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SULLE ANTICHE TRACCE DEI MULATTIERI
di Alessandrina De Rubeis
Il
cammino dei mulattieri, che valicavano gli Appennini in ogni stagione
dell’anno, risale a tempi remoti. Già dal X secolo,
attraverso il valico di Forca d’Acero, si svolsero continui
traffici commerciali tra la Valle di Comino e i paesi del versante
d’Abruzzo; gli scambi durarono fino alla metà del
secolo scorso.
Come documentato da Domenico Cedrone, San Donato in Terra di Lavoro:
Due catasti a confronto (1753 -1816), S. Donato Val di Comino
2003, pp. 233-237, il paese di S. Donato, Val di Comino, carente
di terreni fertili e di grandi aree boschive e con un’economia
precaria, affidata agli eventi atmosferici e alla forza delle
braccia per lo più emigranti verso la Campagna Romana,
ruotò intorno al benessere dei limitrofi paesi d’Abruzzo.
Quest’ultimi godevano di un’economia solida, fondata
sulla pastorizia transumante, su estesi e secolari boschi e sulla
coltivazione intensiva della patata nella zona del Fucino, dopo
che, verso il 1870, fu quasi ultimato il prosciugamento del Lago.
La realizzazione, infine, della strada rotabile San Donato –
Opi, ultimata intorno al 1880, permise l’utilizzo del carretto
che divenne un efficace mezzo di trasporto.
Molti i nomi dei mulattieri che si tramandano nei racconti degli
anziani e, fra i tanti, quello di Loreto Mazzola (1909-1987),
soprannominato “Zi’ Paese”.
Sin da ragazzo, Loreto aveva preso a seguire il padre, Cesidio
che, con carretto e muli, batteva i sentieri montani che conducevano
in Abruzzo e in Molise. Prima di incamminarsi abbeveravano i muli
ai fontanili pubblici e ripetevano, poi, la stessa operazione
alla sera, quando rincasavano.
Se la stagione era buona, l’erba per la pastura si trovava
strada facendo; diversamente, sistemavano sul carretto la biada
necessaria all’animale. Il lavoro del mulattiere comprendeva
anche i trasporti all’interno del paese, fatto di viuzze
tutte in salita, con scalinate e sopportici, e di strettoie in
terra battuta e piene di sassi. Tra il materiale che Cesidio e
figlio trasportavano, era compresa la rena che si estraeva dalla
cava del Montetto, in territorio di Alvito, e distante da San
Donato sei chilometri circa. La rena veniva trasportata con le
bigonce, gli stessi recipienti che si usavano per l’uva
durante la vendemmia, ma che avevano un fondo apribile per una
rapida fuoriuscita del contenuto. Ad ogni mulo era affidata una
coppia di bigonce a viaggio, per un peso complessivo di circa
due quintali. Nel decennio compreso tra il 1928 e il 1938 , i
due mulattieri trasportarono tutta la rena che occorse per la
costruzione dell’edificio scolastico del centro.
Quando Loreto mise su famiglia, trovò un valido aiuto in
Guido, uno dei suoi figli, che lavorò con lui dagli otto
ai 27 anni di età; poi emigrò in Canada insieme
con l’altro fratello e le tre sorelle. Chi riferisce questi
fatti è Antonietta, l’ultima dei cinque figli di
“Zi’ Paese”, rientrata in Italia da diverso
tempo.
Carbonaio nel Viterbese
All’inizio dell’estate, Loreto partiva alla volta
di Viterbo, portando con sé moglie, figli, carretto e muli.
Giunti a destinazione, prendevano alloggio in una delle capanne
allestite all’uopo. Nei boschi dei Monti Cimini, gli uomini
tagliavano la legna per allestire glie catuozz’: sistemavano
quattro grossi ciocchi a cerchio, lasciavano un vuoto al centro,
poi mettevano tutt’intorno pezzi di legna, facendo in modo
che l’apertura lasciata, si mantenesse fino alla sommità
della catasta; ricoprivano, quindi, il tutto con grosse toppe
di erba e, infine, con la terra. Accendevano poi il fuoco dal
basso, introducendo dei tizzoni ardenti in fori praticati da tutti
i lati. Lentamente quelle “montagne” cominciavano
a “fumicare”; ogni tre ore circa, dalla sommità
del cumulo venivano gettate altre legna. Quando, dopo quattro
o cinque giorni, glie catuozz’ si era abbassato notevolmente
e non usciva più fumo, significava che nelle sue viscere
si era formato il prezioso carbone. Allora coi rastrelli gli uomini
toglievano la terra di copertura e spandevano il carbone che,
una volta raffreddatosi, veniva insaccato per essere venduto nel
Viterbese, ma anche in Valle di Comino. «Le donne»
ricorda Antonietta «attingevano l’acqua dai pozzi
o dai fontanili che raggiungevano coi muli, cucinavano e accudivano
i piccoli. La prima volta che mi portarono a Viterbo, ero ancora
in fasce. Tra i vari ricordi che ho, due mi sono rimasti maggiormente
impressi: quello di quando la nostra capanna si riempì
di serpi e mia sorella Carmela urlò così tanto da
rimanere terrorizzata per sempre dai rettili; e quello dell’estate
in cui partimmo lasciando l’altra sorella, Filomena, dalla
nonna materna perché doveva fare la Prima Comunione. E
la fece senza che noi fossimo presenti. Eravamo una famiglia così!».
