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IL DOVERE DELLA MEMORIA

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Il 15 febbraio 1944 fu bombardato Montecassino

“Italiani! Il 15 febbraio del 1944 il vostro animo di credenti, già lacerato da tante ferite, e sospeso per gravi ansie, sbigottiva a una cruda notizia della radio: l’Abbazia di Montecassino – rocca ed argine nei secoli alla ricorrente barbarie, faro alla civiltà, gemma del mondo – era stata colpita, schiantata, distrutta da un formidabile bombardamento. Una raffica furente aveva atterrato in pochi istanti il più insigne edificio dello spirito. Non una voce, che vibrasse di una pur tenue sfumatura di sentimento e di intelletto, mancò al coro doloroso elevantesi attorno alle alte rovine. Il venerando Abate Gregorio Diamare, tra stenti e angustie ineffabili, intraprese risoluto i lavori per lo sgombro della desolata pietraia e le prime opere per la ricostruzione. Ma il saldo ottantenne, straziato da tanto scempio, minato dalla malaria nuovamente infierente nella plaga tornata malsana e squallida, non resse allo sforzo e al dolore: reclinò la bianca testa; ed ora riposa, secondo che volle, fra l’erme macerie. Così, dopo 57 anni di vita benedettina e 36 di governo, l’Abate Gregorio Diamare dorme in pace nella Sua terra: rigermoglierà dalle sue ossa l’Abbazia di Montecassino che, più volte distrutta nella vicenda dei tempi, mai fu annientata.
Chiamato dalla fiducia del S. Padre e dall’appello dei Monaci Cassinesi a succedere al mio venerando Padre e Maestro nel governo dell’Abbazia, rivolgo un appello a tutti gli Italiani per invitarli a cooperare nella riedificazione della millenaria Abbazia.
Il nome di Montecassino, attraverso i secoli, è indissolubilmente legato alla storia della Patria; e ancora una volta lo strazio di Montecassino è simbolo e sintesi della tragedia d’Italia.
E Montecassino sia segno e vincolo di fratellanza e di concorde volere nella faticosa rinascita; sia espressione della gelosa fierezza degli Italiani verso indistruttibili valori del loro spirito e del loro genio.
Montecassino risorto sia pegno di risurrezione per la Patria, testimonianza dell’inestinguibile vita della nostra Gente”.

 

Con questo appassionato “Messaggio agli Italiani” letto alla Radio dall’abate Ildefonso Rea, il ricostruttore di Montecassino, subito dopo la sua presa di possesso di Montecassino avvenuta l’8 dicembre 1945, cominciava la meravigliosa avventura della ricostruzione dell’Abbazia e delle chiese della Diocesi Cassinese.

Paolo VI a montecassino proclamo’ san benedetto patrono d’europa

Un ventennio di grande fervore in ogni campo che vide risorgere più splendente di prima il monastero. Un suggello autorevolissimo a tutto questo veniva apposto dalla augusta visita di Paolo VI a Montecassino il 24 ottobre 1964. In quel giorno il Sommo Pontefice, accompagnato da alcune centinaia di padri Conciliari (arcivescovi, vescovi, abati, ecc.) – si era durante il Concilio Vaticano II – e da una decina di cardinali, come già altre volte avevano fatto i suoi predecessori (Alessandro II nel 1071 e Benedetto XIII nel 1727) consacrò la ricostruita basilica e proclamò S. Benedetto principale Patrono dell’Europa.

