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TOMMASO LANDOLFI E CARLO BO: UNA LUNGA AMICIZIA

Idolina Landolfi

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Idolina Landolfi ricostruisce il forte legame tra i due grandi del Novecento commentando uno scritto di Carlo Bo

Riproponiamo qui un lungo articolo di Carlo Bo, pubblicato sul «Corriere della Sera» il giorno successivo alla scomparsa dell’amico (9 luglio 1979). Forte il legame con l’intellettuale ligure, fiorentino e poi urbinate d’adozione (lì è stato a lungo, fino alla morte, avvenuta qualche anno fa, rettore dell’università), compagno di studi a Firenze, e poi animatore, insieme a lui e molti altri, di riviste ormai celebri, la «Letteratura» di Alessandro Bonsanti o «Campo di Marte» di Gatto e Pratolini. Amicizia da studenti e poi da caffè, da trattoria (le «Giubbe Rosse», l’«Antico Fattore»), trasformatasi in rapporto solido ed autentico, durato una vita.

Con i compagni di facoltà, gli amici più cari – Carlo Bo, Leone Traverso, Renato Poggioli, Mario Luzi – si erano (secondo un’espressione dello stesso Luzi in una qualche intervista) «spartiti» le  letterature europee: Poggioli diverrà un insigne slavista e andrà poi ad insegnare in una università americana; Traverso sarà germanista a Urbino; Bo e Luzi diverranno specialisti in letteratura francese e non solo.

Con Bo e Traverso Landolfi compila per Marzocco, nel 1947, una famosa Antologia di Scrittori Stranieri, il cosiddetto «Bolatra» dalle prime sillabe dei nomi dei tre autori. E da Bo, più che da qualsiasi altro critico, Landolfi si sente capito: così infatti nella dedica della BIERE DU PECHEUR (1953): «[…] io mi sentivo, non a torto, spiato, seguito e checché facessi per infrascarmi, scoperto; pure, non mi era ciò del tutto, anzi punto, spiacevole. Usciamo francamente di metafora: io mi sentivo, in parte almeno, capito. […] A Carlo Bo restino dunque dedicate queste pagine, nelle quali forse soltanto lui capirà qualcosa. E sarà ventura; poiché tra i non intendenti si vuol porre me stesso». In una lettera da Urbino, Carlo Bo lo ringrazia in poche commosse righe: «Caro Tom,/ non ti ho ancora ringraziato delle dedica che mi salverà dall’oblio. Mi hai toccato il cuore, sappi che nessuno mi ha mai fatto (né mi farà) un regalo così./ Ti abbraccio stretto/tuo Carlo».

Con Carlo Bo, dicevamo, il sodalizio, sia pure a distanza a partire dagli anni Cinquanta, perdura fino all’ultimo. E’ Carlo Bo ad annunciare al suo «Tom» (per il quale lui resterà sempre «Carlino») la vittoria del Premio Montefeltro (dicembre 1962) – e quella di altri le quali giurie egli presiedeva. Conoscendo bene la sua natura schiva, nella lettera al proposito del 1 dicembre 1962 lo minaccia di non consegnargli il premio, se non andrà a ritirarlo di persona: «ti prego di darmi una sollecita risposta a ciò che sto per chiederti. La commissione del Premio Montefeltro avrebbe deciso di darti il premio maggiore di due milioni di lire. Ti fa piacere? Se sì, e soprattutto se prometti di venirlo a prendere in Urbino il 16 dicembre è cosa fatta./ Resta però inteso che, in caso di tua assenza, il premio non ti potrà essere assegnato.» A quella occasione si deve l’unica intervista televisiva di Landolfi, interrogato da un simpatico e affettuoso Leone Traverso, goffo nei panni del giornalista (ma lui aveva preteso di parlare con un amico, non con uno degli esecrati «signori della televisione»); più una scena priva di audio – tranne per la battuta finale – , in cui lo si vede passeggiare con Mario Luzi sul Colle dei Cappuccini. E resta indimenticabile, per chi ama lo scrittore, il suo sguardo fondo, la sua parlata toscana, la sua sottile ironia.

