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Arte e Archeologia

Costruzioni agro-pastorali su Monte Sambùcaro (o Sammucro)

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Nelle molteplici trattazioni concernenti le cinte in opera poligonale di epoca sannitica ubicate sul Monte Sambùcaro, ed in particolare quella ricadente nel territorio di San Vittore del Lazio, si fa sovente menzione di alcune costruzioni agro-pastorali in pietra, frequentemente definite dagli stessi studiosi “costruzioni di tipo nuragico” (1).

Tali manufatti possono essere considerati, sotto il profilo tipologico, come una sorta di sintesi tra il nuraghe sardo e il trullo pugliese, sebbene — nelle intenzioni originarie dei costruttori — il riferimento appaia più propriamente riconducibile a quest’ultima tipologia. Le strutture, costituite da un unico ambiente, presentano una copertura del tipo a tholos, ossia una falsa cupola ottenuta mediante la sovrapposizione di cerchi concentrici realizzati con pietre progressivamente aggettanti verso l’interno, fino alla completa chiusura sommitale. L’ultima pietra, posta a coronamento, si distingue per essere più larga e meno spessa delle precedenti, così da completare efficacemente la copertura.
Questa tecnica si rivela particolarmente funzionale allorché si renda necessario coprire un ambiente disponendo unicamente di materiale lapideo, spesso appena sbozzato.
Simili costruzioni sono proprie dell’ambiente agro-pastorale e caratterizzano diffusamente i paesaggi montani dell’Abruzzo, del Molise, della Puglia, nonché del Basso Lazio e dell’Alta Campania. Secondo taluni studiosi, esse avrebbero conosciuto un maggiore sviluppo nel corso del XIX e XX secolo, allorché la crescente necessità di terre coltivabili e di nuovi pascoli spinse l’uomo a dissodare e mettere a coltura aree prevalentemente boschive; tuttavia, a giudicare dall’aspetto di alcune di esse, non si può escludere una più remota antichità.
È nondimeno indubbio che la tecnica costruttiva di tali “ripari montani” derivi da quella adottata per i trulli pugliesi e che, con ogni probabilità, essa sia stata introdotta in queste zone dai pastori transumanti (2).

La pietra impiegata è di natura calcarea ed è reperibile in grande abbondanza sui rilievi delle regioni menzionate. Le dimensioni medie degli elementi lapidei utilizzati variano generalmente tra i 20 e i 40 centimetri, selezionati accuratamente in base alla loro idoneità. Nei territori pugliesi, le costruzioni raggiungono un grado di lavorazione superiore rispetto a quelle locali, grazie alla disponibilità delle cosiddette “chianche”, ovvero lastre calcaree ampie e piatte, facilmente rinvenibili in natura e già idonee all’impiego.
Tale tipologia di roccia consente, con pochi colpi di mazzuola, di ottenere la forma desiderata, poiché la frattura avviene per strati, seguendo i piani di sedimentazione della roccia stessa. Ne risultano strutture assai più resistenti e durature rispetto ai capanni in legno e paglia, anche in virtù del pressoché nullo rischio di incendio; inoltre, la massa considerevole delle murature conferisce maggiore resistenza alle bufere di vento e alle precipitazioni nevose.
Le denominazioni attribuite a tali costruzioni sono molteplici; tra le più comuni si annoverano “pagliare”, “caselle”, “trulli” e anche “mandra”, termine probabilmente derivante da “mandria”, nel senso di “stalla con recinto”. La denominazione “pagliaro” si sarebbe diffusa allorché tali strutture, cessata la loro originaria funzione pastorale, furono riutilizzate prevalentemente per scopi agricoli (3).

