ALFONSO DE LIGUORI: UN AVVOCATO DIVENUTO SANTO

di Erica Diana

(La Voce di Liberi)



Cari lettori de “La voce di Liberi “, in questo numero e nei prossimi, voglio condividere con voi la mia passione per la storia del nostro “natìo borgo selvaggio”, ricordando la vicenda biografica di un santo che, al pari di S. Anselmo d’Aosta, ha scelto per qualche tempo le nostre terre come dimora, cioè S. Alfonso Maria De Liguori, venerato il 2 agosto nella frazione Villa. Alfonso nacque il 27 settembre 1696 a Marianella, vicino Napoli, da don Giuseppe de Liguori, discendente da una famiglia di ufficiali fieri e valorosi, e donna Anna Cavalieri. Nel 1708, all’età di 12 anni, sostenne un esame con il famoso professore di retorica Giambattista Vico, e si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza, che frequentò brillantemente alternando lo studio del diritto alle altre passioni: caccia, musica e gioco delle carte. Nonostante la legge esigesse che il candidato avesse compiuto 20 anni di età, Alfonso ottenne dal viceré la dispensa e a 16 anni, con la più grande ammirazione della commissione, divenne dottore in diritto civile ed ecclesiastico. Durante gli anni del tirocinio, partecipava con suo padre sia alle serate mondane, sia ai ritiri organizzati durante la settimana santa dai Gesuiti della Canocchia, ed in questa occasione fu così irresistibilmente attratto dall’amore divino da fare il voto di castità, rinunciando a tutti i progetti matrimoniali che don Giuseppe architettava per lui. Terminato il tirocinio, divenne membro della Confraternita dei Dottori, associazione preposta alla visita, al conforto e alla cura dei malati del più grande ospedale di Napoli, Santa Maria del Popolo, detto degli Incurabili, dove venne a contatto con la triste realtà dei poveri e degli abbandonati senza speranza, i quali alimentarono in lui il proposito di “non aver in mente altro che Dio”. Rinunciò al diritto di primogenitura in favore di suo fratello Ercole, ma non abbandonò la carriera di avvocato, finché, in un processo internazionale dove era interessato l’imperatore Carlo VI, rimase deluso dalla palese corruzione di magistrati che fino ad allora aveva ritenuto integri. Tolta la toga, congedò i suoi clienti e organizzò le sue giornate tra la visita agli Incurabili, la preghiera e lo studio della vita dei santi, noncurante della disapprovazione di don Giuseppe che auspicava per il figlio il ritorno all’esercizio dell’attività forense.Un ritorno che non ci sarebbe mai stato…tutto preso dall’amore assoluto, Alfonso decise di rinunciare alle vanità mondane, di vivere tra gli incurabili,e, il 29 agosto 1723, ritenuto da lui il”giorno della conversione”,all’improvviso si vide colpito da una grande luce e nel suo cuore avvertì una voce che gli diceva:”Lascia il mondo e datti tutto a me”. Corse in lacrime alla chiesa della Redenzione dei Cattivi, e, come un cavaliere che si arrende, si tolse dal fianco la spada e la depose sull’altare ai piedi della Madonna, impegnandosi ad entrare tra i padri dell’Oratorio.
Questa scelta gli costò cara: don Giuseppe, irato, evitò di incontrarlo per più di un anno, e gli impose di non seguire i cosi in seminario, ma Alfonso continuò con il suo proposito: diventò prete nel 1726, e sei anni dopo fondò la Congregazione delle Apostoliche Missioni, per soccorrere villaggi e zone abbandonate. Le richieste giungevano a dismisura: i vescovi invocavano missioni, e magari una fondazione nelle loro diocesi. E proprio per un sopralluogo alla chiesa e alla casa di Villa Liberi, in vista di una fondazione, nel maggio 1733 Alfonso giunse a Sclavia….