Molte cose sono cambiate dall’epoca di questo articolo: oggi la storia ‘esterna’ di Landolfi è radicalmente mutata: da autore quasi clandestino con le edizioni Vallecchi e poi Rizzoli, ad autore molto diffuso (grazie ai volumi di tutte le Opere usciti nel 1991 e 1992 a mia cura nei Classici Rizzoli, che contengono anche una lunga biografia; e alle ristampe dell’editore Adelphi) e letto (le sette edizioni delle Due zittelle ne fanno fede), oggetto di rielaborazioni teatrali e filmiche.

E ancora, per questo venticinquennale: un premio letterario per l’inedito intestato a suo nome, organizzato dal Centro Studi Landolfiani, un convegno a Siena, Un «linguaggio dell’anima» (3 novembre), incentrato su un approccio inedito alle opere dello scrittore, quello di linguisti e filosofi; un volume di saggi, Gli ‘Altrove’ di Tommaso Landolfi, a cura di I. Landolfi e E. Pellegrini, Bulzoni, che fa il punto della critica nella maniera che meglio si attaglia all’autore coltissimo, profondo conoscitore e traduttore delle grandi letterature europee: lo studio comparatistico. E infine un volume a cui ho lavorato per anni, una grande bibliografia di tutte le opere di e su Landolfi, in corso di stampa. Previsto per il prossimo anno, e dopo mie lunghe insistenze (strano come a volte gli editori si impuntino dove meno dovrebbero), un volume con tutte le poesie di Landolfi: un Landolfi quasi inedito, vista la poca circolazione che ebbero al tempo (una trentina d’anni fa) e considerato da alcuni critici il più grande.