Nel presente studio, si adotterà la denominazione di “pagliare”, in riferimento al toponimo locale “Macerie del Pallerino”. Le strutture in oggetto sono ubicate alle spalle del Monte Sambùcaro, nel territorio di San Vittore del Lazio, precisamente sul lato sinistro della mulattiera che da San Pietro Infine conduce alla Radicosa, nota anche come Via San Leonardo.
L’intero complesso si compone di quattro costruzioni isolate ed autonome, realizzate mediante muratura a secco, ossia senza l’impiego di malta (4). Tre di esse, che appaiono anche le più antiche, presentano pianta tondeggiante — due circolari ed una ellissoidale — e sono coperte a tholos, circostanza che giustifica la loro conformazione planimetrica smussata.
La struttura a pianta ellissoidale presenta un diametro maggiore interno, rilevato al livello del pavimento, pari a 3,60 metri, mentre il diametro minore misura circa 1,60 metri. Lo spessore murario supera mediamente il metro. La parte sommitale del tholos è priva della pietra di chiusura, probabilmente rimossa per consentire, in epoca successiva, la realizzazione di un focolare di emergenza all’interno, come attestano le evidenti tracce di annerimento da fumo sulle superfici murarie interne.
La prima struttura a pianta circolare presenta un diametro interno di circa 2,60 metri ed appare notevolmente più degradata rispetto a quella ellissoidale. Nella parte superiore, un crollo parziale ha determinato l’apertura di uno squarcio circolare del diametro di circa 1,50 metri. La seconda struttura circolare, di dimensioni inferiori, presenta un diametro alla base pari a 1,40 metri.
È evidente che la prima struttura circolare sia stata oggetto di interventi successivi di adattamento, mediante l’impiego di coppi disposti in copertura e sostenuti da piccoli tronchi lignei che, oltre a colmare la lacuna sommitale, ricoprono parte dello spessore murario laterale.
L’uso delle tegole rispondeva chiaramente all’esigenza di impermeabilizzare la sommità delle murature, rendendo così più agevole la fruizione dell’ambiente interno. In origine, tale funzione era svolta da uno strato di terra mista a cenere e paglia. Sulla parete esterna, alcune pietre aggettanti, disposte in maniera sfalsata su quote progressive, configurano una rudimentale scala, idonea a sostenere un piede per volta, che consentiva di raggiungere la sommità della struttura per le operazioni di manutenzione.
La porzione inferiore, a contatto con il terreno, presenta uno spessore maggiore, ottenuto mediante la realizzazione di un basso muro anulare che funge anche da elemento di rinforzo, sviluppandosi lungo l’intero perimetro di base, ad esclusione dell’accesso. La funzione principale di tale anello è quella di contrastare, sia pure in misura modesta, le spinte orizzontali generate dalla falsa cupola.
Il filo superiore del muro anulare presenta una lieve pendenza, tale da configurare una rampa elicoidale continua attorno alla struttura, funzionale alla realizzazione della parte superiore del tholos.

Le due strutture maggiori, quella ellissoidale e quella circolare, sono entrambe dotate di piccole aperture con funzione di finestre, mentre l’ingresso è di dimensioni ridotte ed è sormontato da un architrave costituito da un’unica pietra, leggermente arcuata. La pavimentazione interna è realizzata mediante pietre calcaree disposte a mo’ di basolato.
La struttura circolare di minori dimensioni presenta invece una sola apertura di accesso; è verosimile che essa fosse destinata a ricovero per animali di piccola taglia, quali suini o galline.
La struttura a pianta quadrangolare, di circa 3 × 3 metri, è ricavata inglobando, su due lati, preesistenti muri di terrazzamento e di delimitazione dello stazzo. Essa presenta una superficie maggiore rispetto alle altre e una tecnica costruttiva differente. I resti della copertura, ormai crollata, consentono di ricostruirne la configurazione originaria: essa era composta da travetti lignei ricavati da piccoli tronchi, sui quali poggiavano listelli di legno e, superiormente, tegole costituite da embrici e coppi di fattura piuttosto rozza.
Le costruzioni sono circondate da una serie di recinti in pietra, certamente destinati al ricovero degli animali. A circa 100 metri a nord-est, in prossimità della Via San Leonardo, è presente un pozzo per la raccolta delle acque piovane, risorsa indispensabile in un’area povera di sorgenti naturali; proseguendo oltre, si incontrano ulteriori strutture analoghe.
L’intera area, in particolare in corrispondenza degli avvallamenti, è caratterizzata da una fitta presenza di muri a secco delimitanti terrazzamenti agricoli. A circa 40 metri di distanza, sempre in direzione nord-est e nelle immediate vicinanze della medesima via, si conserva inoltre un’aia un tempo destinata alla trebbiatura.
La tradizione orale riferisce che, durante l’ultimo conflitto mondiale, alcuni abitanti di San Pietro Infine, scampati ai rastrellamenti delle truppe tedesche, trovarono rifugio in tali strutture. Alcuni anziani pastori locali attribuiscono la costruzione di questi manufatti a Nicandro Nardelli (5), detto “Gliu casalese” (6), il quale li avrebbe realizzati prima della Seconda guerra mondiale per la sosta e il ricovero durante la transumanza.

