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LE CHIESE DI GALLINARO

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Nel Registro delle decime papali del 1308-1310 sono ricordate per Gallinaro, come si è detto nella prima parte dell’articolo, ben nove chiese e quelle non trattate sono: Sant’Andrea, Santo Stefano, San Leonardo, San Salvatore e San Giovanni.

Il toponimo Sant’Andrea è attualmente riferito ad un Colle a nord-est del paese sul quale, però, non si riscontra alcuna traccia di un edificio di culto. Ricordo, tuttavia, che circa dieci anni fa, al termine del viottolo che conduceva al Colle si osservava una modesta edicola alta appena due metri, costruita in pietra di tufo ma priva di immagine religiosa. I benefici di Santa Maria del Vallone e di Sant’Andrea, con bolla papale dell’1 giugno 1596, passarono da don Giulio Calvi al Capitolo di San Simone in Alvito.

Quanto a Santo Stefano non esiste in Gallinaro né un ricordo né una traccia. Posso, tuttavia, affermare che, nel 1570, la chiesa rurale sine cura di Santo Stefano fu riunita a San Leonardo, che, sedici anni dopo, Pomponio Ciola era titolare dell’omonima cappellania e che, nella Santa Visita del 13 dicembre 1593, il vescovo ordinò che le rendite della cappella di Santo Stefano fossero spese per le riparazioni della chiesa di San Leonardo e non consegnate al beneficiario.

San Leonardo sorgeva fuori del paese nel punto in cui si trova attualmente il serbatoio idrico. Era ad un’unica navata e, di particolare, aveva una finestra di stile gotico. Ricordo di aver visto al suo interno le lapidi alcune sepolture ma, per quanto mi risulta, non è stata utilizzata per cerimonie di culto da almeno 70-80 anni. Nel 1376 fu riccamente dotata dai discendenti di San Gerardo allo scopo di crearvi una parrocchia istituita dal vescovo di Sora, Martino (nominato da papa Urbano V (1362-1370) il quale provvide, altresì, alla ripartizione delle famiglie fra i tre parroci di Gallinaro. Il primo abate noto (Paolo Mosca) fu presente il 23 giugno 1404 nella Sala della Prepositura di Atina per ascoltare la definizione della causa tra i parroci di Gallinaro e il vescovo di Sora. Una serie di parroci di San Leonardo tra il 1567 ed il 1623 è riportata da Donato Piacentini nelle sua monografia dal titolo Le Visite Pastorali nella Diocesi di Sora nella seconda metà del 1500. Viene qui specificato che, alla fine del XVI sec., la chiesa aveva due cappelle dedicate a San Giovanni e a Santo Stefano e che, nel 1599, venne interdetto l’altare dedicato al Protomartire perché in pessimo stato di conservazione.

La Polianthea casinensis afferma che la chiesa di San Salvatore ha lasciato il nome all’omonima Piazza sulla quale di affacciava dallo spazio interposto tra la Via del Vignale e la Via Santa Maria e tale collocazione è riscontrabile nello stucco seicentesco di Gallinaro conservato nella Villa Gallia sul Fibreno. Tra i documenti della chiesa di Gallinaro raccolti e pubblicati da Loreto Abruzzese in Notizie istoriche della Chiesa di Gallinaro è elencato un privilegio, datato al 464, in cui il pontefice Ilario autorizza l’arciprete di San Nicola “quae prius erat sub invocatione S. Crucis et S. Mariae, convocandi novum abbatem SS. Salvatoris tunc erectum […] ad Sedem S. Nicolai, ubi solum fiunt functiones”. Non c’è bisogno di molto acume per capire la falsità del documento opportunamente ignorato nel 1404 nella sentenza finale del prelato che giudicava, per incarico papale, la causa tra i vescovi di Sora e di Cassino e i parroci di Gallinaro.
Infatti nel 464, ancora non esistevano i vescovi delle due antiche città preromane, mentre Gallinaro era ancora di là da venire. Atina, invece, esisteva ed esisteva anche qualche cristiano che peregrinava verso la città di San Fedele ma, nelle campagne, ancora prevalevano i culti arborei. È poi ben noto che la chiesa di San Nicola, di cui viene vantata l’origine dai tempi evangelici per comprovare un’antichità pari a quella del protettore di Atina Marco o Pietro Galileo, porta con se una dedicazione entrata in voga solo poco dopo il Mille, almeno nella Valle di Comino, così come quelle di Santa Croce e di Santa Maria. L’unica evidenza del falso è il desiderio di conservare una primazia fino ad allora indisturbata su tutto il villaggio.

Il documento dimostra, quindi, soltanto che San Salvatore è comparso dopo San Nicola e che, in quel momento, l’arciprete insidiato nel suo monopolio reagì tentando di stabilire il suo controllo sul nuovo parroco. Francesco Schiavi, ultimo parroco di San Salvatore, morì il 22 gennaio 1552 e, dopo di allora, la chiesa andò progressivamente in rovina e fu definitivamente smantellata alla fine del XVIII sec.