S. ALFONSO A VILLA

La seconda puntata della storia del Santo, ”girata” a Villa

Gentili e appassionati lettori, continua il racconto che vede come protagonista S. Alfonso Maria de Liguori, anche se in questo nostro secondo appuntamento, tratteremo di un capitolo dall’epilogo poco felice vissuto dal santo proprio nelle nostre contrade. Arrivato a Villa Liberi, Alfonso incontrò un giovane prete, Francesco Saverio Rossi, il quale, colpito dal carisma del missionario, offrì la sua disponibilità e i suoi averi per la fondazione, sorta il 28 febbraio 1734. Il nostro piccolo borgo contava appena 500 anime, ma si trovava in una posizione centrale rispetto alle diocesi di Capua, Caserta, Piedimonte e Caiazzo, per cui si rivelava un punto focale di irradiazione del messaggio evangelico. La nuova comunità missionaria, in base al contratto stipulato con le autorità municipali e con la Confraternita del Rosario, aveva a disposizione la chiesa dell’ Annunziata, detta anche A. G. P. (Ave Gratia Plena), e il piccolo alloggio attiguo alla chiesa dal lato sinistro, sotto il quale, S. Alfonso ci ha lasciato la testimonianza della sua missione, cioè cinque croci di legno che ricordano i misteri dolorosi del Rosario. Si racconta (anche se l’episodio non è confermato da fonti certe), che durante i lavori di costruzione dell’alloggio, una donna fu colpita alla testa da un sasso e cadde a terra come morta…Alfonso prontamente entrò in chiesa a pregare finché la donna si alzò sana e sorridente. L’ opera dei missionari Redentoristi, come furono chiamati, ben presto conquistò il popolo, che partecipava costantemente alle meditazioni al mattino e alla sera, alle riunioni, alla catechesi, e alla messa domenicale…una vera e propria opera di conversione, che fu mal vista da alcuni “pezzi grossi “della regione, privati dei loro complici, prima corrotti ed ora pentiti, a causa della predicazione dei missionari, i quali furono oggetto di varie accuse: di appropriarsi del denaro dei fedeli, di intrattenersi con donne di facili costumi e via dicendo. Queste ingiurie, benché pesanti, non bastarono per screditare la figura di Alfonso, che peraltro, al fine di incrementare l’amore verso Maria e Gesù, aveva composto a Villa un libro dal titolo:” Le Glorie di Maria”, e il famoso canto natalizio “Quanno nascette Ninno”. I persecutori di Alfonso non si arresero: corruppero il barone di Formicola affinché cacciasse i Liguorini, ma neanche questa volta riuscirono nel loro intento. Così, noncuranti del popolo fedele ad Alfonso, il 2 giugno 1737, i congiurati irruppero nella chiesa dell’Ave Gratia Plena, occuparono il campanile e il convento, spaventando gli inquilini con minacce ed intimidazioni; la resistenza di questi ultimi durò pochi giorni, finché non si videro costretti ad allontanarsi da Villa alla volta di Caiazzo. E’ noto l’aneddoto secondo il quale, per dimostrare la sua amarezza e delusione, Alfonso avrebbe lasciato Villa scuotendo i suoi sandali presso la “Crocevia”, con l’intento di non portarsi dietro neanche la polvere del luogo che gli aveva riservato tanto dolore…

EPILOGO DI UNA VITA VISSUTA IN SANTITA’

Cari lettori, eccoci giunti al terzo ed ultimo appuntamento sulla vita di S. Alfonso. Lo avevamo lasciato triste e sfiduciato mentre si allontanava da Villa, con il cuore stretto dal dolore per l’umiliazione subita. Malgrado ciò, egli non aveva perso la fede e l’intraprendenza e successivamente fondò altre congregazioni a Corani, Nocera dei Pagani, Deliceto e Materdomini.
Si racconta che Alfonso tenesse sempre un’immagine o una statua della Madonna accanto al pulpito, come se insieme a Lei predicasse al popolo. Una sera accadde che a Ciorani, durante l’omelia, egli, guardando la Madonna, fu colpito da un raggio che, originato dal viso della Vergine, illuminava il suo, tra lo stupore e la meraviglia dei presenti.
Malgrado la santità di Alfonso fosse sotto gli occhi di tutti, i Redentoristi dovettero affrontare altre prove: anche a Scala furono costretti a scappare via e a Nocera dei Pagani furono accusati di aver fondato una congregazione non autorizzata né dal re né dal papa. Per questo motivo, Alfonso si adoperò per ottenere il riconoscimento del nuovo istituto da parte di re Carlo di Borbone, nella convinzione che non si potesse essere approvati dalla Santa Sede prima di essere autorizzati dal sovrano. Re Carlo più volte rifiutò di concedere l’approvazione e così Alfonso, grazie al prezioso aiuto di Mons. Giuseppe Maria Puoti, si rivolse direttamente a Sommo Pontefice Benedetto XIV, il quale, nel 1749, approvò le regole e l’Istituto del SS. Redentore a Nocera dei Pagani, con grande gioia dei Redentoristi che da quel momento in poi non avrebbero più dovuto temere minacce da parte dei signori locali. Negli anni successivi, Alfonso si dedicò, oltre che alla predicazione e al suo Istituto, anche all’insegnamento e alla scrittura: dopo le Massime Eterne del 1728 e le Canzoncine, compose la Morale, le Riflessioni utili ai vescovi, e completò le Glorie di Maria e le Riflessioni sulla Passione. Nel 1762 divenne vescovo di S. Agata dei Goti, con immensa felicità dei poveri, dei “senza speranza” che erano andati ad accoglierlo, e tenne la carica per tredici anni, curando la diocesi anche dal letto, dove era costretto negli ultimi tempi del suo episcopato, non trascurando però l’altro incarico di Rettore Maggiore della sua Congregazione. Nel 1775 venne declinato dall’episcopato, una carica dal peso insostenibile per un uomo anziano e stanco come Alfonso, un “fardello” come lui lo definiva, da cui in più occasioni aveva chiesto di essere liberato.
L’anziano Padre trascorse i suoi ultimi anni redigendo opere di grande respiro: la Traduzione dei Salmi, le Vittorie dei Martiri, la Condotta della Divina Provvidenza in salvar l’uomo per mezzo di Gesù Cristo, le Dissertazioni teologiche e morali appartenenti alla vita eterna, e l’ultimo opuscolo dal titolo Ricordi diretti alle religiose del SS. Redentore. Il 25 novembre 1785 celebrò la sua ultima messa e, ormai gravemente malato, si nutriva di preghiera a di Eucaristia in attesa della morte, che lui aspettava impaziente per unirsi interamente a Gesù. Circondato dai suoi confratelli, morì a 90 anni il 1 agosto 1787, tenendo tra le mani l’immagine della Madonna.
Sarà proclamato patrono dei confessori e dei moralisti il 26 aprile 1950