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ALLORO PER LA POLENTA ANTICA
di Alessandrina De Rubeis
Nel mese di gennaio in molti paesi della Valle
di Comino si festeggia Sant’Antonio abate; a Pietrafitta,
frazione di Settefrati, si fa la “polentata”. L’usanza,
ripristinata agli inizi degli anni ’70 dai giovani dell’associazione
culturale “La Sirienza”, affonda le sue radici nel
lontano finire del 1800. Stando a quanto riferisce Vincenzo Marchelletta,
discendente della famiglia che diede inizio alla tradizione, fu
proprio un suo antenato a fare il voto al Santo dalla barba bianca
e “bianca”, appunto, fu la prima polenta per tutti,
aromatizzata semplicemente con qualche foglia di alloro. Pochi
giorni prima della ricorrenza della festa del Santo, protettore
per eccellenza degli animali da stalla, era successo che, mentre
l’antenato si trovava sulle sponde del torrente che scorreva
in località La Mola per abbeverare le mucche e i tori del
suo aratro, una delle bestie rimase impantanata e, per quanti
sforzi l’uomo facesse, non c’era verso di liberarla.Cosicché,
volgendo lo sguardo in direzione della chiesa di S. Michele Arcangelo
di Pietrafitta, invocò l’aiuto di Sant’Antonio
abate promettendo che, in caso di accoglimento della sua supplica,
avrebbe donato un piatto di polenta a tutti gli abitanti del contado.
Straordinariamente il toro fu tratto
in salvo e il 17 gennaio tutti gli abitanti della pittoresca frazione,
uscendo dalla chiesa, potettero sostare con una scodella in mano
in località Marchelletta e prendere un po’ della
polenta votiva da mangiare poi in famiglia di modo che nessuno
rimanesse escluso dall’assumere un cucchiaio del cibo benedetto.
Il rituale fu ripetuto anche l’anno successivo e poi ogni
anno e, quando l’uomo morì, la sua famiglia si impegnò
ad onorare quel voto che ormai era diventato tradizione per tutta
la comunità. Vincenzo racconta anche che, da bambino, qualche
giorno prima della festa, munito di carriola e con alcuni suoi
coetanei bussava di casa in casa a chiedere un po’ di legna
che tutti offrivano di buon cuore perché sarebbe servita
per la cottura della polenta. I riti della questua di casa in
casa e della distribuzione del cibo risalivano all’organizzazione
dell’Ordine ospitaliero degli Antoniani, che ebbe sede a
Vienne, in Francia, dove nel 1080 erano state trasferite le reliquie
del Santo. Dal ripristino della tradizione, che per qualche tempo
si era perduta, ad oggi, sono sopraggiunte gradualmente delle
modifiche: si cominciò a condire la polenta con sugo di
carne e cacio, nel paiolo si aggiunsero verdure, in primis
la verza e i fagioli bianchi e la gente prese a contribuire offrendo
tutti gli ingredienti necessari per la realizzazione della saporita
e abbondante polentata. Oggi chi vuole può partecipare
a “v’tà la plenta”, cioè a rimestarla
nel pentolone durante la lunga e laboriosa cottura. In passato,
quando il lavoro dei campi e l’allevamento degli animali
erano praticati dalla maggior parte delle famiglie di Pietrafitta,
il parroco faceva il giro delle stalle, che spesso avevano appese
bene in vista oleografie del Santo o della Vergine di Canneto,
per impartire la benedizione alle bestie tanto utili all’uomo
e, laddove era possibile, gli animali venivano radunati in prossimità
di spiazzi e fontane. Ma quando il religioso non potette più
sostenere la fatica della lunga camminata a piedi, prese a benedire
in chiesa una buona quantità di sale grezzo, chiamato sale
nero, che ogni contadino prendeva e poi mescolava in piccole quantità
al foraggio che dava alle sue bestie. Nella vicina San Donato
Val di Comino, oltre al sale, si benedivano anche l’olio
e il pane dato ai fedeli amici dell'uomo. Ad orario convenuto,
i contadini portavano fuori dalle stalle tutte le bestie e, dall’alto
del Santuario del Patrono da cui il paese prende il nome, il sacerdote
faceva discendere la benedizione sulla campagna e su tutti i suoi
abitanti. Alle porte delle cucine e delle stalle si appendeva
il Lunario del campagnolo, un cartoncino movimentato
dall’immagine del Santo vestito con il saio, recante il
classico bastone dell’eremita munito di campanello ed il
libro delle preghiere e reso nell’atto di benedire un gruppo
di animali (le colombe, il cavallo, l’asino, il bue, il
cane, i conigli, le oche, le pecore, il gallo, la chioccia coi
pulcini ed il maiale). Nella parte destra della raffigurazione
un fuoco che arde. Non a caso ad esso è associata la dolorosa
malattia della pelle, l’herpes zoster, volgarmente
chiamata “fuoco di Sant’Antonio ”, o male degli
ardenti,legata all’ ingestione di pane confezionato con
segala cornuta contaminata dal fungo tossico Claviceps purpurea
Tulasne. L’herpes zoster 8in imperversava
negli anni in cui sorse la Confraternita degli Antoniani, sicché
i monaci si dedicarono alla cura della contagiosa malattia, utilizzando
acqua, vino e grasso di maiale. Proprio per quest’ultimo,
ricevettero nel 1095 il permesso dalle autorità locali
di allevare maiali anche all'interno dei centri abitati. Questi,
contrassegnati da un campanello, potevano liberamente circolare
per le strade ed erano alimentati dalla carità della gente.
