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Storia

PIEDIMONTE SAN GERMANO, OMAGGIO ALLA TERRA POLACCA ED AI SUOI VALOROSI ABITANTI

Eugenio Maria Beranger

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La Polonia non è morta,
finché noi viviamo,
quanto la prepotenza straniera ci tolse,
con la spada riprenderemo.
(da j. wybicki, Mazurka di Dabrowski, prima strofa)

Due momenti cruciali della storia di Piedimonte San Germano sono caratterizzati dall’incontro con il popolo polacco o meglio con la parte più vitale di esso: i militari.

In primo luogo, le drammatiche vicende del 1799 connesse con l’invasione francese del Regno di Napoli, allorquando l’agro piedimontano fu percorso e devastato dalle truppe del generale Jan Henryk Dabrowski (1775-1818), comandante delle Legioni Polacche in Italia fondate nel 1797 a Milano “per coadiuvare il popolo lombardo a difendere la sua libertà”.

Dopo la morte del Poniatowski, egli divenne responsabile dell’Esercito polacco che, come è noto, combattè a fianco di Napoleone nella sfortunata impresa in terra russa. Il suo nome è legato alla “Mazurka di Dabrowski”, scritta da J. Wybicki, in seguito, divenuta inno nazionale polacco.

Le truppe polacche dovettero, in tale occasione, fronteggiare varie forme di insorgenza specie ad Anagni, Ferentino e Frosinone dove, trovati 10.000 insorti, furono impegnate in scontri furiosi e senza quartiere.

Quindi le esperienze, ancora più legate alla storia europea e mondiale, del maggio 1944 culminate nell’espugnazione dell’abitato, nodo nevralgico nelle difese tedesche dell’area del Cassinate: quella Linea Hitler che, unendo Piedimonte ad Aquino e Pontecorvo e proseguendo fino a Terracina, sbarrava di nuovo la via Casilina e l’accesso a Roma.

Sugli avvenimenti del maggio 1944, ancora non sufficientemente indagati sia a livello locale che nazionale, si ha, con la presente pubblicazione, la possibilità di conoscere la voce diretta di un protagonista della battaglia, il cui Diario, non tradotto da un italiano ma scritto nella nostra lingua dallo stesso estensore, che ha scelto l’Italia come sua seconda Patria, viene, per la prima volta, reso noto nel nostro Paese grazie alla squisita disponibilità e generosità culturale del loro Autore.

Egli, come facilmente apparirà al lettore, fu presente in prima linea nelle operazioni dell’assedio polacco a Piedimonte San Germano, difeso da un valoroso manipolo di soldati tedeschi incaricati dal loro Comando di combattere fino all’ultimo uomo pur di rallentare al massimo l’avanzata delle truppe alleate e, nel contempo, favorire una razionale ritirata dell’esercito germanico verso il Nord della penisola.

Gli uomini del generale Wladislaw Anders (1892-1970) – proclamato eroe nazionale e per il quale il Senato polacco ha decretato, per il 2007, un anno di Onoranze –, si trovarono, per la prima volta, dopo l’invasione tedesca del proprio Paese del settembre 1939 a combattere contro l’Esercito del III Reich e le loro motivazioni ideali, culturali, di fede si tradussero in forme di decisione, risolutezza ed eroismo difficili per noi da comprendere nel loro reale valore e significato catartico, di riscatto e di rivincita nazionale al quale non era, di certo estranea anche la secolare ruggine con la Prussia.

Protagonisti della resistenza del Ghetto di Varsavia insorto il 19 aprile 1943 erano, infatti, stati gli ebrei ivi confinati; una sollevazione di civili sarà, essenzialmente, anche l’insurrezione di Varsavia dell’1 agosto 1944 sedata, in un bagno di sangue, dalle truppe tedesche il 20 ottobre dello stesso anno, con i soldati dell’Armata sovietica accampati come spettatori in un’arena circense sulla riva destra della Vistola ad assistere all’ulteriore martirio di un Popolo che aveva riacquistato la sua indipendenza solo alla fine del primo conflitto mondiale.

Altresì è sfuggito a molti quanto sia stato importante per l’Esercito polacco, ricostituito dopo la barbara decapitazione dei suoi quadri superiori voluta nel 1940 dai sovietici (Fosse di Katyn, scoperte dai tedeschi il 12 aprile 1943 ove furono rinvenuti i corpi di 4.150 ufficiali) – strage ammessa dai russi solo il 13 aprile del 1990 e definita dalla potente Agenzia governativa Tass come “uno dei maggiori crimini dello stalinismo” – il poter dimostrare al mondo intero che, seppur lontano dal proprio territorio nazionale, esso continuava a lottare per ribadire l’esistenza di una Polonia libera, indipendente dalla due forme di totalitarismo più nefaste della Storia (il nazismo ed il comunismo) e, soprattutto, dalla forte e secolare vocazione europea.

Come ricorda Krystina Jaworska in un ben documentato saggio dal titolo “L’Italia in tempo di guerra. Immagini della penisola da Taranto a Bologna, nelle opere dei soldati del II Corpo d’Armata polacco”, apparso in Viaggiatori polacchi in Italia (Biblioteca del Viaggio in Italia, 28), a cura di E. Kanceff – R. Lewanski, [Geneve 1988], rispetto alle precedenti esperienze di età risorgimentale, l’impegno militare polacco in Italia fu di maggiore portata e caratterizzato da “un elevato tasso di istruzione dei volontari […], la presenza di numerosi scrittori tra i soldati, la coesione interna dovuta alle comuni peripezie passate, sono tutti fattori che fanno del Secondo Corpo un capitolo importante non solo nella storia militare polacca, ma anche della letteratura”.

