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IL SOGGIORNO DI HENRIK IBSEN
A CASSINO
NEL CENTENARIO DELLA MORTE DEL GRANDE DRAMMATURGO
NORVEGESE
di Antimo Della Valle
Il
padre del teatro moderno, Henrik Ibsen, di cui quest’anno
ricorre il centenario della morte, soggiornò a Cassino
alla fine di ottobre del 1867, di ritorno da Casamicciola e Sorrento.
Scrisse due lettere in cui informava un funzionario dell’ambasciata
a Roma di essersi fermato a causa dell’interruzione della
linea ferroviaria.
Ibsen è il più grande drammaturgo dell’epoca
moderna, liberandosi completamente dai vecchi schemi della tragedia
classica. Nacque a Skien nel 1828, figlio di un commerciante benestante,
si trovò coinvolto nel fallimento del padre e a 16 anni
lasciò gli studi per lavorare in una farmacia a Grimstad.
Cominciò a scrivere per il teatro e nel 1851, fu nominato
direttore del teatro nazionale di Bergen, acquistando una certa
familiarità con il palcoscenico. Ibsen crea le sue grandi
opere durante i ventisette anni in cui visse all’estero,
e colloca l’azione dei diversi drammi in cittadine norvegesi
di provincia.
Le città della Norvegia sono l’arena per lo contro
tra tradizione e modernità e in tal modo le sue opere diventano
universali. A cento anni dalla sua morte, avvenuta a Cristiana(Oslo)
il 23 maggio 1906, Ibsen è senza confronti il norvegese
più famoso a livello internazionale. Deluso dal comportamento
dei suoi connazionali che non erano intervenuti in aiuto della
Danimarca invasa dalla Prussia, Ibsen lasciò la Norvegia
e come esilio volontario scelse l’Italia. Il 16 settembre
1864 scrive all’amico Bjornson manifestando la sua delusione
per il comportamento del governo Norvegese: «la situazione
politica in patria mi ha rattristato e amareggiato tante gradevoli
cose. Dunque tutto non è stato altro che menzogna e illusione.
Gli avvenimenti degli ultimi tempi avranno comunque su di me un
grosso influsso. Sulla nostra antica storia possiamo tracciare
un frego; i norvegesi di oggi non hanno evidentemente a che fare
con il loro passato più di quanto i pirati greci abbiano
con la schiatta che salpò alla volta di Troia, sostenuto
dagli Dei». Nel 1864 Ibsen giunse a Roma dove, malgrado
le difficoltà dei primi due anni, trovò un ambiente
favorevole che lo ispirò a scrivere Brand e a progettare
Peer Gynt . In Italia trovò l’atmosfera ideale, perché
per lui il nostro Paese rappresentava il tempo mite, la storia,
la liberta e la luce. Confidò all’amico di ammirare
la scultura antica «come è magnifica la natura quaggiù,
è un’armonia indescrivibile nelle forme e nei colori.
Talora me ne sto mezze giornate disteso tra le tombe della via
Latina o sull’Antica via Appia e credo che si tratta di
un ozio che non è proprio una perdita di tempo».
Ibsen l’estate lasciava Roma per sfuggire al caldo e si
trasferiva nelle campagne dei Castelli romani. Nell’estate
del 1864 s’immerse nelle quiete di Genzano per completare
la tragedia che stava scrivendo su Giuliano l’Apostata,
Cesare e Galileo, un dramma sul conflitto tra cristianesimo e
paganesimo. L’anno successivo Ibsen trascorse l’estate
ad Ariccia alla locanda Martorelli dove completò il dramma
Brand, un’opera dialogata in versi, concepita nella Basilica
di San Pietro a Roma. Il protagonista è un sacerdote che
conduce alla rovina la sua famiglia per un eccesso di rigore morale.
Ibsen evidenzia qui in forma tragica quel cercatore d’assoluto
che, con molte varianti, riproporrà in tutte le sue opere.
In una lettera all’amico Bjornson il 12 settembre 1865 scrisse
di aver trovato l’ispirazione per scrivere Brand: «Un
giorno però mi sono recato in San Pietro e lì d’un
tratto ecco che in forma nitida e possente mi si chiarisce ciò
che devo esprimere. Così ho buttato a mare quello che per
un anno mi ha tormentato senza esito, e da metà luglio
ho cominciato qualcosa di nuovo, che va avanti come mai nulla
prima. E’ nuovo, nel senso che ho cominciato a scriverlo
allora, ma il materiale e l’atmosfera mi hanno gravato come
un incubo fino a quando i vari e tristi casi della madrepatria
mi hanno indotto a riflettere su me stesso e la nostra vita là
nonché a considerare temi che prima mi avevano toccato
superficialmente e di cui non m’ero occupato con rigore.
Si tratta di un poema drammatico, di ambientazione contemporanea,
di contenuto serio, cinque atti in versi rimati. Il quarto atto
è quasi terminato e il quinto penso di poterlo stendere
in otto giorni; lavoro mattina e pomeriggio, cosa che non sono
mai riuscito a fare prima. Qui c’è una pace sacrosanta,
niente amicizie, e io non leggo altro che la Bibbia, che è
potente e forte»
Nell’estate del 1866 Ibsen lasciò Roma e si trasferì
a Frascati dove trovò alloggio con la famiglia nell’antico
palazzo Grazioli. «Adesso viviamo a Frascati, sui Colli
Albani; abitiamo in una dimora aristocratica, Palazzo Grazioli
. E’ una delizia indescrivibile star seduti di sera, a duemila
piedi sopra il livello del mare, mirando in lontananza il Mediterraneo,
la campagna e Roma». In compagnia della moglie e del figlio
di otto anni, il 20 maggio 1867 sbarcò a Casamicciola,
dove scelse Villa Pisani, con un magnifica vista sul mare e sui
vigneti.
