciò: infatti troviamo i Crolla alle
Fontitune, i Pia e gli Andreucci a Valleporcina, i Pacitti a Casale.
Eppure, negli anni Quaranta, una ragazza delle Fontitune, Assunta
Crolla, si oppose alla decisione presa da tempo nei suoi confronti
e infranse la regola: innamoratosi di un giovane del paese, rifiutò
il promesso sposo convolando a nozze col suo bel piciniscano.
Da allora, stando sempre a quanto testimonia Lucia (sorella di
Assunta), i matrimoni combinati presero a diminuire e i giovani
furono liberi di scegliersi tra di loro, anche se la scelta continuò
a ricadere quasi sempre all’interno della società
dei pastori per i quali, tuttavia, iniziò una nuova usanza:
quella del corteggiamento. Presso la fonte detta glie pesciarieglie,
dove le ragazze si recavano ad attingere acqua oppure durante
i lavori estivi della scartocciatura del granturco, i giovani
lanciavano occhiate ammiccanti e cantavano stornelli. La signora
ne ricorda uno in particolare: “Tutte le brunette sò
fedeli / le biancoline sò le traditore / ne journe m’abbiaie
fòsse fòsse / trovai la bella mea a lavà
le cosse”. I preparativi e il rituale del matrimonio di
Lucia furono identici a tutti gli altri. Una settimana prima dell’evento,
il corredo, che era stato acquistato al mercato di Atina, fu trasportato
coi canestri in casa della futura suocera, dove fu esposto. Tutti
aiutarono a trasportare i panni: donne, bambini, giovani e anziani
e poi cantarono e ballarono fino a tarda ora. Anche l’usanza
di esporre il corredo è durata fino a pochi anni fa. La
sposa, inoltre, dovette provvedere ai materassi che, ovviamente,
erano stati realizzati con la lana bianca e soffice delle pecore
del suo gregge. Lo sposo, da parte sua, provvide alle brande e
alle testiere del letto matrimoniale, oltre alla dimora nella
sua casa paterna. Per la vestizione degli sposi, che nella cultura
del matrimonio rappresentava quasi un’adozione e un affratellamento,
ci fu lo scambio dei vestiti: la famiglia di lui pensò
all’abito di lei e viceversa. Il giorno delle nozze, 4 luglio
1947, Lucia indossò un vestito color rosa chiaro, composto
da una camicetta, da una gonna “plissata” (plissé,
tessuto lavorato con fitte piegoline) e da un fazzoletto con la
frangia; lo sposo indossò giacca e pantaloni color marrone,
camicia e cappello, quest’ultimo all’epoca d’obbligo.
Quando tutti furono pronti, il corteo si avviò a piedi
fino alla chiesa del paese. A cerimonia ultimata, si ritornò
alle Fontitune. Faceva caldo, il cammino fu lungo e tutto in salita,
sicché arrivarono stanchi e sudati. Il pranzo si svolse
in casa dello sposo e furono servite diverse pietanze: brodo,
maccheroni, lasagne al forno, pollo e carne di pecora. I dolci
furono semplicemente i biscotti fatti in casa. Dalla Chiana, frazione
di Picinisco, giunse Domenico Gargano, il suonatore di fisarmonica
che animò la festa con musiche e stornelli. Prima di congedarsi,
gli invitati, sempre secondo l’usanza, andarono a “vedere”
il letto degli sposi e qui, a cominciare dai due padri che gareggiarono
“a chi metteva di più”, ognuno lanciò
soldi finché il letto non fu ricoperto di banconote e di
monete. È evidente che il rituale avesse una funzione di
augurio di prosperità non solo in senso economico, ma anche
in senso di prolificazione e felicità coniugale. La mattina
seguente, lo sposo invitò sua madre a “rifare il
letto nuziale” ma la donna, con molta discrezione si esonerò
dal controllo sulla verginità della nuora, infrangendo
così la regola che, fino ad allora, aveva voluto attribuire
alle suocere tale diritto e dichiarò di esser sicura della
“sincerità” di Lucia che, all’epoca dei
fatti, aveva solo 18 anni. Nei lavori domestici, che quella mattina
furono necessari per rimettere a posto la casa, alla neo-sposa
venne assegnato il compito di andare alla fonte, che distava circa
mezz’ora di cammino, a lavare le tovaglie e le salviette
usate per il pranzo di nozze; l’accompagnarono il marito
ed il “ciuccio”. Lucia Crolla ricorda con profonda
commozione i fatti raccontati perché le riportano alla
mente gli anni più belli della sua vita ma anche, purtroppo,
la triste sorte che l’ha resa, anzitempo, vedova.
Il Cronista
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