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BRIGANTI E MUSICA POPOLARE
di Pierluigi Moschitti
La
tradizione e la fantasia popolare ci tramanda una figura del brigante
che spesso si trasforma in mito. Questa immagine, diffusa da quelli
definiti la voce del popolo, cioè i cantastorie e i poeti
a braccio, fu ripresa in età romantica anche da autori
colti come George Byron, Walter Scott, Washington Irving. Nelle
storie popolari hanno sempre appassionato le avventure di uomini
temerari ed eroici che rischiavano la propria vita, per fini politici
o sociali, per difendere le povera gente. E’ così
che si sono tramandate storie e fantasie, mischiandosi a tal punto
che nelle avventure di personaggi entrati nella leggenda, come
Robin Hood, Frà Diavolo, Gasbarrone, la Primula Rossa,
Il Passatore, Zorro e, in tempi più recenti Emiliano Zapata,
il “Che” Guevara, il sub comandante Marcos, non è
più possibile una distinzione netta tra realtà e
mito.
Il racconto diventa leggendario, grazie a una serie di accorgimenti
come eventi fantastici ed azioni incredibili e temerarie, proprio
come avveniva nei canti cavallereschi medievali e rinascimentali.
La storia è oltretutto sottoposta a continue trasformazioni
dovute alla personale interpretazione del cantastorie, ai cambiamenti
dovuti alla trasmissione orale ed all’influenza delle tradizioni
locali.
La struttura narrativa dei canti che parlano di briganti vede,
all’inizio, un’ ingiustizia subita e la costruzione
di eventi finalizzati alla vendetta. Per realizzare tale vendetta
il futuro brigante esce dalle regole del vivere civile e cade
in una serie di efferatezze. La violenza esercitata dal protagonista
è, al tempo stesso, una sorta di riscatto per il lettore,
in quanto più essa è spietata, più viene
alleviato il dolore delle prepotenze subite: una forma di rivincita
sociale e psicologica dove il lettore si identifica con il protagonista.
A chiudere la storia c’è l’uccisione del nemico,
che produce un abbassamento della tensione, ed il brigante che
fugge oltre i confini della propria terra trovando rifugio in
un luogo sicuro, oppure viene catturato ed affidato alle patrie
galere o ucciso. Accade talvolta, in molti canti religiosi narrativi,
che intervenga un santo o la Madonna a portare l’uomo sulla
strada della redenzione. Alla fine della storia, come nelle migliori
favole, troveremo sempre una morale o un avvertimento.
Dell’onore tradito di sorelle, madri e compagne di futuri
briganti, la letteratura popolare ne è piena, il delitto
d’onore, infatti, è un lasciapassare per il riscatto
morale dell’assassino al punto che, non solo il popolo,
ma la stessa cultura letteraria finisce col guardarli di buon
occhio.
Meno indulgente è il cantastorie quando si trova di fronte
a uomini spinti a delinquere dalla sola crudeltà, privi
di motivazioni sociali. Ecco come si esprimeva un anonimo cantore
popolare che, tra la fine del 600 e l’inizio del 700, così
descriveva il bandito Carlo Rainone, originario di Carbonara di
Nola:
Nel mondo vi sono male genti, ma mai come
Carlo Rainone;
vi sono sempre stati insolenti ma mai, come questo, non v’è
menzione.
Il cantare procede con una serie di descrizioni di atti criminosi
per concludersi con la morte del bandito e con una morale: Nessun
si vanti con il brando a lato, né vada scalzo chi semina
spine, raccoglierai quel che hai seminato.
Il Cantastorie è una tipica figura di musico del meridione
mentre al nord c’erano i Trovatori che, musicalmente, discendevano
dalla tradizione popolare provenzale. Erano degli intrattenitori
ambulanti che si spostavano di città in città, nelle
fiere e nelle feste popolari, raccontando e cantando una storia,
spesso aiutandosi con un cartellone in cui erano raffigurate le
fasi più caratteristiche del racconto.
A questo tipo di letteratura appartengono anche le ballate dei
stornellatori a braccio che, nelle cantine e nelle feste paesane,
si sfidavano tra di loro improvvisando delle storie in ottava
rima.
L’ ottava rima è una struttura poetica composta di
otto endecasillabi (ognuno di essi composto appunto di 11 sillabe),
di cui i primi sei a rima alternata e gli ultimi due a rima baciata,
secondo lo schema ABABABCC. Detta anche stanza, l'ottava rima
è caratteristica della poesia narrativa e dei poemi cavallereschi
in particolare, ma viene impiegata anche nelle rappresentazioni
sacre e nella lirica. L'invenzione di questo genere poetico è
attribuita a Giovanni Boccaccio o ai cantari che la usavano per
la ballata attraverso la lauda. Alcuni poeti a braccio, cultori
di questa arte, sono ancora presenti in Toscana, Abruzzo e nell’Alto
Lazio.