Ospite segreto della letteratura

di Carlo Bo

Che cosa rendeva diverso, irraggiungibile e – diciamolo pure – unico al mondo degli scrittori Tommaso Landolfi?
Rispondere è difficile, impossibile quasi per chi gli è stato amico, lo ha visto muovere i primi passi già in un’aria di leggenda e con il passare degli anni ha sentito crescere dentro – insieme alle ragioni di un affetto profondo – un moto costante di vera ammirazione. Comunque, credo che si possa fissare in tre momenti essenziali il carattere primo dello scrittore: un’intelligenza fuori dal normale, straordinaria, delle virtù altrettanto eccezionali d’artista e infine – ed è ciò che riscatta e sublima l’intera figura – il sentimento della condizione umana che ha avuto in lui un servitore di grande fedeltà. Un servitore che non ha avuto paura di soffrire, dando così un altro peso alla propria leggenda.
Landolfi è stato – da questo punto di vista – uno scrittore precoce non già per l’abilità e la grazia delle prime prove, ma perché nei racconti con cui aveva fatto il suo ingresso in letteratura – nella pigra e ancora domestica letteratura degli anni Trenta – c’era già il segno dell’immagine con cui si sarebbe distinto e separato dagli altri, tutti più o meno disposti ad accettare le regole del gioco e a fare coincidere la ricerca letteraria con le norme di una carriera.
Landolfi è partito dal mistero e nel mistero è rimasto fino all’ultimo, caso mai accentuando nell’ultima parte della sua discretissima esistenza quei dati di estraneità e di diversità che ne hanno fatto l’ospite segreto e impenetrabile della letteratura di questo secolo. Quando il suo nome apparve per la prima volta in testa al Dialogo dei massimi sistemi, nelle edizioni rosse di «Letteratura», Landolfi aveva già cominciato a stupire e a lasciare perplessi i vari studenti che bivaccavano nelle povere aule della facoltà di lettere di Firenze, e soprattutto gli amici delle interminabili sedute al caffè: lo stupore era dato dall’ingegno, dalla maturità di quel giovane meridionale che non era disposto né a confidenze né ad abbandoni e, dietro all’esempio di Renato Poggioli, sembrava avviato alla carriera di slavista, con una memorabile tesi sulla poesia di Anna Achmatova.
Di dove venisse Landolfi, quali fossero state le sue precedenti esperienze, dove avesse studiato, nessuno sarebbe stato in grado di dirlo con precisione, l’unica cosa sicura era che di tutti noi era il migliore, il più dotato e anche dal punto di vista delle conoscenze del mondo quello maggiormente ricco di nozioni di vita. Tutto però confuso in un alone di mistero.
Un solo dato era fin da allora fermamente denunciato e sostenuto, la sua passione per il gioco: una cosa che finiva per aggiungere altri colori alla rappresentazione, perché in fondo di rappresentazione si trattava, essendo Landolfi un attore nato e un attore favorito dalla bellezza, dall’eleganza e da un pizzico di civetteria. Probabilmente queste prime connotazioni nuocevano per un’esatta valutazione dello scrittore, quando si decise a pubblicare i racconti, di cui fino al 1938 si era limitato a fornire dei vaghissimi cenni e allusioni con un solo strappo, quella Maria Giuseppa che apparve su un rivistina di studenti [«Vigilie letterarie», diretta da Italo Testa, con redazione a Firenze, in Via de’ Bardi 40. Landolfi ne era anche redattore, insieme a Renato Poggioli. Il suo racconto, datato 1929, uscì nel numero del marzo 1930. N.d.R.].
In che cosa la leggenda già ben costituita lo danneggiava?
Si aveva l’impressione che Landolfi si divertisse e che al di là dello straordinario spettacolo di bravura e di intelligenza sottile e ironica non ci fosse nulla o quasi. In parole più semplici, che, dietro quell’ultimo eroe del grande Romanticismo, ci fosse un gran vuoto, per cui i suoi sentimenti fossero delle pure illusioni o delle fantasie, insomma che Landolfi fosse indifferente, se non addirittura impenetrabile, alla voce del cuore. Era un errore grossolano e della misura di questo equivoco ci dovemmo convincere con il passare degli anni, a ogni nuova scadenza, quando lo scrittore si limitava a depositare sul nostro tavolo altre prove della sua pudica autenticità mascherata.
Un processo alla rovescia – durato per un trentennio – dove i critici puntualmente andavano a sedersi sul banco degli imputati e quello che avrebbe dovuto essere l’accusato dava una dimostrazione ulteriore del suo lavoro di approfondimento. La figura della leggenda ogni volta cresceva in credibilità, si spostava dal buio del mistero verso un discorso sempre più chiaro e sconvolgente e questo processo, questo secondo processo alla rovescia (di solito lo scrittore con il passare degli anni maschera e corrompe la prima immagine della sua poesia e si trasforma in personaggio ufficiale, se non casuale) ci restituiva un Landolfi sempre più vero, sempre più sensibile a una verità disperata e assoluta, quasi che la vita e il tempo gli avessero insegnato a fare coincidere le grandi e bellissime parole con dei sentimenti provati, pagati, con un intero quadro di sofferenze e di sconfitte.