L’abate Rea raggiunge Montecassino appena dopo la liberazione

L’abate Rea, nativo di Arpino e monaco di Montecassino, nel 1929 era stato nominato abate della Badia di Cava (Salerno) ed aveva retto con grande prestigio quella celebre abbazia per oltre un quindicennio. Egli insieme con il vescovo di Cava era stato preso, per alcuni giorni, come ostaggio dai Tedeschi per aver ospitato nella Badia di Cava persone non gradite alle autorità militari; ma fu trattato con riguardo. L’abate Rea appena pochi giorni dopo la presa di Montecassino (18 maggio 1944) da parte delle truppe polacche, ed esattamente il 27 maggio raggiungeva da Cava con mezzi militari la vetta di Montecassino, o meglio di ciò che era stato Montecassino.
Non è difficile immaginare il suo stato d’animo nel difficoltoso viaggio “immediatamente dopo l’occupazione alleata”. In una lettera inviata alla Segreteria di Stato dava notizie sulle condizioni di Montecassino dopo il passaggio della guerra. “Della gloriosa abbazia – così riassumeva il Pantoni il tenore della relazione – non rimane più nulla. Egli spera che sotto quelle macerie si trovi ancora il resto di qualche muro. Ora lassù si trovano le truppe polacche, che dichiarano di voler custodire quelle rovine finché non sia possibile condurvi un piccolo gruppo di monaci, ciò che l’abate dice di aver promesso di fare. Alcuni oggetti trovati dai soldati sono stati consegnati a lui”. E difatti l’abate Rea ritornò da Cava il 20 giugno successivo con un monaco della Badia cavense, d. Eugenio de Palma, che rimase da solo per una quindicina di giorni in attesa dei primi monaci cassinesi che questa volta potevano finalmente ritornare da Roma. Essi furono d. Agostino Saccomanno, d. Luigi De Sario – ancora vivente – e fra Romano. La vita interrotta violentemente dalla bufera bellica ricominciava di nuovo. Succisa virescit!
Intanto anche l’anziano abate Gregorio Diamare, che era stato accolto nel monastero di Sant’Anselmo sull’Aventino, ritorna in settembre per una prima visita con alcuni monaci a Montecassino e in Diocesi. Definitivamente fece ritorno nel mese di ottobre 1944, accompagnato dal fedele don Martino Matronola, che gli faceva da segretario; prendeva stanza prima a Valvori e poi a Sant’Elia presso la casa canonica di don Iucci. Il Signore gli concederà ancora un anno di vita. La gioia più grande sarà stata quella di vedere avviati i primi passi della ricostruzione. Potrà celebrare per la prima volta dopo la distruzione totale della città di Cassino la festa dell’Assunta il 15 agosto 1945, con la veneratissima statua lignea della Vergine, estratta dalla macerie. Fu l’ultima cerimonia solenne da lui presieduta. Neppure un mese dopo, il 6 settembre 1945 si addormentava nel Signore, a Sant’Elia Fiumerapido. E fu sepolto a Montecassino, immediatamente vicino all’ingresso, oltre il grande portone “Pax”, resurrectionem expectans.
Il Leccisotti così scriveva tra l’altro su L’Osservatore Romano in data 12 settembre 1945:

“Non l’aureo sfarzo della basilica e la solenne grandiosità dei chiostri sono stati la cornice dei funerali di quest’Abate che, nella serie più che millenaria dei successori di S. Benedetto, ha avuto uno dei posti più notevoli per la lunghezza e la densità delle vicende tristi e liete del suo governo. La semplicità di una chiesa parrocchiale, ferita anch’essa dalla guerra in un paese che della guerra conserva viva e vasta l’impronta, era forse più adatta. […] Nel pomeriggio, in mesto e trionfale corteo, la salma è stata accompagnata a Montecassino ove riposa finalmente in pace, con i padri suoi, nell’attesa della risurrezione gloriosa, fra quelle mura martoriate che furono testimoni della sua laboriosa e travagliata giornata”.

Da subito a Montecassino si cominciò a ricordare ogni anno l’anniversario della distruzione dell’abbazia con una cerimonia semplice ma che aveva una densità di significato. La mattina con la celebrazione eucaristica si dava alla “giornata memoriale” un tono penitenziale e di suffragio per i caduti e le vittime della guerra. Nel pomeriggio invece si è sempre tenuta una funzione di ringraziamento al Signore per l’opera imponente della ricostruzione.

Pubblicato nell’edizione cartacea, Il Cronista n. 2/2005

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