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PESCOSOLIDO PRIMA E DOPO IL TERREMOTO DEL 1915

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In origine il nucleo abitativo si trovava sulla sommità del “peschio” (sperone di roccia che dal Borgo si stende fino alla Fontanella). Era costituito da quattro “contrade”: Colle S. Giovanni, Tribuna, Codarda e Chiaia.

La chiesa di S. Giovanni, che era più piccola di quella attuale ed era girata a sud-est , si trovava tra il Colle S. Giovanni, la Tribuna (dietro la chiesa attuale) e la Codarda.

Con il passar del tempo la popolazione aumentò e bisognò costruire altre abitazione all’esterno del castrum. Sorsero così altre contrade: la Civitella, le Mura e le Grottelle a sud, la Mendola e il Colle a nord, il Borgo Isolata e l’Ospedale (o Santa Degna) a sud-est.

Sicché nel 1600 e nel 1700 il paese era formato da due parti ben distinte: il nucleo centrale, il più antico, che veniva indicato con il termine latino intus (dentro), ed una parte esterna, meno antica, che veniva indicata con il termine foris (fuori). I due termini vennero usati sistematicamente dal notaio Casimiro Antonio Mariani tra il 1725 ed il 1755, per indicare il luogo in cui il professionista si trovava a redigere i suoi atti: intus, se operava all’interno di un’abitazione posta sul Colle S. Giovanni o alla Codarda o alla Chiaia o alla Tribuna; foris, se stilava i suoi atti nelle altre contrade (Mendola, Colle, Ospidale ecc.).

Negli atti ecclesiastici, invece, si usava l’espressione extra muros per indicare le chiese diverse da quella di S. Giovanni, l’unica posta all’interno dell’antico castrum. Le chiese extra muros erano quelle dedicate a Santa Degna (con annesso un “conventino” od “ospidale”), all’Annunziata in località Olmo (o Piazza, dove ancora oggi si eleva), all’altra Annunziata (diruta e sita all’inizio della Civitella), al Crocifisso (con l’adiacente “piccolo romitorio”), a S. Giacomo ecc.

Il paese visse il periodo più florido nel 1700, quando al forte sviluppo dell’agricoltura, praticata fin oltre i 1200 metri d’altitudine, si accompagnò un notevole incremento demografico (gli abitanti nel 1793 erano circa 2.500).

Poi iniziò il declino, lento e inesorabile, che si concluse con il terremoto del 13 gennaio 1915. Il sisma distrusse il Colle S. Giovanni, la Tribuna, la Chiaia e parte della Codarda (quella esposta verso Sora), la Civitella, le Mura e le Grottelle, zone che, dichiarate irrecuperabili, vennero abbandonate per sempre, mentre danneggiò gravemente la Mendola, il Colle, il Borgo e l’Ospidale, aree poi ristrutturate e che tornarono ad essere abitate.

Subito dopo il sisma, per dar riparo ai senzatetto, si costruirono baracche in legno e casette asismiche in muratura (ad un piano). Le baracche vennero costruite al Boschetto e al Morrone (nello spiazzo antistante l’attuale sede dell’Archivio comunale). Le casette asismiche furono edificate alle Cortine (24 a 2 vani ciascuna), a Santa Maria (a destra e a sinistra della rotabile per Sora: 28 a 3 vani e 30 a 2 vani) e a Bagnoli (12 a 2 vani). Le costruzioni, sia in legno che in muratura, vennero consegnate ai senzatetto il 14 giugno 1915 e due anni dopo, insieme con gli “accessori” (cioè spazi occupati, pozzi neri, muri di sostegno, gradinate ecc.), passarono ufficialmente in proprietà al Comune di Pescosolido (30 agosto 1917).
A Santa Maria venne installato anche uno chalet (costruzione in legno per villeggiature e attività sportive) lungo m. 10,50 e largo m. 7, donato l’11 novembre 1915 dalla Croce Rossa Italiana come abitazione per il medico condotto.
Al Lavandaio, sul lato sinistro della strada che porta alla fonte, una struttura asismica di tre vani destinata ad Asilo infantile venne fatta innalzare da un Comitato piacentino e donata alla Congregazione di Carità che operava in paese.

