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MUSICHE E BALLI DELLA TERRA DI
LAVORO: LA SALTARELLA
di Pierluigi Moschitti
Danza
e genere musicale su ritmo ternario in 3/4 o 3/8, dal tempo vivace.
Nell’ambito della musica popolare si diffuse in tutta l’area
del centro Italia (specie nell’alta Sabina, negli Abruzzi
e nella Ciociaria), caratterizzandosi come il corrispettivo della
tarantella nel Sud.
La “saltatio” era il ballo autoctono dei latini, di
gran lunga il ballo più diffuso sin dai primi secoli di
Roma (insieme alla danza armata della “ballicrepa”
e al ballo cantato in tondo della “corea”), tanto
che ben presto nella lingua latina “saltationes” e
“saltare” hanno ampliato il loro campo sino a significare
in genere “balli” e “ballare”.
Le “saltationes” sono state fino a tutto l’alto
medioevo delle danze di carattere più vivace, eseguite
in più combinazioni di ballerini e con elementi di evidente
espressività erotica, tanto che non pochi interventi della
chiesa in epoca tardo-imperiale e medievale hanno cercato di contenere
l’uso delle “saltationes” durante le feste e
durante gli stessi rituali liturgici.
Nel XIV sec. troviamo già alcune trascrizioni musicali
di saltarello (British Museum Add. 29987). Nel 1465 il Comazano
lo indica come “ballo da villa” molto frequente fra
gli italiani. Tra il XIV e il XVII sec. il saltarello è
uno dei quattro modi basilari della danza di corte italiana (bassadanza,
saltarello, quaterlaria, piva): gli ambienti aristocratici erano
soliti ispirarsi ai balli popolari per poi effettuare trasposizioni
in stile aulico di musiche e coreografie. Nel XVIII e XIX sec.
si è sviluppata per mano di numerosi artisti italiani e
stranieri una ricca iconografia con scene di saltarello.
In ambito popolare attuale, il genere musicale del saltarello
ha molte affinità con la tarantella dell’ Italia
meridionale e viene eseguito generalmente dall’organetto,
ma originariamente l’organico era costituito da zampogna,
ciaramella e tamburello.
Il ballo etnico a ritmo di saltarello, viene chiamato al femminile
“saltarella”, secondo un’usanza molto diffusa
nel Regno di Napoli, così come per gli altri balli come
la Tarantella, la Ballarella. la Tammurriata, la Pizzica, ecc.
Anche nell’ area della Provincia di Terra di Lavoro (di
cui il territorio solo dagli anni ‘30 è passato amministrativamente
alla provincia di Littoria, ora Latina e di Frosinone), prevale
dunque il nome al femminile.
La saltarella, che appartiene alla tradizione delle danze di
corteggiamento eseguite nelle feste di paese, viene oggi ballata
generalmente in coppia mista; un tempo era frequente veder danzare
anche coppie dello stesso sesso, così come è possibile
di tanto in tanto assistere ancora adesso ad esecuzioni in circolo
con più coppie.
Fino agli anni ‘50 era praticata anche la Saltarella cantata
che investiva gli esecutori del doppio ruolo di ballerini e di
cantatori. A fine ballo gli stessi ballerini si portavano accanto
al suonatore e cantavano a turno alcune strofe a “botta
e risposta”. Talvolta il canto precedeva il ballo e poteva
avere funzione d’invito. Una seconda modalità prevedeva
la partecipazione di più coppie miste, le quali al suono
di una marcetta facevano un giro di polka; ad un certo punto,
dietro il comando di uno dei ballerini, si prendevano a braccetto,
facevano un giro della sala e si recavano in fila presso il suonatore.
Qui i ballerini di ciascuna coppia a turno eseguivano il canto
e tornavano al proprio posto fra gli spettatori.

Le arie che si cantavano erano due: una tipica degli stornelli
a saltarello, l’altra del canto a braccio. Le strutture
metriche prevalenti dei testi erano la terzina e la quartina di
endecasillabi. I temi trattati erano vari e andavano dall’invito
al ballo al soggetto amoroso o al canto a dispetto; i ballerini
potevano attingere dall’ampio repertorio di testi canori
che la tradizione metteva a loro disposizione, oppure potevano
improvvisare creando un elemento in più di spettacolarità.
Riportiamo qui un frammento di testo del ballo
del canto:
E tutte le bellezze de la luna
in portamentu te la ddà la reggina
caruccia cume te ‘ngi stà nisciunu
e se nz’ accundenda pate tu’ baffittu
se la pigliemu un casa in affittù
basta che ce capii la cassa e ju lettu
e puro senz’ ova e fàrina
e sotacciu pe fa cena
basta che i te spose signorina
Hai tutte le bellezze della luna, il portamento te lo dà
la regina, carina come te non c’è nessuna /E anche
se non è d’accordo tuo padre Baffetto, ce la prendiamo
una casa in affitto, basta che centri dentro la cassapanca e il
letto / e anche se ci mancheranno uova, farina e setaccio per
far cena, basta che mi sposi tu signorina.
La conservazione del saltarello è dovuta ad un recupero
delle radici culturali di questa terra. Sono andate via via morendo
quelle occasioni rituali dove il ballo era un momento d’incontro
e di socializzazione; le feste religiose, i carnevale, le serate
di incontri festosi in casa d’inverno (dette sediature),
l’uccisione del maiale, la fine della vendemmia o della
mietitura, le nozze, le nascite, ecc. hanno lasciato il posto
a feste e sagre estive nelle quali il ritorno di centinaia di
abitanti, in cerca delle proprie radici culturali, ha incentivato
la promozione di alcune forme espressive come la musica, la danza,
i giochi, la gastronomia e a farle rivivere come rivisitazione
della memoria.

*Articolo tratto da Pierluigi Moschitti, "Mò
vene Natale, la tradizione natalizia e la musica popolare, Sistema
Bibliotecario sud pontino, Gaeta 2004
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