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I NOMADI DEI MONTI
L' antico rito della transumanza
di Alessandrina De Rubeis
È un torrido pomeriggio di luglio, quando giungo alle
Fontitune ed a Valle Porcina, località montane di Picinisco,
con agglomerati di case che si stagliano dalle erte stradine.
Gli anziani pastori sono qui, circondati da figli, nuore, generi
e nipoti ritornati da poco dalla Scozia terra, per loro. Amatuccio,
Olindo, Giuseppina, Lucia Crolla ed Antonio Pia mi concedono l’intervista.
Amatuccio – che per anni è stato anche amministratore
comunale preposto ai problemi della pastorizia –, spiega
come venivano ripartiti, a turno, il latte e il formaggio tra
le famiglie dei pastori che da maggio a settembre stazionavano
sui pascoli montani di Picinisco. La masseria, l’insieme
degli uomini e degli animali, si spostava due volte all’anno,
transumava dai monti alla pianura e viceversa, percorrendo itinerari
ben precisi: prima tappa era Filignano in Molise, poi, si raggiungeva
la Baia Domizia. I più svernavano a San Castrese, a Marzanello,
a Pignataro Maggiore, a Sessa Aurunca ed a Mondragone tutti centri
del Casertano. «Facevamo una transumanza in economia»
– afferma Antonio – «cioè eravamo ospitati
da famiglie, presso le quali pernottavamo senza pagare. Le donne,
coi figli più piccoli, rimanevano a Picinisco per seminare
il grano, raccogliere le olive ed ammazzare il maiale. Verso la
fine di novembre e l’inizio di dicembre, con carretti e
cavalli raggiungevano la masseria». Riferisce Lucia che
«I figli maschi venivano mandati a scuola serale, per lo
più a pagamento: le figlie femmine no perché non
avrebbero dovuto fare il soldato e, quindi, per loro la scuola
non era necessaria». I pastori «ritornavano alle Fontitune
verso la fine di maggio; qui tosavano le pecore e le contrassegnavano
con vernice, imprimendo sulla loro pelle le iniziali del proprietario.
Dopodiché le donne coi piccoli e con le figlie femmine
si fermavano nelle case, gli uomini coi figli maschi più
grandi e con le greggi proseguivano per i monti. A capo dell’organizzazione
c’era il “massaro” o “vergaro”;
in ordine gerarchico seguivano il “casaro” o “caciere”,
il “capobuttero”, il “capomandria”, e
via via per anzianità, i vari pastori (“pecorali”),
“butteri” e “mandriani”. Figure di particolare
rilievo erano: il “montonaro”, addetto ai montoni
da ingrasso (i castrati); il “ciavarro”, addetto alle
“ciavarre” cioè alle pecore giovani, prossime
a diventare “matricine”; il “luparo”,
incaricato di difendere la masseria dagli assalti notturni dei
lupi e degli orsi. Infine c’era il ragazzo destinato ai
servizi ed alla manutenzione delle suppellettili detto “pastorello”
o “biscino” o “bardascio”, un apprendista
pastore». Giuseppina riferisce che «il lupo era capace
di “scioriare” (distaccare dal gregge) fino a cinquanta
pecore, poi le scannava tutte saziandosi del loro sangue; l’orso,
invece, ne prendeva una mangiandone sùbito le interiora.
Al sentore del pericolo, il “luparo” così gettava
l’allarme: “Bu – bu – bu, vagliù,
vagliù, alla sveglia, sta arrivà gl’urse!”».
«Le pecore munte» – testimonia sempre Giuseppina
– «venivano messe in un recinto detto “mandra”;
quelle ancora da mungere restavano in un altro. Il latte si versava
in “caldare” dalla capienza di 120 litri. Questi recipienti
avevano due grosse maniglie ai lati e, due pastori da una parte
e due dall’altra, li sollevavano per “impiccarli”
su grossi pali conficcati nel terreno (i “forcelloni”)
e lasciarli lì tutta la notte per far rinfrescare il latte
alla “serena”».