Contemporaneamente a questo moto di incarnazione nella disperazione l’uomo Landolfi pagava la sua esistenza in perfetta solitudine, e però non pensò mai di sistemarsi, si tenne a debita distanza da ogni soluzione nel sistema, non seguì la carriera universitaria, non passò al giornalismo ma come ai primi tempi, quando vantava i suoi meriti di ‘anticipista’ con i cassieri degli editori, condusse fino all’ultimo la vita dello scrittore libero, dello scrittore che vive della propria penna, alla giornata, e Dio sa che cosa significasse col passare degli anni questa vocazione.
Di qui i lavori «alimentari» che per lui erano mirabili traduzioni, saggi e articoli pieni di sottili intuizioni critiche. Inutile aggiungere che non conobbe mai il successo, conobbe la stima di pochi lettori agguerriti e difficili (e non appena italiani), ma ciò non era sufficiente per consentirgli quel minimo di fama che tutti hanno avuto, pur senza possedere nessuna delle sue qualità. La sua vocazione rimaneva quella del gioco. Ma si deve dare a questo dato un significato più alto: Landolfi non ha subito soltanto il fascino nella roulette e dello chemin de fer, anche se le sue dimore venivano scrupolosamente scelte nella minuscola mappa dei casinò. Vogliamo dire che anche qui l’atteggiamento che ai tempi della nostra gioventù poteva apparire già fuori moda, datato, con l’andare degli anni si modificò, nel senso che ciò che Landolfi puntava o riusciva a puntare in moneta a Sanremo o al Lido era ben poca cosa a confronto di ciò che puntava in passione contro se stesso e la propria esistenza.
Qui sta la chiave del suo tormento e quindi la prima spiegazione della sua arte letteraria: Landolfi giocava contro la solitudine, contro l’impossibilità dell’amore e dell’amicizia, contro i ricordi, soprattutto contro la memoria della madre che non aveva conosciuto. E’ stata un’odissea – anche questa – alla rovescia verso la patria del nulla e, se vogliamo metterla in termini di gioco, un infinito rimescolare le carte, un ‘far carte’ che veniva sospeso al momento della distribuzione. A ben poco gli sarebbe servito vincere, dal momento che tutto era già stato detto e stabilito nell’atto di prendere posto al tavolo. La sconfitta era fissata ab aeterno, per questo non restava che domandarsi: perché?
Proprio su questo interrogativo assoluto si è consumata – sempre nella più gelosa delle solitudini – l’ultima parte che è poi la più lunga della sua storia di scrittore. Se con i primi racconti, poi con quelli della Spada, con Le due zittelle o con LA BIERE DU PECHEUR e giù giù fino agli elzeviri del «Corriere» Landolfi ricorreva allo stratagemma della finzione, se fino alla metà degli anni Sessanta non ha tradito il grande insegnamento dei suoi maestri palesi od occulti (da Nerval a Gogol’, dal Flaubert minore a Turgenev), alla fine si risolse a parlare in prima persona: fu la grande stagione dei diari, Rien va, Des mois, e delle poesie di Viola di morte e del Tradimento, quando tutti ebbero modo di vedere Landolfi com’era, anzi, com’era sempre stato.
Fu in quel tempo che dovemmo prendere definitivamente atto dell’inserimento di Landolfi nel quadro delle grandi ragioni umane. Accanto a quello dello scrittore da leggenda apparve il volto di un uomo capace di soffrire, di parlare dei propri dolori, dell’uomo che conosce la disperazione delle lacrime. Il suo vocabolario – senza perdere nulla dello scrittore di un tempo – si era fatto essenziale, suscettibile del peso e dello sgomento delle verità ultime e non più procrastinabili.
Sarebbe presuntuoso dire quanto gli sia costata la doppia fuga dal mondo e dalla solitudine, possiamo soltanto affermare che lo scotto è stato pagato e questo, in fondo, è ciò che distingue Landolfi e lo fa – lo ripetiamo – unico. Non è stato un uomo del suo tempo? Certo non ha preso parte a nessun’altra rappresentazione che non fosse la sua di cupa dannazione, non è stato di nessuna scuola, di nessun partito, di nessuna corporazione. Nessuno come lui ha lasciato meno tracce pubbliche, ma nessun altro ha lavorato con più rigore e fedeltà. Questo da un lato ci aiuta a capire meglio le ragioni del suo insuccesso di pubblico, che cosa c’era sullo sfondo della diffidenza di certa critica: Landolfi puntava alla verità e questo di solito è un problema che si scarta a priori o che pochissimi sono in grado di accettare. E’ stata questa scelta a metterlo immediatamente in un altro scaffale e a farne uno scrittore di grande dialogo con le ombre maestose e superbe della letteratura. Il suo è stato un destino da classico.

Pubblicato nell’edizione cartacea de Il Cronista, n.0/2004

Maria Idolina Landolfi (Roma, 19 maggio 1958 – Firenze, 27 giugno 2008) è stata una scrittrice, traduttrice e critica letteraria italiana, figlia dello scrittore Tommaso Landolfi e principale curatrice delle sue opere. Nel 1996 fondò il Centro Studi Landolfiani, di cui è stata la presidente fino alla sua morte,

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