La decadenza della figura del cantastorie, che permane fino all'ultimo
trentennio dell'800, andrebbe ricercata non nell'invecchiamento
dei contenuti, ma nella mancanza dei mezzi di sopravvivenza. Il
cantastorie, infatti, viveva delle offerte degli spettatori e
della vendita di fogli recanti la storia raccontata.
Questi fogli a stampa, molto usati fin dal ‘500 e che derivano
dai feuilletons francesi, possiamo definirli come gli antenati
dei moderni fotoromanzi. Con essi si fondeva la comunicazione
scritta del testo, con quella orale della musica che, non esistendo
alcuna forma di registrazione e cultura musicale, doveva essere
acquisita in forma mnemonica.
È per questo che tanti testi venivano cantati con melodie
popolari adattate, per cui ancora oggi, come già avveniva
con le ballate del tardo medioevo, è facile trovare storie
diverse con la stessa melodia anche perchè, mentre nella
storia il testo era di primaria importanza, la musica era di accompagnamento
e quindi marginale. Questo tipo di comunicazione, che affonda
le proprie radici nella tradizione della letteratura europea,
come i poemi cavallereschi e i romances spagnoli, costituì
per secoli il maggior veicolo di diffusione delle opere.
Naturalmente i Cantastorie erano sempre alla ricerca di avvenimenti
e personaggi che riuscissero a catturare l’interesse degli
spettatori. Ben presto storie di Briganti entrarono nel repertorio
dei Cantastorie, spesso quando questi erano ancora in vita e servirono
al popolo anche per esprimere sentimenti di rabbia e di riscatto
sociale contro l’autorità costituita:
Peppe Mastrilli, cu ‘na palla di metallo,
accise quattro sbirri e nu cavallo
La figura dei cantastorie, come succede anche con i moderni cantautori,
assunse un valore socio-politico, determinando così quella
che è la sua funzione di comunicatore sociale: espressione
delle condizioni di vita e delle ideologie che si contrappongono,
generalmente, al potere dominante.
Pertanto i testi dei cantastorie tendono a vedere il brigante
come il difensore degli umili e avversari dichiarati delle classi
benestanti.
Così non fu per il brigantaggio post unitario in quanto,
cantastorie e poeti, furono bloccati dalla repressione dello Stato
e dal timore di essere fucilati per attività eversiva.
Fu così che, a partire dal 1861, l’atmosfera di caccia
alle streghe che si era diffusa nelle città e nei borghi
meridionali, va ad inquinare tutte le opere e, mentre il popolo
racconta storie romantiche e di tesori sepolti dai briganti, intellettuali
e narratori prezzolati ne danno un’ immagine truce, descrivendoli
come disperati, assassini o sbandati.
La storia che si narra deve costituire un monito per gli ascoltatori
e propagandare il nuovo Stato unitario che, intuendo l’importanza
dei Cantastorie, mass media dell’epoca, arrivò a
commissionare ballate e storie al fine di screditare, agli occhi
del popolo, i briganti più carismatici e con loro chi si
opponeva al nuovo regime piemontese.
E’ emblematica l’ostilità espressa da un anonimo
fiorentino, autore della ballata nella quale si narra in versi
la Vera istoria della vita e morte del brigante Chiavone.
In questo caso, l’autore del testo, non adotta più
l’ottava epica, ma ricorre all’inno in quartine, per
condannare le gesta del brigante Chiavone che fu:
Nemico della patria e della libertà,
per conto d’un Borbone lasciava la città
ei di sue imprese ignobili diede feroce un
saggio,
quando diessi a percorrere l’infame brigantaggio.
Insieme ad altri perfidi Compagni di ventura,
qual tigre diessi a scorrere Il bosco e la pianuta…
Nell’ira sua implacabile, contro le
persone
La vita a chi pregavalo mai risparmiò Chiavone
L’inno si chiude con l’invito:
quel perdono che meritano solo i Santi, del
quale non si curano color che son briganti
Sicchè da ognun detestasi il perfido
Chiavone,che fu brigante celebre nei fasti del Borbone.
* articolo tratto da “Briganti e musica popolare dal nord
del Sud” di Pierluigi Moschitti, ed. Sistema Bibliotecario
Sud Pontino, collana “Memorie del Territorio”.
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