«Il caciere», continua Giuseppina, «veniva da
Colle Posta, da La Rocca o da Valle Porcina, prendeva il formaggio
da trasportare in paese coi muli e, per non farlo rovinare lungo
il tragitto, lo ricopriva con rametti frondosi di faggio. Il mulattiere
andava di buon mattino a caricare lo stabbio delle pecore che
rivendeva in paese per la concimazione dei campi. Nel pomeriggio
ritornava sui pascoli a prendere il ghiaccio che era conservato
nelle neviere di Monte Meta e di Passo dei Monaci. Esso era tagliato
a blocchi parallelepipedi della stessa lunghezza dei sacchi di
iuta destinati a contenerli, ricoperto con la “cama”
(pula del grano) e trasportato a Picinisco per farne il gelato.
I bambini del paese aspettavano il ritorno del mulattiere per
ottenere dallo stesso piccole scaglie di ghiaccio da succhiare.
In tempi passati esso veniva portato fino a Napoli per farne gustose
grattachecche».
Le mogli dei pastori si recavano sui pascoli per seminare l’orzo,
le patate, la segala e per portare da mangiare: la famiglia che,
a turno, prendeva il formaggio provvedeva a preparare il pranzo
per tutti. I pasti erano molto semplici: pasta fatta in casa,
formaggi, frittate, frattaglie e abbondante verdura. Sui pascoli
montani le donne conducevano anche le scrofe coi maialini e, quando
c’era bisogno di manod’opera femminile, colà
si fermavano a pernottare. Il loro ricovero per la notte era costituito
dalla “pagliara”, una struttura con i muri perimetrali
realizzati con scaglie di calcare locale mentre la copertura era
in genere ottenuta con il sapiente utilizzo della stramma (Ampelodesma
tenax Link). «Durante le fatiche della giornata» –
riferisce ancora Giuseppina – «solevamo cantare stornelli
a dispetto rivolti ai nostri uomini come: “Che vai facendo
resta ponta ponta / ste figlie de k’ernute e mala razza”».
Tutta la comunità aveva uno spiccato senso religioso: prima
di cena facevano il segno della croce e prima di addormentarsi
recitavano il rosario. «Eravamo tutti romanzieri»
– ci informa Antonio – «perché sotto
la “pagliara”, la sera, il “vergaro”,
si rivolgeva, a turno, ai “pecorali” dicendo: “tu
racconta ‘n cunt’” ed allora si snodavano racconti
di lupi, orsi, pecore, serpi e pastori».
Questi uomini avevano una particolare devozione per S. Antonio
ed, ogni anno, offrivano al parroco di Picinisco i prodotti del
loro lavoro per poter portare a spalla, nella processione del
13 giugno, la statua del Santo. Per ottenere ciò, spesso,
venivano a diverbio con gli abitanti del capoluogo ma non demordevano
dal loro intento. Oggi gli escursionisti, che percorrono a piedi
i sentieri della transumanza, incontrano varie nicchie ricavate
negli incavi delle rocce con la statuina del Santo. Anche per
i pastori, come si è detto nell’articolo apparso
nel n. 3-4 del 2005 de Il Cronista dal titolo “Alloro per
la polenta antica”, non c’era differenza tra S. Antonio
Abate del 17 gennaio e l’omonimo di Padova. Il 21 agosto,
giorno della festa della Madonna di Canneto, i pastori lasciavano
le greggi nei ricoveri e, per sentieri scoscesi, raggiungevano
il Santuario per ascoltare la Messa e, dopo essersi rifocillati,
ritornavano al proprio lavoro. La forte devozione per la Vergine
Bruna derivava dall’antica credenza che la Madonna fosse
apparsa in quel luogo proprio ad una pastorella. «A Fontitune»
- conclude Olindo – «c’erano 32 pastori: una
vera ricchezza per l’economia del paese. Purtroppo, col
passare degli anni, la pastorizia ha subìto un decremento
dovuto a difficoltà varie e sfociato nel triste esodo dei
pastori e delle loro famiglie verso terre straniere, prima fra
tutte la Scozia».
Il Cronista n.8/11 2005
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