L’attributo del libro, poi, sta ad indicare sia il ruolo
dell’Anacoreta quale patriarca del monachesimo, che la Regola
assunta dagli Antoniani.
In un antico quadretto posseduto dalla famiglia Macari di Pietrafitta
è presente anche il pavone e, al posto del fuoco ardente,
si vede un roseto in fiore. Il pavone nella simbologia cristiana
rappresenta l’incorruttibilità della carne e, quindi,
nel contesto descritto sta a significare il buono stato
di salute degli animali; contemporaneamente, come immagine esotica,
è il ricordo della vita dell’Anacoreta in Oriente.
Per quanto riguarda il roseto, molto probabilmente esso rappresenta
le virtù (le rose) che fioriscono da una vita di sacrifici
e di stenti (le spine). Sempre nel Lunario (corsivo) sono indicati
a margine le feste mobili, il calendario religioso, le eclissi,
i giorni di vigilie e di digiuni, l’inizio delle stagioni;
seguono i mesi dell’anno con la registrazione delle fasi
lunari, che nel mondo contadino segnalavano i tempi favorevoli
e quelli sfavorevoli alle semine, alle raccolte e ai vari lavori
agricoli. Il Santo, vissuto in Egitto tra la fine del III e l’inizio
del IV sec. d. C., è stato sempre ritenuto grande taumaturgo
contro alcune malattie che possono colpire sia gli uomini che
gli animali. Tenace lottatore contro il demonio, Egli veniva invocato
con una preghiera popolare detta “gl’ r’sp’nsorie”
nella quale si trovano indicazioni riguardanti la sua vita accanto
ad episodi che, invece, si riferiscono all’omonimo Santo
di Padova. Ma della contaminatio delle due agiografie
la gente non se ne faceva un problema; quando recitava o si faceva
recitare “gl’ r’sp’nsorie”
da donne preposte a ciò, il pensiero più intenso
era
per il Santo abate chiamato in dialetto “Sant’Antuón”
per distinguerlo da Sant’Antonio. Nelle famiglie contadine
gli uomini preferivano rivolgersi al primo, al quale chiedevano
guarigione e prosperità per gli animali domestici, mentre
le donne erano più propense ad invocare il secondo per
scongiurare il malocchio, le malelingue, per essere favorite nei
parti e nel ritrovare oggetti smarriti; più saggiamente,
le mamme lo pregavano affinché le figlie trovassero presto
un marito. Nella preghiera che segue sono ben evidenziate le virtù
e la potenza miracolosa dell'anacoreta:
“A SANT’ANTONIO ABATE
O vero miracolo degli Anacoreti, gloriosissimo Sant’Antonio,
eccoci prostrati
dinanzi a voi a venerare con le altre vostre eroiche virtù
quella prodigiosa
fortezza con cui resisteste alle tentazioni del demonio e le vinceste
dopo
lungo travaglio. Liberaste colla sola potenza del vostro nome,
l’aria, la
terra, il fuoco, gli animali dalle sue maligne influenze. Deh!
fate, che,
imitando noi anche la vostra invitta fermezza negli assalti dei
nostri
spirituali nemici, otteniamo da Dio di partecipare in Paradiso
alla vostra
gloria, e qui in terra alle vostre benedizioni, che invochiamo
sull’aria,
sulla terra, sul fuoco, sugli animali che servono alla nostra
alimentazione.
IMPRIMATUR: Mediolani, 10 Augusti 1898 - P. Carolus Nardi Pro
Vic. Gen.”.
Il Cronista n 3/4 2005
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