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Storia

GLI SFOLLATI A CAMPOLI APPENNINO

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I primi sfollati che, nell’autunno del 1943, giunsero a Campoli Appennino furono alcuni Padri Passionisti del Convento di S. Sosio in Falvaterra. Essi arrivarono a bordo di un camion e con loro c’era anche il nostro compaesano Padre Marcellino Di Benedetto. In seguito altri sfollati provennero da Cassino, Isernia, Napoli, Settefrati, Sora e Venafro. In particolare da Sora arrivarono alcuni membri della famiglia Carrara, glorioso ed importante casato lirino di probabile origine orobica. Per salvaguardarli da possibili saccheggi sia dei soldati tedeschi sia di razziatori locali portarono al seguito oggetti liturgici e sacri che provvidero a depositare, in parte, presso la nostra Chiesa Madre dedicata a Sant’Andrea, attestata per la prima volta nel 1291 ma, sicuramente, preesistente a tale data. Sempre da Sora giunsero componenti delle famiglie Leone e La Pietra, all’epoca impegnate in attività commerciali o mercantili.

Gli sfollati vivevano in una situazione precaria e di grande difficoltà

Gli sfollati trovarono sistemazione nei pagliai sparsi un po’ ovunque nella campagna ed in qualche casa della zona più centrale dell’abitato dove, in un solo vano, finirono per convivere anche quindici individui. Per sfamarsi provvidero a comprare, con i pochi soldi a disposizione, gli scarsi generi alimentari ancora disponibili e non ancora avviati al triste mercato della borsa nera. Una volta terminato il danaro si diedero al baratto; così, ad esempio, un lenzuolo veniva scambiato per un chilo di farina di granturco o per una cartata di patate. Chi non aveva più nulla da offrire bussava alle porte dei campolesi chiedendo l’elemosina o un pezzo di pane o si rivolgevano alla mensa dei tedeschi che, a mezzogiorno, non di rado distribuivano anche ai campolesi un mestolo di minestra o qualche resto del loro rancio. Alcune donne riuscivano a sfamare la propria famiglia affiancando le forze teutoniche in lavori di cucina, o lavando, stirando e rammendando le divise dei militari.

“Zi Ntoni”, lo sfollato simpatico e buono

Tra i numerosi sfollati convenuti nel nostro centro degno di nota un personaggio ancora ben vivo nella memoria dei più anziani: “zi Ntoni”, originario dal Napoletano. Viveva, con altre quindici persone, in una casa di due vani trascorrendo la giornata nella ricerca di cibo ed andando a bussare a tutte le case di Campoli. A chi gli apriva l’uscio elencava le opere di misericordia corporali sollecitando di dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati e di vestire gli ignudi. Per la sua simpatia e la bontà dei miei compaesani riusciva quasi sempre a rimediare qualcosa da far mettere sotto i denti ai suoi familiari.

Gli sfollati rimasero fino all’estate 1944

Questa situazione durò per tutti i mesi che il fronte fu bloccato sulla Linea Gustav e cioè fino a primi giorni del giugno 1944. Le truppe germaniche di stanza a Campoli Appennino erano quasi tutte costituite da soldati anziani o sposati provenienti da territori già appartenuti all’Austria; ancora oggi, per la loro educazione, per il loro buon cuore e per il sentimento religioso, i campolesi li ricordano con affetto.
I tedeschi, dopo aver fatto trasferire i campolesi nella zona di Via Borgo S. Giacomo, posero la sede del loro Comando in un palazzo al centro del paese appartenente alla famiglia Annessa. Inoltre, sempre nella stessa strada, impiantarono nei pressi dell’abitazione di Donato Girelli un piccolo Ospedale militare al quale, non di rado, si rivolsero anche i civili che vennero assistiti con grande attenzione.
In questo periodo di miseria, povertà e sconforto alcuni sfollati furono rastrellati, in circostanze mai ancora chiarite, dai tedeschi. Non si sa, infatti, per quale ragione in una fredda giornata invernale questi profughi furono fatti salire su un camion militare e condotti fino a Isola del Liri dove, invero, dopo essere stati perquisiti e derubati di ogni cosa che avevano con sé, vennero abbandonati in aperta compagna. Fu un atto di gratuita cattiveria e crudeltà o un’inutile dimostrazione di forza oppure un ancora più crudele momento ludico?
Terminato il periodo della guerra gli sfollati di Settefrati tornarono di nuovo a Campoli in segno di riconoscenza e gratitudine verso coloro che li avevano ospitati e sfamati e per onorare il locale patrono S. Pancrazio verso il quale tutti coloro che, in quel periodo, dimorarono nell’abitato avevano rivolto preghiere e suppliche. La chiesa dedicata al celebre martire romano sorge ad un km circa dall’abitato e fu portata a termine nel 1599 mentre il toponimo “Collem Sancti Pancracii” appare già documentato prima dell’anno Mille nel Chronicon Volturnense del monaco Giovanni.

 

(Pubblicato nell’edizione cartacea, Il Cronista n.8-11/2005)

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