Storia
Raffaele Nardoianni ” Piedimonte San Germano, freddo e fame”, 14 gennaio 1946
Riportiamo l’articolo integrale “Piedimonte San Germano, freddo e fame”, scritto dall’avvocato e scrittore Raffaele Nardoianni sulle pagine del periodico Il Rapido il 14 gennaio 1946
Ecco un altro inverno per questo infelice paese, che della guerra ha provato tutti gli orrori riportandone la completa distruzione e numerosi lutti .
Il freddo intenso con l’umidità costante che viene dalla bassa Valle del Liri, trova questa povera gente oggi in condizioni peggiori dello scorso anno.
I ricoveri improvvisati con vecchie tavole tra avanzi di mura; le poche tende, donate dagli Alleati e messe a copertura di case diroccate; i sotterranei dove zingarescamente giacciono, in promiscuità intere famiglie, hanno fatto già il loro tempo.
Il vento, che spesso ci felicita, ha fatto saltare gli sconnessi tetti di molte catapecchie messe su alla meglio. Dovunque, ed anche nelle poche case riparate dal Genio Civile, è tutto un gelo che fa rabbrividire le ossa, giacché la carne, in questi derelitti, è scomparsa. I vecchi, i bambini, le donne scampate al terribile flagello della perniciosa che quest’anno ha mietuto tante vittime, sono emaciate ed hanno il viso color limone. La malaria ha infierito spaventosamente. Ancora famiglie intere sono attaccate dal morbo tremendo. Evidentemente, l’anofele resiste ai rigori della stagione invernale.
E gli indumenti? Nel passato inverno, si stava meno peggio: tanti erano riusciti in qualche modo a coprirsi di vestiario avuto in dono dall’America: altri, rimpatriati dalla Calabria, dalla Sicilia e dall’alta Italia ebbero indumenti dalla generosità di quelle popolazioni; ma ora non è più possibile a questi miseri di provvedere a proprie spese, del necessario. I guadagni, in ogni ceto, sono stati scarsi a causa della disoccupazione; i terreni, che un tempo erano fonte di tanto benessere, nulla o quasi hanno prodotto per la mancanza di animali da lavoro, di adeguato seme, e per le mine e gli ordigni di cui sono seminati. E’ necessario che il Governo venga incontro a questa popolazione con aiuti concreti e solleciti; è necessario che de visu si renda conto dei bisogni di questi veri martiri che hanno tanto sofferto e che sono ancora condannati a soffrire. Nessuno si è degnato di vedere da vicino questo paese per apprestargli i doverosi soccorsi, per studiare i vasti problemi che richiedono urgenti soluzioni.
Qualche pezzo grosso, che ha fatto capolino appena al bivio di Piedimonte che dalla comoda automobile ha dato un macroscopico sguardo a questo cimitero, si è poi dileguato promettendo senza mai mantenere. Eppure questo paese, che da cieco furore degli uomini di cattiva volontà è stato interamente sacrificato più di ogni altro della zona del Cassinate, dovrebbe stare nel cuore e nella mente delle persone cosiddette responsabili. Si sono stanziati tanti miliardi e se ne continuano a stanziare, per le regioni d’Italia meno bisognose, ma non si pensa a ricostruire Piedimonte S. , non si pensa ad inviare medicinali, scarpe, indumenti e viveri. Che cosa si aspetta? La nostra morte? Noi saremmo felici di morire, ma non stentare così la vita tra le sofferenze più inaudite. Qui si agonizza lungamente, lentamente. Non è giusto, non è morale che tanta parte dell’Italia, risparmiata dalla guerra, viva una vita di comodità e di lusso, mentre qui si vive tra la morte e con la morte. Vogliamo una giustizia distributiva; vogliamo che lo Stato prenda da quelli che hanno tutto, persino il superfluo, e dia l’indisponibile almeno a noi bisognosi.
Vogliamo una giustizia distributiva; vogliamo che lo Stato prenda da quelli che hanno tutto, persino il superfluo, e dia l’indispensabile almeno a noi bisognosi. Si costruiscono presto le case, si aggiustino tutte quelle suscettibili di riparazione. Questo nostro appello trovi eco nel cuore degli uomini di Governo. I preposti a questo Comune occupano soltanto della ordinaria amministrazione. Essi non raccolgono il grido angoscioso nostro di tutti i giorni per farlo giungere a chi di dovere. Ma noi, che duramente soffriamo con tutti i sofferenti, gridiamo, con le lacrime agli occhi, la nostra accurata preghiera agli Uomini cui spetta di provvedere. La nostra preghiera, il nostro grido: case, case, case, indumenti, medicine, viveri!
E presto – o si muore.
Non vengano poi gli uomini, così detti politici, quando si convocheranno i comizi elettorali, a chiedere il nostro suffragio. Sappiano che per loro non vi sarà allora posto in questi luoghi di morti. I morti della guerra, che qui si contano a centinaia, si uniranno a noi per gridare loro “Fuori di qui”
Il Rapido-giornale di Cassino, anno II, n. 2, 14 gennaio 1946, p.4.
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