Ibsen rimase incantato dalle bellezze dell’isola, subì
l’attrazione di questa terra che gli diede una forte spinta
per scrivere il suo nuovo dramma. Però un piccolo imprevisto
cambiò i piani del drammaturgo, la mattina del 15 agosto
Ibsen era partito per una gita in montagna con l’amico e
scrittore danese Bergsoe e durante il tragitto per tornare all’albergo
avvertirono una piccola scossa di terremoto. Fu colto dal panico
e decise di lasciare al più presto l’isola, dove
da poco aveva terminato di scrivere i primi tre atti di Peer Gynt.
All’alba del del 17 agosto 1867, Ibsen partì per
il suo primo soggiorno a Sorrento, che definirà la sua
seconda patria, dove alloggiò alla pensione La Rosa Magra
in piazza Tasso. E fu proprio Sorrento ad esercitare un richiamo
irresistibile per la sensibilità tormentata del padre del
teatro moderno. Qui Ibsen terminò Peer Gynt, dramma in
cinque atti tratto da temi popolari norvegesi.
Ibsen lasciò Sorrento e visitò prima Pompei, dove
rimase per due giorni, e poi Napoli. Il 30 ottobre il treno diretto
a Roma fu fermato a Cassino per un guasto sulla linea ferroviaria,
interrotta in seguito al clima politico verificatosi all’indomani
del fallito tentativo di Garibaldi di occupare Roma.(La battaglia
di Mentana).
Quattro giorni dopo, venerdì 4 novembre, Ibsen scrive da
Cassino una lettera al Consigliere di Stato norvegese a Roma,
Bravo: «accidenti alla guerra. Qui siamo distanti poche
miglia dalla frontiera papale, siamo fermi da mercoledì,
con la speranza di poter entrare a Roma, ma finora inutilmente.
La ferrovia è guasta, così dicono. Ma dove? Non
mi danno nessuna risposta soddisfacente. L’unica sicurezza
è che non vogliono emettere biglietti per Roma. Qui non
sanno nulla per quanto permetteranno ai viaggiatori di entrare;
ma quando la ferrovia sarà riparata, non ci sarà
più nulla che ci potrà fermare. Il mio passaporto
è vidimato da Danchertsen e dal Console spagnolo a Napoli.
In quest’ultima città si trova Bergsoe con la famiglia,
aspettando come noi. Grazie di cuore per la vostra onorata e amichevole
lettera, che ho ricevuto a Sorrento. Da allora abbiamo trascorso
due giorni a Pompei e abbiamo conosciuto le attrazioni di Napoli.
Però da nessuna parte ci troviamo a casa, come nella cara
Roma. Speriamo che tutto non verrà messo sottosopra dopo
gli eventi. In questi giorni spero di ricevere una raccomandata
per me al vostro indirizzo. La lettera contiene un assegno, e
vi prego di conservarla, a meno che non la richiedo a Napoli.
Riguardo ai soldi sono ancora fornito e spero che siano sufficienti
fino al mio arrivo a Roma ». Riferiva di alloggiare nella
stessa casa dove era il telegrafo e di mangiare alla Trattoria
Cassino che si trovava presumibilmente in corso Vittorio Emanuele
II, della città pre-bellica.«Io vivo nella stessa
casa, dove si trova il Telegrafo, e il biglietto può essere
indirizzato qui o alla trattoria Cassino, dove mangiamo( e mangiamo
bene a un prezzo ragionevole) Voi avete passato certamente un
periodo meno gradevole a Roma in quest’ultimo periodo»
Ibsen scrisse una seconda lettera a Bravo venerdì 8 novembre
1867 nella quale lo informava che la ferrovia era stata riparata
e che è arrivato alla stazione un treno da Roma:«
Di nuovo devo risponderle con alcune poche righe. In questo momento
mi accorgo che alla stazione è arrivato un treno da Roma.
E questa sera si attende l’ordine di vendere di nuovo i
biglietti per detta città a partire da domani. Per questa
ragione, La pregherei vivamente con la Sua consueta gentilezza
di far sapere a Giuseppe di informare il mio padrone di casa che
noi partiremo con il treno il prossimo lunedì alle ore
una e un quarto. Arriveremo quindi a Roma la stessa sera, e prego
informare la moglie di farsi trovare nella casa quando il treno
arriverà per evitare di andare a dormire in albergo. L’ora
esatta dell’arrivo a Roma non posso saperlo. La prego quindi
di scusarmi per l’inconveniente che le procuro».
Sono due dunque le lettere che Ibsen scrive da Cassino, anche
se il drammaturgo nelle intestazioni delle stesse continua ad
utilizzare il nome di San Germano.
Non è possibile ricostruire dalle lettere il soggiorno
di Ibsen a Cassino, non vi sono riferimenti alla città,
agli incontri o ad eventuali visite effettuate in undici giorni
di permanenza.
Le missive sono brevi, non forniscono descrizioni dettagliate
sulla presenza del drammaturgo nella città.
E’ evidente che Ibsen non si sente a suo agio nel rapporto
epistolare, questa e proprio una sua particolarità e spesso
lo ricordava quando scriveva al suo amico Bjornson « sono
uno che si scrive lettere povere». Si sentiva troppo drammaturgo,
abituato a sopprimere la propria personalità o a nasconderla
per scrivere delle lettere in cui potevano trasparire i sentimenti.
Il Cronista n 3-12/2006
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