Grazie ai numerosi benefattori sparsi in tutta l’Italia, nel giro di quattro o cinque mesi, dunque, si costruirono baracche e casette asismiche in numero sufficiente per dare un ricovero ai senzatetto, E non è senza motivo se oggi nel nostro paese alcune vie sono intitolate alle città di Piacenza, Faenza e Roma (in zona Cortine), Elena (centro confluito nel 1927 nel Comune di Gaeta), Gaeta e Formia (in zona Santa Maria), città che più si distinsero nell’inviare aiuti.

L’Asilo infantile venne intitolato, dapprima, alla sola città di Piacenza, poi anche alla Lega Navale Italiana, poiché quest’ultima aveva operato a Pescosolido tramite una squadra di tecnici (medici, infermieri, elettricisti, carpentieri) provenienti dalla sezione di Roma, guidata dal presidente Fulco Tosti di Valminuta, conte e deputato al Parlamento italiano.
L’uomo politico si adoperò per la raccola dei fondi necessari per costruire sia le baracche sia le casette asismiche; per tale motivo gli amministratori comunali del tempo gli conferirono la cittadinanza onoraria.

Baracche, casette asismiche, chalet e asilo infantile erano considerati ricoveri provvisori, da demolire non appena si fossero potute realizzare abitazioni in muratura. Ma poi solo le costruzioni in legno vennero smantellate (forse perché, marcito il legname, erano divenute inabitabili). Invece le casette asismiche vennero tenute in vita fino ai nostri giorni: a sicura gloria di chi le costruì, ma anche a disdoro di chi non si preoccupò di demolirle per costruire, al loro posto, architetture più funzionali e dignitose.

Comunque nell’immediato dopoterremoto baracche e casette asismiche erano ciò che di meglio potesse esserci per i senzatetto. Famiglie intere vi si installarono, accontentadosi di uno, di due o al massimo di tre locali, anche se si trattava di 8,10 o più persone.
Quasi tutti, però, si adoperarono per riparare o per ricostruire la propria abitazione e, appena poterono, abbandonarono detti ricoveri. Il Governo del resto concedeva facilitazioni (autorizzazioni, fondi ed altro); le autorità comunali, il Genio Civile (erano stato istituiti due Uffici speciali, uno a Sora e l’altro ad Avezzano, per soprintendere alla ricostruzione) ed ogni altro ente preposto chiudevano, non uno, ma entrambi gli occhi, pur di favorire la gente. E ciò anche in considerazione dell’impossibilità da parte dello Stato a disbrigare controlli capillari sul territorio dal momento che tutta la macchina statale appariva impegnata sul fronte della guerra.
Sicché tutti potettero sistemarsi dove e come ritennero più opportuno. Ma così facendo, quasi sempre trascuravano le regole edilizie più elementari, comprese quelle antisismiche, commettendo a volte anche degli illeciti. Allora si volle riportare un po’ d’ordine (dal Genio Civile specialmente). Ma la reazione fu immediata: sindaci prima e podestà dopo insorsero contro “la burocrazia liberale, macchinosa e pesante, non compenetrata dello spirito e financo dimentica della lettera delle disposizioni legislative”, burocrazia che “riusciva a creare ogni sorta di inciampi, impedendo che il corso delle pratiche si svolgesse con quella celerità e ritmo che il caso imponeva”.

Però poi tutti si convinsero della necessità di adottare un Piano Regolatore, il solo che potesse porre un freno al “fai da te” più deleterio. La redazione dello “strumento urbanistico” spettava per Legge al Genio Civile. Ma erano gli amministratori locali che dovevano indicare i siti per costruire i nuovi agglomerati urbani in sostituzionedi quelli distrutti dal sisma.

Ma dove edificare? Gli amministratori di Pescosolido, nell’aprile 1926, fecero una scelta precisa: invitarono il Genio Civile di Sora “a svolgere il piano regolatore a Valle del paese e propriamente lungo la strada carrozzabile, che mena a Sora, e nelle zone che si estendono a destra e a sinistra di essa strada” nonché “di sistemare l’entrata del paese sia verso Sora che verso la borgata Forcella e fare in modo che dette entrate non siano per larghezza inferiore agli otto metri e che perciò devono demolirsi la Chiesa di S. Degna, una porzione della casa Ruggieri ora di proprietà della Signora Lea Tuzi in Mariani e la casa di Ascione Giuseppe fu Vincenzo che deturpano la linea del corso principale e rendono le due entrate anguste […] Che sia assolutamente abbandonata l’idea – concludeva la delibera comunale – di costruire case a monte del paese e propriamente nelle località ‘Morrone’ e zone adiacenti all’‘Aia del Colle’ sia perché dette zone sono battute maledettamente dai venti, sia perché la costruzione di strade di accesso comporterebbe una forte spesa per la manutenzione.”

