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Storia

Il brigante “Chiavone”, Luigi Alonzi guida la rivolta dei briganti al confine tra la Terra di Lavoro e lo Stato pontificio

Eugenio Maria Beranger

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Il personaggio storico della Media Valle del Liri sicuramente più amato per le sue gesta ma non sempre compreso nelle sue reali motivazioni è, senza dubbio, Luigi Alonzi, detto “Chiavone”, l’insorgente nato nella Selva di Sora che, nel biennio 1860-62, costituì una pericolosa spina al fianco all’Esercito italiano impegnato nelle operazioni contro la guerriglia filoborbonica particolarmente attiva lungo il confine meridionale dello Stato Pontificio .

Nell’estate del 1860 la spinta “rivoluzionaria” del movimento garibaldino, ben presto, si spense appiattendosi su posizioni di grande moderatismo assai vicine agli interessi della classe mercantile dando vita a punte di crudele repressione quali l’intervento armato di Nino Bixio in Sicilia contro i contadini in rivolta. Così i rurali, in gran parte del Mezzogiorno, diventarono sempre più consapevoli della nuova e più crudele alleanza tra l’invasore sabaudo e il vecchio sistema di potere.

In questo quadro va anche considerata la posizione del clero da sempre legato al potere borbonico; forte era il rapporto di collaborazione tra il regime monarchico e i vescovi nella vita civile, nell’educazione scolastica e nell’assistenza sanitaria. La contiguità con lo Stato Pontificio rendeva, nella Diocesi di Sora, Aquino e Pontecorvo creata nel 1818, tale connubio – che abbracciava i tradizionali valori di Dio-Patria-Famiglia – ancora più forte e saldo.

La posizione del territorio del sorano, terra di confine favorisce lo sviluppo del brigantaggio contro i piemontesi

La posizione geografica del Sorano favorì lo sviluppo del brigantaggio anti-piemontese, da considerare una vera e propria lotta di popolo in difesa della propria Patria, della propria famiglia, delle proprie costumanze esaltando, altresì, l’elevato ruolo strategico delle abbazie di Casamari e Trisulti e del convento dei Padri Redentoristi di Scifelli (Veroli) dove la banda di Chiavone poteva, in caso di inseguimento oltre confine da parte degli invasori, tranquillamente trovare riparo e ricevere le somme di denaro che, in un primo tempo, giungevano abbondanti dall’Ambasciata francese in Roma e dall’aristocrazia borbonica in esilio nell’Urbe nonché da non pochi esponenti dell’aristocrazia europea e dei maggiorenti della Media Valle del Liri e della Valle di Comino rimasti fedeli a Francesco II.

In tale contesto storico va inquadrata la vicenda di Chiavone che, al pari di tanti altri Sorani, non accettò che l’Esercito piemontese calcasse il suolo patrio e l’1 ottobre 1860, alla testa di un gruppo di contadini e boscaioli, prese possesso del capoluogo lirino mentre il vescovo Giuseppe Montieri intonava dalla Cattedrale, dedicata a Santa Maria e a San Pietro, il Te Deum.

Il brigante “Chiavone” è molto abile nel territorio montano

Per meglio comprendere il successo di Chiavone dobbiamo ricordare come egli abbia eredito il patrimonio di prestigio e di connivenze dello zio Valentino, luogotenente di quel Mammone che fu protagonista della resistenza antifrancese nel 1799 e come potesse contare sulla conoscenza millimetrica delle montagne a confine tra Veroli, Sora, Isola del Liri, Castelluccio (ora Castelliri) e Monte San Giovanni (ora Monte San Giovanni Campano), dovuta probabilmente anche alla sua precedente esperienza di contrabbandiere.

La conoscenza del terreno su cui operare e l’abilità nel sorprendere i suoi avversari non potevano avere però sempre la meglio su militari di professione quali erano i comandanti piemontesi, abili strateghi e tattici sperimentati che, dopo la resa di Gaeta (13 febbraio 1861), contavano anche su nuovi contingenti militari.

Il brigante “Chiavone” si distngue nella battaglia di Bauco

Chiavone dette il meglio di se in quelle occasioni ove, come nella difesa di Bauco (odierna Boville Ernica), seppe operare a fianco, se non alle dipendenze, di militari di carriera (in questo caso Theodule De Christen).
La strada di Chiavone necessariamente conduceva a Roma ove venne ricevuto dal re Francesco II e da vari membri della Centrale borbonica, peraltro, strettamente sorvegliata dal controspionaggio italiano. Ritornato nel Lazio meridionale, partendo da Castro (ora Castro dei Vosci) assalì Monticelli (Monte San Biagio) e Lenola e, successivamente, Castelluccio e Roccavivi in Valle Roveto. Si tratta del periodo migliore dell’attività di Chiavone che dal re riceve il titolo di “Comandante in capo delle truppe del Re delle Due Sicilie”; egli, però, non riesce mai, per i limiti sopra menzionati, ad avere il controllo stabile di aree poste lontano dalla Selva.