È tuttavia plausibile che lo stesso Nardelli abbia edificato soltanto la struttura a pianta quadrangolare, più semplice sotto il profilo costruttivo.
Queste costruzioni, insieme a numerosi altri manufatti minori disseminati sul Monte Sambùcaro e sui rilievi circostanti, costituiscono un significativo esempio di architettura agro-pastorale tradizionale, profondamente radicata nel paesaggio montano. Esse meritano pertanto di essere a pieno titolo incluse tra i beni culturali da tutelare e salvaguardare nel territorio

* L’articolo è un aggiornato di quello uscito già in altre pubblicazioni (Cfr. M. Zambardi, «San Vittore: costruzioni agro pastorali su Monte Sambúcaro», in Studi Cassinati, CDSC, anno II, nn. 3-4, Set. Dic. 2002, Cassino 2002, pp. 162-167; M. Zambardi 2003: (a cura), Itinerari Sampietresi 1 (Alla scoperta di Monte Sambucaro), Ass. Ad Flexum, 2003; M. Zambardi, «Le costruzioni agro-pastorali di Monte Sambúcaro», in Altri Itinerari, anno I, n. 1, Ott. Dic. 2003, Volturnia Edizioni, Isernia 2003, pp. 36-39).

Note
1) A. Giannetti, “Mura ciclopiche in S. Vittore del Lazio (Colle Marena-Falascosa): probabile identificazione del sito dell’antica Aquilonia”, Rendiconti dell’Accademia Nazionale dei Lincei, 1973; E. Pistilli “Aquilonia: solo un’ipotesi” in “La voce di Aquino” N° 34 Giugno Luglio 1972 pag. 4; A. Coletta, “San Vittore del Lazio”, in “Centri fortificati del Lazio Meridionale” a cura del Centro di Studi Storici “Saturnia”.
2) A. Ambrosiani, E. Degabo, C. A. Zaccaria, Architettura in pietra a secco, (Atti del 1° Seminario internazionale “Architettura in pietra a secco”, Fasano di Brindisi 1990.
3) Vedi a tal proposito Località Pagliare (Arpino), Case Pagliarola (Isola Liri), località Pagliaroli e loc. Pagliaro Murato (Veroli), loc. Pagliara (Atina, San Vincenzo, Valle Rovereto), loc. Pagliaroni (Balsorano) Colle Pagliaia (Villa Latina). Da: M. Rizzello Costruzioni Agro pastorali della Media Valle del Liri Supplemento a Lazio Agricolo, Dic. 1987 pag.3.
4) La terza struttura a pianta circolata è stata riconosciuta nel 2010, a seguito del crollo della parte superiore delle pietre di copertura.
5) Nicandro Nardelli, ora scomparso, era un pastore della Radicosa, una frazione di San Vittore del Lazio, ma risiedeva a San Pietro Infine, e, come tutti i pastori che praticavano la transumanza, era molto bravo nel realizzare le cosiddette “macere”, cioè i muri a secco, utilizzati sia come recinzione che come muri di contenimento dei terreni per i terrazzamenti.
6) Poiché la moglie Maria Bucci era di Conca Casale, nel Molise.
Le foto e i rilievi sono di Maurizio Zambardi (ha collaborato il dott. Lucio Nardelli).

Maurizio Zambardi, 1961, architetto con seconda laurea in Conservazione dei Beni Culturali, indirizzo Archeologico. Dottore di Ricerca in “Metodologie conoscitive per la conservazione e valorizzazione dei Beni Culturali”. Docente presso l'Istituto Omnicomprensivo "A. Giordano" di Venafro. Vive a San Pietro Infine con la moglie Luciana e i figli Elvira, Stefano e Laura. Attivo promotore culturale, collabora a quotidiani e riviste settoriali con studi e saggi di archeologia, storia e ricerche etno-antropologiche. È socio fondatore e membro del Direttivo del “Centro Documentazione e Studi Cassinati” e fa parte della Redazione del Trimestrale “Bollettino di Studi Cassinati”. È socio fondatore e tuttora Presidente, dal 2002, dell’Associazione Culturale “Ad Flexum” di San Pietro Infine. Ha effettuato numerose scoperte archeologiche e svolto studi e ricerche sul Brigantaggio Post-unitario e sulla Seconda Guerra Mondiale, nel proprio territorio. È autore di testi di canzoni.

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