Storia

Gli ex soldati napoletani condotti nelle inospitali prigioni del nord Italia

Fernando Riccardi

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Ammassati come bestie sulle navi e sbarcati a Genova venivano smistati a Fenestrelle, a San Maurizio Canavese, Alessandria, Milano e Bergamo

Ogni prima domenica di luglio, da dieci anni a questa parte, a Fenestrelle, austera fortezza che domina la verde valle del Chisone, sulle alpi piemontesi, si tiene un convegno che intende ricordare una vicenda drammatica che la vulgata storiografica dominante per lungo tempo ha ignorato o minimizzato.

Nella fortezza di Fenestrelle furono rinchiusi migliaia di soldati borbonici

Lì, infatti, tra le celle di quell’arcigna prigione, che già Napoleone Bonaparte aveva utilizzato per levarsi di torno i suoi oppositori politici, negli anni immediatamente successivi all’unità, a partire dal 1861, furono rinchiusi a migliaia di soldati dell’ex esercito delle Due Sicilie che non vollero entrare a far parte dell’armata sabauda, ormai italiana, per non infrangere il giuramento di fedeltà prestato a suo tempo al re Borbone.

Una vicenda, che viene variamente interpretata, a seconda delle posizioni dalle quali parte l’analisi. E così se i risorgimentalisti non danno eccessiva importanza alla cosa, limitandosi asetticamente ad affermare che Fenestrelle era un carcere come tante altri in quel periodo, da parte borbonica ci si avventura in improbabili conteggi di soldati napoletani morti durante la detenzione tra quelle imponenti mura. Conteggio che, spesso e volentieri, raggiunge proporzioni eclatanti e francamente improbabili.

Detto questo e cercando di districarsi abilmente tra le opposte fazioni (per la vulgata sembra quasi che Fenestrelle sia stato un resort a cinque stelle mentre i filo borbonici parlano di cumuli di soldati napoletani morti dei quali, però, non c’è traccia nei documenti di archivio) esiste un argomento molto più serio di cui ci si dovrebbe occupare e di cui da qualche tempo, sia pure in maniera sommessa, stanno venendo fuori gli inquietanti risvolti.

Documenti inediti dell’archivio storico del Ministero degli Esteri e della Marina

Ed è proprio di questo che vogliamo parlare, facendo riferimento esclusivamente a carte, faldoni ed epistolari conservati nell’archivio storico del Ministero degli Esteri e in quello della Marina, che si trovano entrambi a Roma, e che non sono molto frequentati dagli studiosi, a qualsiasi fazione essi appartengano. Questo imponente e variegato materiale cartaceo, in gran parte inedito, consente di ricostruire dettagliatamente quella che mi piace chiamare la “soluzione finale”.

Ma procediamo per gradi. Dopo la caduta repentina del regno borbonico, il nuovo governo italiano si trovò a dover fare i conti con una massa ingente di militari sbandati. L’esercito napoletano non esisteva più e in tanti si erano trovati disperati e senza lavoro. Né le campagne di arruolamento varate dal governo unitario si erano rivelate fruttuose: nelle ripetute chiamate alle armi, infatti, si registrò sempre un altissimo numero di renitenti.

A quei militari che erano stati fatti prigionieri nel corso degli eventi bellici e a quelli delle fortezze che avevano resistito al’’assedio dei piemontesi (Capua, Gaeta, Messina e Civitella del Tronto), si aggiunsero quelli che, per non sottostare alla leva obbligatoria, dopo essersi rifugiati sulle montagne trasformandosi in briganti, erano stati catturati nel corso dei vari rastrellamenti.

Un piano di evacuazione al Nord per i prigionieri ex borbonici

Un numero ingente di prigionieri, difficilmente quantificabile con matematica precisione. Di certo, però, ammontavano a parecchie decine di migliaia. Il governo italiano, in un primo momento, si limitò a rinchiudere tali prigionieri nelle malsane ed insufficienti carceri del sud Italia. Subito dopo però, intuendo la pericolosità della situazione (tutto il meridione iniziava ad essere avvampato dalla rivolta brigantesca), escogitò un gigantesco piano di evacuazione trasferendo via mare gli ex soldati napoletani al nord, lontano dai focolai della sommossa. Il porto di arrivo dei bastimenti era Genova. Da qui i prigionieri venivano smistati nelle varie località di destinazione: Fenestrelle, San Maurizio Canavese, Alessandria, Milano, Bergamo e così via di seguito.