Le traverse di San Biagio Saracinisco
Loreto e Guido lavorarono per diverso tempo anche a San Biagio
Saracinisco dove trasportavano le traverse, grosse travi di legno
che venivano impiegate nell’edilizia. Le andavano a prelevare
dai boschi di Cardito, distanti dal paese sette–otto chilometri
circa. Riferisce sempre Antonietta: «Avevano con loro sette
muli e, su ognuno, caricavano due traverse, effettuando anche
dieci viaggi al giorno. L’anno in cui mia sorella Carmela
doveva sposarsi, mio padre, per fare più soldi, trasportò
anche sulle sue spalle una traversa la volta e pensare che ognuna
pesava dai 70 agli 80 chilogrammi». Ma “Zi’
Paese”, come tutti ricordano, era un uomo robusto, così
come lo era il suo notorio appetito. Infatti, racconta Antonietta
che, sempre durante la permanenza a Cardito, un sabato Guido scese
in paese e comprò due chilogrammi di spaghetti (allora
la pasta si vendeva sfusa), uno per la cena e uno per la domenica.
Padre e figlio erano soliti cenare con un chilogrammo di spaghetti
in due. Ma quella sera, in momentanea assenza di Guido, Loreto
cucinò tutti gli spaghetti e li mangiò, senza sapere
quanto pesassero. Lasciò solo qualche forchettata perché
proprio ormai era sazio e quando il figlio ritornò, con
espressione preoccupata, gli disse che aveva timore di non stare
più bene in salute in quanto non era riuscito a finirli
tutti. E Guido, incredulo, gli rispose che aveva mangiato il quantitativo
di due giorni e, per di più, anche la sua porzione.
Il commercio con l’Abruzzo
Coi paesi di Opi e Pescasseroli, come si è detto, c’erano
scambi commerciali: da S. Donato si trasportava l’olio d’oliva
e dall’Abruzzo si riportavano patate, fagioli e legna che,
per lo più, si prendeva di contrabbando, contravvenendo
ai Regolamenti comunali che stabilivano entro quali aree montane
i Sandonatesi potessero legnare. Questo generò parecchie
multe, sequestri e cause giudiziarie che si discutevano presso
il Tribunale di Sulmona. “Zi’ Paese" non era
certo estraneo a tutto ciò, ma una volta aggiunse anche
qualcosa di diverso: di ritorno da Pescasseroli con una cassetta
contenente una dozzina di scamorze, dal peso di un chilogrammo
ciascuna, che un notabile del posto gli aveva affidato perché
la consegnasse quale dono ad un sandonatese di pari grado, strada
facendo, ne assaggiò una ... poi un’altra e un’altra
ancora finché, giunto nella zona di Castelluccio dentro
il territorio di San Donato, si disfece della cassetta ormai vuota.
Venne la neve, si era ormai in pieno inverno, e i trasporti furono
sospesi: bisognava aspettare la primavera e, prima di allora,
i due notabili non avrebbero potuto avere contatti. Questo pensò
“Zi’ Paese” e decise che più in là
al possidente abbruzzese avrebbe raccontato qualcosa dell’accaduto.
Invece, caso volle che i due “signori” riuscissero
a mettersi in contatto tramite il “postino” che, attraversando
a piedi la neve e la tormenta, settimanalmente superava il valico
di Forca d’Acero per consegnare la posta dall’uno
all’altro versante. Il destinatario delle scamorze, sentendosi
defraudato, mandò a chiamare “Zi’ Paese”
e gli disse: «Me ne avessi lasciata almeno una, così,
tanto per farmela assaggiare!». Il mulattiere si scusò
col suo solito fare gioviale e la questione finì tranquillamente.
Il mulo e lo zingaro
Alle fiere che si tenevano per le feste patronali, “Zi’
Paese” comprava sempre i muli che costavano poco e, per
questo, essi tiravano calci e davano morsi. Non si riusciva a
caricarli sul carretto se non con qualche stratagemma, come quello
escogitato da Guido di togliersi la giacca e di sistemarla ogni
volta sulla testa dei muli, impedendo loro la visuale. Ma l’ultimo
acquisto fu il peggiore di tutti: non era un mulo, bensì
un vero diavolo. Così stremato, malgrado la lunga esperienza,
“Zi’ Paese” decise di disfarsene e lo rivendette
a uno zingaro per la somma di centomilalire. «Ma dopo qualche
giorno», dice Antonietta, «lo zingaro si ripresentò,
lamentando di non aver mai visto un mulo così cattivo.
Mio padre gli diede ragione e, senza pensarci due volte, gli restituì
le centomilalire. La pace finalmente raggiunta, però, durò
poco perché, quando mia madre, donna accorta e parsimoniosa,
seppe dell’accaduto, non riuscì a farsene una ragione
e» conclude, sorridendo divertita la nostra preziosa informatrice
«per le centomilalire restituite senza richiedere indietro
il mulo, litigò con mio padre fino alla vecchiaia».
“Zi’ Paese” concluse la sua attività
di mulattiere negli Sessanta.
IL CRONISTA N1-9-2007
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