Ma arrivarono le opposizioni di alcuni cittadini. Uno si opponeva perché avrebbe perso “due vani di un fabbricato in costruzione autorizzato dal Genio Civile e dal Comune”; un altro perché sarebbe stato privato “di un terreno adiacente ad una sua casa in costruzione”; un altro motivava la sua opposizione perché avrebbe perso “una porzione di un fabbricato destinato ad uso di trappeto (frantoio per olive)”. Altri proprietari decisero di presentare una “opposizione collettiva” criticando lo spostamento a valle e a Sud “del vecchio abitato”, quando invece si sarebbe potuta utilizzare “la zona Cortine, attualmente occupata da ricoveri temporanei in muratura”.
Molto opportunamente quasi tutte le opposizioni vennero respinte e il Piano Regolatore venne approvato e, quindi, adottato. Ma non venne rispettato.

Gli amministratori comunali, pur di non andare incontro a “contrasti e spese”, optarono per un “accordo” con gli oppositori. La chiesa di Santa Degna, tra l’altro, non venne demolita fino al Secondo Dopoguerra quando fu abbattuta, non per ampliare il Corso, bensì per costruire una casa di civile abitazione. La casa del fu Giuseppe Ascione pure rimase in piedi, fino alla fine del secolo scorso, allorquando l’Amministrazione Panetta la fece demolire. Le casette asismiche ugualmente non furono toccate ed ancora oggi, al pari di quanto si verifica per tanti centri della Marsica e della Valle Roveto, caratterizzano il paesaggio urbano di Pescosolido. Infatti solo alcune di esse vennero demolite, ad esempio, quelle che, a Santa Maria, si trovavano a sinistra della rotabile per Sora, ma solo perché non vi volle abitare più nessuno.

E così il paese oggi si presenta pulito, panoramico e forse anche accogliente. Ma ciò che più lo caratterizza è il disordine urbanistico: abitazioni disposte senza alcun criterio; strade strette, tortuose e difficili da percorrere; spazi scarsissimi per il parcheggio delle auto, tanto che qualcuno ha avuto la bella idea di utilizzare il cortile della Scuola elementare per venire incontro alle esigenze degli automobilisti.
Dopo il terremoto, ci si sarebbe aspettata una ricostruzione ordinata (come avvenuto in altri paesi), con abitazioni ben allineate, viali larghi ed alberati, parcheggi, piazze e zone riservate a edifici pubblici. Invece…
E, non ostante tutto, si continua a… non vedere. Per venire incontro ai meno abbienti, si dice.

Che cosa resta dell’antico paese? La Codarda è sicuramente la parte più antica, l’unica rimasta del nucleo originario (dopo il sisma del 1915). Si stende dalla chiesa parrocchiale alla presunta porta settentrionale dell’antico castrum (la c.d. “porta della Codarda”) . Meno antichi sono la Mendola, il Colle, il Borgo e l’ex Ospidale (oggi via G. Marconi).
Dopo il terremoto del 1915 sono stati tracciati il Corso Umberto I e via Guglielmo Marconi ed edificate le aree di Cortine, del Morrone, della Portella e di Santa Maria.
Le frazioni (Bagnoli, Colledardo, Forcella, Roscetta, S. Marco, Valpara, Viapiana, ecc.) sorsero o si potenziarono alla fine del 1700, quando alcuni abitanti, come si rileva da alcuni registri dell’Archivio Parrocchiale, lasciarono il paese e si trasferirono in campagna per meglio lavorare le loro terre.

  • Nel nostro paese non esiste alcun indizio utile alla localizzazione delle porte di accesso all’antico castrum. La cosiddetta “porta della Codarda”, stando almeno a ciò che di essa resta e si vede (uno stipite di modestissime dimensioni), poteva essere solo la porta di una cantina o di una stalla o, al massimo, di una comune casa di abitazione: la sua luce appare stretta e bassa per poter essere considerata come una portadi un centro abitato. Quella vera, che doveva trovarsi nei pressi, aveva sicuramente ben altre caratteristiche: era molto robusta (per poter resistere agli assalti nemici), alta e sufficientemente larga (per farvi entrare almeno un asino con i cestoni ai lati).

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