San Giovanni è l’ultima delle chiese nominato nell’elenco del 1308-1310 e ricompare in quello del 1347 tra le cinque chiese sopravvissute alla distruzione dell’anno precedente. Al nome di San Giovanni è associata la supremazia “supra castrum” che, a chi conosce l’attuale chiesa, sembra corrispondere molto bene alla collocazione nella parte più alta del borgo fortificato. Tuttavia la sua decima è modesta e non è sede di parrocchia.
Da queste considerazioni nasce l’ipotesi che, nei tempi più antichi, essa fosse soltanto la cappella del castello. D’altra parte, dopo la recente pubblicazione dei documenti dei Gallio (1994), abbiamo saputo che, soltanto alla fine del XVI sec., un duca di Alvito in ristrettezze economiche vendette ai cittadini di Gallinaro la parte più alta del castrum per costruirvi una chiesa. Dagli stessi documenti e dalle visite pastorali, abbiamo la prova esplicita che i lavori furono effettuati nel 1593-1594 e che il vescovo celebrò la Messa nella “nuova chiesa” nel novembre 1595. La chiesa realizzata a fine XVI sec. non è quella che vediamo oggi ma quella rappresentata nel già menzionato stucco della Villa Gallia. Infatti, in questa il campanile sembra più alto perché la facciata non è stata ancora alzata come sarà dal 1742, per iniziativa di Saba Bevilacqua.

Naturalmente, oltre all’aspetto estetico, nei secoli è mutato anche il grado istituzionale dell’edificio passato da piccola cappella di una struttura militare a sede dell’arciprete e prestigiosa detentrice delle reliquie di San Gerardo, Santo Stefano e San Pietro. I santi resti, trovati nel 1686 nell’interno dell’altare del Santuario, furono infatti traslati, in quello stesso anno, per motivi di sicurezza, nella chiesa posta in posizione più alta e più protetta del paese. Dopo il terremoto del 1984, San Giovanni è stato sapientemente restaurato e si presenta oggi come un bell’esempio di struttura religiosa barocca.

Le chiese di Gallinaro, nella loro storia ormai millenaria, riflettono molto bene l’origine e lo sviluppo del paese. Le più antiche (Santa Maria Cellarola, Cella Sanctae Mariae Santa Maria de’ Gennari poi Santa Maria del Girone) sembrano di origine benedettina e, quindi, dell’XI sec.
Le due parrocchie iniziali (San Nicola e San Salvatore) erano ambedue fuori delle mura del castrum (corsivo) e la loro posizione si spiega soltanto con la descrizione dell’abitato lasciataci dal Castrucci secondo il quale, nel terzo decennio del XVII sec., Gallinaro era composto, oltre che dal castello anche da due borghi “ad ostro e a garbino” e cioè da due nuclei abitati esterni alla parte fortificata; ovviamente la popolazione, almeno in origine, era più numerosa proprio nei borghi e, quindi, in essi furono costruite le prime chiese. Peraltro, oggi, sappiamo anche che Gallinaro fu fortificato dopo il 1130 poiché a quella data era ancora qualificato come “villa” e cioè come abitato rurale aperto e privo di mura. Seconda questa interpretazione, la villa chiamata Gallinaro sorse inizialmente nei pressi della chiesa di San Nicola e quando Gerardo vi morì fu sepolto immediatamente fuori l’abitato dove oggi è la sua chiesa.

Nel tempo, il paese si estese sul colle tra la Piazza Umberto I e Santa Maria del Girone ed ebbe, come seconda chiesa parrocchiale, San Salvatore. Finalmente, nel XIII sec., furono costruite le mura a protezione del castello con la cappella di San Giovanni e delle case raccolte intorno ad esso con uscita settentrionale a Porta Cafona e meridionale (ancora visibile a meta del XIX sec.), allo sbocco della Via San Giovanni sulla Piazza del Cuore di Gesù.
Tutto ciò spiegherebbe perché a Gallinaro si sia presentato lo strano fenomeno di un paese in cui nove chiese su dieci erano situate fuori delle mura. Oggi possiamo dire che ciò accadde soltanto perché il centro fortificato si formò per ultimo e perché, come dappertutto, le chiese furono edificate nelle aree in cui risiedeva la popolazione.

Un’ultima interessante ipotesi, secondo me meritevole di studio e verifica, è la possibile origine “atinate” di Gallinaro e degli altri centri cominesi. Ovviamente, tale origine è indubbia almeno rispetto al territorio incluso per intero nella contea di Atina fin verso il 1000 allorché si realizzò il frazionamento della Valle in seguito al sorgere dei castelli di Picinisco, Sant’Urbano e Settefrati.
Tuttavia, ancora nel 1030, la Valle di Vico apparteneva ad Atina e, soltanto nel 1140, i confini stabiliti da re Ruggiero, raggiunsero più o meno, quelli attuali. Meno evidente ma forse più importante doveva essere però l’originaria comunità delle popolazioni se, intorno alla fine del XIV sec., il clero di Gallinaro e quello di Atina vantavano la contemporanea adesione al cristianesimo, fatta risalire (con perdonabile esagerazione) all’apostolo Pietro ed anche una mutua “reciprocanza” di antica data nella pratica dei culti. Oggi, da parte del lettore e mia, è facile osservare che i nomi delle chiese di Gallinaro del XIV sec. corrispondono quasi tutti a quelli di chiese esistenti nella stessa epoca ad Atina quasi che, staccandosi dal paese di origine per fondarne uno nuovo, i primi abitanti di Gallinaro abbiano voluto portare con se anche il ricordo della patria più antica e della propria tradizione religiosa.

Pubblicato nell’edizione cartacea, Il Cronista n. 1-2/2008

 

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