Qualcuno fu rinchiuso anche a Genova, nel forte di San Benigno. Altri di varia composizione (ex ufficiali e soldati, briganti, renitenti alla leva, oppositori politici o presunti tali, vagabondi, camorristi) vennero confinati in varie isole: Gorgona, Elba, Giglio, Capraia, Ponza.

Più di 12 mila, soprattutto ufficiali e veterani borbonici che si erano rifiutati di continuare la loro carriera militare nell’esercito italiano, furono trasferiti in Sardegna, nelle isole del napoletano o nella Maremma Toscana, sottoposti al regime del domicilio coatto, come prevedeva la legge Pica. Trattati come animali, ammassati nei bastimenti, senza mangiare e bere per giorni, i poveri meridionali, colpevoli di essere rimasti fedeli al loro Re, vennero sbattuti in terre che non conoscevano, fredde, in campi di concentramento inospitali, lontano dai loro affetti e dalla loro terra. Molti non riuscivano a sopportare la disperazione e il disagio e decidevano di mettere fine alla grama esistenza gettandosi in mare.

Nelle prigioni la situazione era esplosiva

“A Rimini – così si legge sulle colonne di un giornale dell’epoca ‘L’Armonia’ (3 settembre 1861) – il mal umore nei soldati giunge fino alla disperazione di darsi la morte. Parecchi si sono annegati nel mare volontariamente. Sicché dovettero le autorità porre delle guardie in piccole barchette per impedire simili eccessi”.

Con il passare dei mesi gran parte degli ex soldati napoletani venne trasferita nelle prigioni del nord Italia. In tal modo il governo era convinto di aver risolto definitivamente la questione, allontanando dai focolai della rivolta tante migliaia di persone, tenendole distanti dai briganti che continuavano la loro lotta disperata.

Non avevano però considerato un altro problema che ben presto si rivelò impellente: i prigionieri napoletani ammassati nelle prigioni del nord erano diventati così tanti da rendere molto difficile il mantenimento dell’ordine pubblico.

Nelle prigioni scoppiavano rivolte, sommosse, tentativi di fuga che a stento venivano repressi. Persino a Fenestrelle, nell’agosto del 1861, una cinquantina di prigionieri napoletani aveva tentato di impadronirsi della fortezza. E la stessa cosa si era verificata nel campo di San Maurizio Canavese, alle porte di Torino.

La situazione si era fatta esplosiva. In quel periodo, poi, gran parte degli effettivi dell’esercito italiano, ben 105 mila uomini, si trovavano dislocati nella parte meridionale della Penisola nel tentativo di soffocare la rivolta brigantesca.

La soluzione finale

E allora cosa ti inventò la fervida mente dei governanti italo-sabaudi? Una mirabolante “soluzione finale”.

Nel tentativo di sgombrare le prigioni del Regno da quella massa pericolosa di ex soldati borbonici, renitenti alla leva, nostalgici, prigionieri politici, briganti o pseudo tali, si pensò bene di “sistemarli” in un posto dove sicuramente non avrebbero dato più fastidio.

Giornalista e scrittore è stato direttore responsabile de “Il Corriere del Sud Lazio”, il settimanale delle province di Frosinone e Latina. Attualmente dirige “L'Alfiere”, pubblicazione napoletana tradizionalista che nel 2010 ha festeggiato il 50° anno di vita. E' inoltre direttore responsabile della rivista meridionalista “Il Tornese”. Cura, altresì, le pagine culturali de “L'Inchiesta”, quotidiano della Terra di Lavoro e della Ciociaria, di cui è capo redattore. Ha fatto parte del comitato di redazione di “Storia del 900” e collabora con “Storia in Rete”, il mensile di approfondimenti storici edito da Mondadori. E' inoltre vice presidente dell'Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie. Nel 2003 e nel 2005 è stato insignito del Premio Giornalistico Internazionale “Inars Ciociaria” , nella sezione “giornalisti-scrittori”, e nel 2013 del Premio Nazionale “Arte e Comunicazione”. E' autore di numerose pubblicazioni di carattere storico e, in particolar modo, di studi e saggi sul brigantaggio nell'Italia meridionale. Da ricordare “Il brigante Papone” (1995), “Piccole storie di briganti” (2003), “Costanzo Pompei da Pico, arciprete-brigante e carbonaro” (2013), “Brigantaggio postunitario. Una storia tutta da scrivere” (2011 e 2016) e “Klitsche de la Grange. Un colonnello prussiano contro la rivoluzione italiana” (D'Amico Editore 2017). Su tale fenomeno, e sul periodo risorgimentale in genere, tiene conferenze, convegni e seminari di studi in tutta Italia.

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