A tale riguardo, sempre attingendo dallo scritto della Jaworska, desidero riportare un breve passo della canzone Czerwone maki = Papaveri rossi, composta da F. Konarski ed A. Schütz, che, a proposito di Montecassino, così afferma: “questa terra appartiene alla Polonia, sebbene la Polonia sia lontana di qui: perché la libertà si misura con le croci, la storia fa solo questo errore”.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale e, soprattutto, il crollo del Muro di Berlino (8 novembre 1989), quando il pellegrinaggio dei reduci e dei loro familiari alle tombe del Cimitero polacco di Montecassino (la battaglia di Piedimonte San Germano causò la morte di circa 1.000 uomini, un decimo dei quali ufficiali ed oltre 3.000 furono i feriti) ha assunto forme veramente imponenti, il rapporto tra Lazio meridionale e mondo polacco si è, di certo, incrementato.

Negli occhi di tutta la popolazione della Terra di San Benedetto è ancora impresso il fluire costante e ieratico dei torpedoni polacchi, austeri, dotati di pochissimi comfort che, arrancando a fatica sui salienti di Montecassino, trasportavano anziani e non, vestiti in maniera dimessa ed antiquata, con i volti scavati da lutti e sofferenze antiche e drammi recentissimi, ma sempre sorretti da una fede genuina e da un profondo culto per i propri defunti.

Ma, già nei secoli passati, non mancarono scambi ed influenze culturali di notevole significato tra queste due aree così distanti geograficamente, facilitati dal fatto che la Polonia aveva posto a fondamento della propria cultura l’esperienza della latinità classica.

In questa sede mi limito a ricordare, a Veroli, la presenza del pittore Taddeo Kuntze (1731-1793), definito il “Michelangelo polacco”, qui chiamato a lavorare dall’architetto romano Niccolò Fagiuoli, attivo a Roma e nel Lazio meridionale. Egli lasciò nella Cattedrale dedicata a Sant’Andrea due tele dipinte dopo il 1765, una delle quali trafugata alla fine degli anni ’80 del cessato secolo, mentre una terza – commissionatagli dal marchese Agostino Campanari – è esposta, sempre nello stesso centro, nella chiesa di Castelmassimo.

Del Kuntze è anche la tela raffigurante la Madonna del Carmelo e Santi nella Parrocchiale di San Barbato in Casalattico.
Ricordo anche come questo artista è noto per una serie di dipinti raffiguranti scene di vita popolare romana, anticipando di alcuni decenni la produzione di Bartolomeo Pinelli.

Non posso poi ignorare il contributo offerto alla cultura polacca da una delle più grandi figure della Chiesa Romana, il cardinale Cesare Baronio. Nativo di Sora, nel 1582, favorì a Roma l’istituzione del Collegio Polacco presso la Chiesa di Santa Maria della Vallicella mentre i suoi scritti, rapidamente, si diffusero e circolarono in terra polacca influenzando, in maniera considerevole, sia gli storiografi sia il mondo della Scuola, specie quella legata ai Gesuiti.

Un contributo alla conoscenza delle opere letterarie polacche è poi fornito anche da scrittori nati nell’attuale Provincia di Frosinone o da case editrici e tipografie qui operanti. Per i primi segnalo Cesare Bragaglia, nato a Ceccano nel 1864, avvocato e pubblicista, autore di numerose novelle, collaboratore del Fanfulla della domenica, della Rassegna Nazionale e della Rivista Europea, nonché traduttore. In quest’ultima veste egli, nel 1884, curò, per la Collana Biblioteca Universale edita dalla prestigiosa Casa Editrice Sonzogno di Milano, la versione in italiano e la prefazione dell’opera di Adamo Mickiewicz, Il libro della nazione polacca e dei pellegrini polacchi.

Risale, invece, al 1933 la pubblicazione, da parte di Alfredo Macioce, del volume Itinerari spirituali. Profili di anime complesse, stampato dalla Tipografia F.R.E.S.T. di Isola del Liri, nel quale egli tratteggiava anche la figura di Maria Laczynska Walewska, moglie del conte Anastasy Colonna Walewski, legata affettivamente a Napoleone I, al quale diede anche un figlio.

La pubblicazione di questo volume, fortemente voluta dall’Amministrazione Comunale di Piedimonte San Germano e per la quale, sentitamente, ringraziamo la Tipografia Pisani di Isola del Liri, è anche l’occasione per iniziare ad avviare indagini scientifiche, scevre da pregiudizi, sulla presenza dei vari eserciti stranieri lungo la Linea Gustav e sul loro rapporto con la popolazione civile.
Concludo dando atto all’Associazione Culturale Antares di aver, ancora una volta, individuato e percorso una pista di ricerca nuova e vincente, che arricchisce con uno scritto onesto, corretto e ben documentato, non solo la storia di Piedimonte San Germano ma quella di tutto il Lazio meridionale.

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