Le gesta del brigante “Chiavone” richiamarono diversi legittimisti stranieri

La figura di Chiavone colpì non pochi stranieri (austriaci, belgi, danesi, francesi, irlandesi, spagnoli e svizzeri) fra i quali Ludwig Richard Zimmermann di appena 22 anni che, dietro la segnalazione del generale Tommaso Clary, si unì all’insorgente diventandone, nell’autunno del 1861, suo luogotenente. Egli ci ha lasciato ponderose memorie sulla banda di Chiavone che, nei momenti di maggior splendore, era composta da 430 elementi.
I rapporti tra i due, fin dall’inizio, non dovettero essere dei migliori; lo Zimmermann più volte nei suoi scritti espresse giudizi assai negativi sull’Alonzi accusandolo di scarsa combattività, di essere un personaggio rozzo e ignorante, di desiderare soltanto titoli altisonanti e di ricercare, troppo di sovente, le grazie della sua amante: Olimpia Cocco.

Il 4 novembre 1861 Chiavone saccheggia Castelluccio per poi tentare di entrare a San Giovanni Incarico; durante tale operazione conclusasi con un fallimento morirà il marchese belga Alfed De Trazégnes. Nel novembre dello stesso anno si dirige verso Fondi con l’intento di svernare e di far riposare la sua truppa, logora nell’equipaggiamento e negli uomini. Sempre in questo mese la Centrale borbonica gli affiancherà il marchese Rafael Tristany de Barrera, generale spagnolo particolarmente esperto nella guerriglia che, più volte, ricorderà Chiavone solo per la sua rozzezza e incultura.

In questo scorcio finale dell’anno, nello Stato Pontificio, i francesi, sempre più orientati a non creare dissidi insanabili con il Regno d’Italia, arrestarono vari rappresentanti dell’organizzazione borbonica ed elementi pronti a varcare il confine per confluire nelle forze di Chiavone mentre l’Esercito italiano perlustrava, di continuo, la Selva in modo da rendere oltremodo difficoltosa la vita alla banda dell’Alonzi specie nel campo dei rifornimenti alimentari.
Il Tristany cercò, con tutti i mezzi, di favorire l’aggregazione di tutte le bande operanti tra l’Abruzzo, l’Alta Terra di Lavoro e il Molise, i cui capi erano spesso in aperta rivalità fra di loro, e di metterle sotto il suo comando con l’evidente scopo di smorzare i personalismi di Chiavone e di ridurlo all’obbedienza. Il suo vero obiettivo era quello di penetrare nell’Abruzzo per poi, con l’aiuto delle forze rimaste fedeli ai Borboni, puntare su Napoli.

Lo Zimmermann, nel frattempo, era riuscito a costituire una colonna di 200 armati e puntava anch’egli a entrare in Abruzzo; tale formazione venne, però, scompaginata e resa all’impotenza da una serie di arresti operati in territorio pontificio da parte dei francesi, aiutati in ciò dalla delazione di alcuni arruolati, forse infiltrati italiani. Nonostante tali vicessitudini lo Zimmermann riuscì ugualmente a raggiungere l’Alonzi ma, nel frattempo, si acuirono sempre più i dissidi e i contrasti tra i due, troppo diversi per carattere, educazione e preparazione.

Il brigante “Chiavone”  fu fucilato per ordine di un tribunale di guerra borbonico

In particolare emergeva nello Zimmermann la vocazione a essere l’unico comandante e l’insofferenza verso il capobanda che, a sua volta, non godeva più dell’incontrastato prestigio fra i suoi seguaci, ai quali non arrivava più da Roma con regolarità il soldo mensile, e fra la popolazione della Selva, di giorno in giorno, sempre più attanagliata dalla fame e colpita da pesanti provvedimenti restrittivi da parte dell’occupante. Questi, infatti, ricorreva a misure gravissime che arrivarono fino al confinare in ristrette zone tutte quelle famiglie che avessero anche un solo componente coinvolto in fatti di brigantaggio o semplicemente sospettato di favorirlo.

La morte di Chiavone, avvenuta per fucilazione ordinata da parte di un Tribunale di guerra borbonico presieduto dal Tristany e nel quale era presente anche lo Zimmermann, avvenne il 28 giugno 1862 non molto lontano dalla Badia di Trisulti, ove era attivo il celebre pittore Filippo Balbi, amico dell’Alonzi.

La repressione borbonica favorisce la creazione del mito del brigante buono

Concludiamo ricordando come la dura repressione compiuta dall’Esercito italiano abbia scavato in zona un profondo distacco tra cittadini e Stato favorendo, nel contempo, la creazione del mito del brigante buono e combattente contro i soprusi dei potenti quando, invece, Chiavone fu, soprattutto, un uomo che rispose all’appello di quello che era stato, fino a pochi mesi prima il suo legittimo sovrano, di combattere contro un invasore che, sulla carta si annunciava come portatore di grandi idee umanitarie ma che, in realtà, si comportò da vera e propria potenza colonialista causando danni irreparabili al nostro Mezzogiorno.

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