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Il ricordo di Giuseppe Bonaffino, una vita tra l’Italia e l’Eritrea

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Ci sono persone che lasciano un segno non per il rumore che fanno, ma per la profondità della loro testimonianza. Giuseppe Bonaffino era una di queste. La sua scomparsa a soli 55 anni priva tutti noi di un amico, di un punto di riferimento, di un uomo capace di trasformare il dolore in speranza e la solidarietà in azioni concrete.

Italo-eritreo, uno dei fondatori dell’Associazione Antares, editore de Il Cronista, Giuseppe ha vissuto tutta la sua esistenza con il cuore diviso tra l’Italia e l’Eritrea, la terra che aveva segnato la sua storia e la sua anima. Non era una divisione, ma una ricchezza: da una parte il territorio del Lazio Meridionale, dall’altra quell’Africa che lui ci ha fatto conoscere ben oltre gli stereotipi e le immagini di circostanza.

Quando raccontava l’Eritrea e il continente africano in generale, non parlava soltanto di luoghi. Raccontava persone, vite, guerre, ricostruzioni, sacrifici quotidiani, spensieratezza e una dignità che resiste anche nelle condizioni più difficili. Attraverso le sue parole abbiamo imparato cosa significhi davvero la sofferenza: quella che non si studia sui libri e non si comprende fino in fondo se non attraverso gli occhi di chi l’ha vissuta e l’ha condivisa.

Negli anni Novanta, quando il tema dell’inclusione era ancora poco presente nel dibattito pubblico, Giuseppe rappresentava già un esempio concreto di dialogo, integrazione e apertura. Ha costruito un ponte tra culture diverse  fatta di rispetto, ascolto e amicizia.

La sofferenza, però, Giuseppe l’ha conosciuta anche sulla propria pelle. Le conseguenze di un grave incidente avrebbero potuto spezzare chiunque. In lui, invece, hanno fatto emergere una forza straordinaria. Non ha mai permesso che il dolore diventasse rassegnazione. Al contrario, ha continuato a guardare avanti con il sorriso, trovando nella sua famiglia, negli amici di sempre e nella sua amata Africa le ragioni per rialzarsi ogni volta. Tra le sue sfide più significative resta il progetto per la costruzione di pozzi in Eritrea, un’iniziativa di enorme valore umano destinata a garantire un bene essenziale come l’acqua a tante comunità. Un progetto che la pandemia di Covid ha purtroppo rallentato e bloccato, ma che racconta meglio di qualsiasi parola la misura del suo impegno e della sua generosità.

Oggi Giuseppe Bonaffino ci lascia molto più dei ricordi. Ci consegna un’eredità morale preziosa: l’idea che la solidarietà non sia uno slogan, ma un dovere; che la sofferenza possa diventare una scuola di umanità; che le differenze culturali siano una ricchezza da custodire e non un ostacolo da temere. Il suo esempio continuerà a vivere in chi ha avuto il privilegio di conoscerlo e in chi proseguirà il cammino che lui aveva iniziato. Perché ci sono uomini che, anche dopo averci lasciato, continuano a indicare la strada.

Grazie, Giuseppe. Per averci insegnato che la forza non consiste nel non cadere mai, ma nel trovare sempre il coraggio di rialzarsi e di tendere una mano agli altri.

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